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Art. 2557 codice civile: Divieto di concorrenza

Chi aliena l’azienda deve astenersi, per il periodo di cinque anni dal trasferimento, dall’iniziare una nuova impresa che per l’oggetto, l’ubicazione o altre circostanze sia idonea a sviare la clientela dell’azienda ceduta.

Il patto di astenersi dalla concorrenza in limiti più ampi di quelli previsti dal comma precedente è valido, purché non impedisca ogni attività professionale dell’alienante. Esso non può eccedere la durata di cinque anni dal trasferimento.

Se nel patto è indicata una durata maggiore o la durata non è stabilita, il divieto di concorrenza vale per il periodo di cinque anni dal trasferimento.

Nel caso di usufrutto o di affitto dell’azienda il divieto di concorrenza disposto dal primo comma vale nei confronti del proprietario o del locatore per la durata dell’usufrutto o dell’affitto.

Le disposizioni di questo articolo si applicano alle aziende agricole solo per le attività ad esse connesse, quando rispetto a queste sia possibile uno sviamento di clientela.


Commento

Azienda: [v. 177]; Usufrutto: [v. 978]; Affitto: [v. 2562].

 

La norma mira ad assicurare quello che tecnicamente viene definito «avviamento». Per avviamento, in generale, si intende l’attitudine a produrre reddito, a realizzare profitto.


Giurisprudenza annotata

Divieto di concorrenza

Va confermata la pronuncia di merito con cui è stata ritenuta illecita la condotta di chi, pochi mesi dopo aver ceduto un'azienda per il commercio di prodotti ortofrutticoli, sia entrato con una quota minoritaria nell'impresa familiare dedita alla vendita di alimentari nelle vicinanze dell'azienda alienata, ove risulti che egli di fatto gestiva in proprio il settore ortofrutticolo e che il suo nome veniva pubblicizzato radiofonicamente e impresso sulle buste di plastica utilizzate per contenere i prodotti. Conferma App. L'Aquila 6 novembre 2008

Cassazione civile sez. I  25 giugno 2014 n. 14471  

 

In tema di divieto di concorrenza, l'art. 2557 cod. civ. non ha natura eccezionale poiché non è diretto a derogare al principio di libera concorrenza, ma solo a disciplinare, nel modo più congruo, la portata degli effetti connaturali al rapporto contrattuale intercorso tra le parti, sicchè ne è consentita l'estensione analogica all'ipotesi del cedente l'azienda che abbia poi intrapreso un'attività commerciale concorrente avvalendosi della partecipazione in un'impresa familiare per dissimulare la propria posizione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto violato il divieto di cui alla predetta norma ad opera del cedente un esercizio commerciale per la vendita di frutta e verdura che, successivamente, era entrato a far parte, con una quota minoritaria, di un'impresa familiare, la cui quota di maggioranza era detenuta da sua sorella e di cui erano partecipi anche la moglie ed un nipote, che gestiva minimercati alimentari sulla medesima strada dell'azienda ceduta, gestendo personalmente il reparto ortofrutticolo - pari al venticinque percento dell'ambito merceologico dell'impresa - e pubblicizzando il proprio nome alla radio e sulle buste della spesa). Rigetta, App. L'Aquila, 06/11/2008

Cassazione civile sez. I  25 giugno 2014 n. 14471  

 

Il cedente dell'attività commerciale che inizi un'attività similare a quella ceduta, entrando con una quota minoritaria nell'impresa familiare, viola il divieto di concorrenza.

Cassazione civile sez. I  25 giugno 2014 n. 14471  

 

In tema di divieto di concorrenza, la disposizione contenuta nell'art. 2557 c.c., la quale stabilisce che chi aliena l'azienda deve astenersi, per un periodo di cinque anni dal trasferimento, dall'iniziare una nuova impresa che sia idonea a sviare la clientela dell'azienda ceduta, appropriandosi nuovamente dell'avviamento, non ha il carattere dell'eccezionalità, in quanto con essa il legislatore non ha posto una norma derogativa del principio di libera concorrenza, ma ha inteso disciplinare nel modo più congruo la portata di quegli effetti connaturali al rapporto contrattuale posto in essere dalle parti. Non è esclusa l'estensione analogica del citato art. 2557 c.c. all'ipotesi di cessione di quote di partecipazione in una società di capitali, ove il giudice del merito, con un'indagine che tenga conto di tutte le circostanze e le peculiarità del caso concreto, accerti che tale cessione abbia realizzato un "caso simile" all'alienazione d'azienda, producendo sostanzialmente la sostituzione di un soggetto ad un altro nell'azienda.

Tribunale Milano  29 maggio 2013 n. 7229  

 

Il divieto di concorrenza ex art. 2557 c.c. trova la sua ratio nell'esigenza di impedire che l'alienante, proseguendo nell'attività oggetto della cessione, possa mettere in pericolo la clientela dell'azienda ceduta ed in particolare possa, approfittando del rapporto di fiducia con il pubblico, conservare i propri clienti e quindi, in ultima istanza, sottrarli all'azienda ceduta.

Tribunale Pistoia  07 novembre 2011 n. 948  

 

Il patto di non concorrenza, concluso ai sensi dell'art. 2596 c.c. e destinato a fissare una limitazione all'attività contrattuale verso una serie indeterminata di soggetti, tra cui accidentalmente anche la p.a., non integra di per sé il reato di turbata libertà degli incanti, di cui all'art. 353 c.p. - nella parte in cui esso prevede un'intesa, più o meno clandestina, che ha come finalità esclusiva l'impedimento o la turbativa della gara o l'allontanamento degli offerenti ed il conseguente dolo, cioè la volontà consapevole di determinare uno dei predetti risultati con quei mezzi - né, quindi, appare viziato da nullità virtuale, ai sensi dell'art. 1418 c.c.; non è invero ammissibile, già per la sua previsione come obbligo legale accedente all'alienazione d'azienda (ex art. 2557 c.c.) ovvero al suo affitto (ex art. 2562 c.c.), ipotizzarne a priori la sua contrarietà a norme imperative in caso di contingente applicabilità a forme di partecipazione ad incanti pubblici, il che, in caso di impresa attiva esclusivamente o in via prevalente nel settore dei contratti pubblici, imporrebbe, di fatto, la sua disapplicazione.

Cassazione civile sez. I  14 gennaio 2011 n. 813  

 

Non viola il divieto di concorrenza posto dall'art. 2557 comma 1 c.c. l'apertura, per di più a distanza di tre anni dalla cessione di azienda, da parte di uno dei soci della società cedente di un'attività di gelateria – effettivamente analoga a quella svolta dal cessionario e certamente diretta alla commercializzazione di prodotti rientranti nella stessa tabella merceologica – in un luogo distante, secondo nozioni di fatto note, circa un chilometro e mezzo rispetto al luogo in cui si trova l'azienda ceduta, collocandosi le due imprese, entrambe situate lungo la immediata prossimità del mare, caratterizzati da alta densità demografica e da un'elevatissima concentrazione di attività commerciali, di cui varie decine destinate proprio all'esercizio di somministrazione di alimenti e bevande, nella forma di bar, caffè, pasticcerie, gelaterie e simili.

Tribunale Salerno sez. I  09 marzo 2010

 

Il divieto quinquennale di concorrenza disposto dall'art. 2557 c.c. si applica non solo al caso dell'alienazione dell'azienda in senso tecnico ma anche a tutte le altre ipotesi in cui si verifica la sostituzione di un imprenditore all'altro nell'esercizio dell'impresa; è compresa l'ipotesi di cessione di sole quote sociali, se il cambio al vertice è la conseguenza diretta della volontà delle parti.

Cassazione civile sez. I  20 marzo 2009 n. 6865  

 

In tema di divieto di concorrenza, la disposizione contenuta nell'art. 2557 c.c., la quale stabilisce che chi aliena l'azienda deve astenersi, per un periodo di cinque anni dal trasferimento, dall'iniziare una nuova impresa che sia idonea a sviare la clientela dell'azienda ceduta, appropriandosi nuovamente dell'avviamento, non ha il carattere dell'eccezionalità, in quanto con essa il legislatore non ha posto una norma derogativa del principio di libera concorrenza, ma ha inteso disciplinare nel modo più congruo la portata di quegli effetti connaturali al rapporto contrattuale posto in essere dalle parti. Pertanto, non è esclusa l'estensione analogica del citato art. 2557 c.c. all'ipotesi di cessione di quote di partecipazione in una società in nome collettivo, ove il giudice del merito, con un'indagine che tenga conto di tutte le circostanze e le peculiarità del caso concreto, accerti che tale cessione abbia realizzato un "caso simile" all'alienazione d'azienda, producendo sostanzialmente la sostituzione di un soggetto ad un altro nell'azienda.

Cassazione civile sez. I  04 febbraio 2009 n. 2717  

 

Il divieto di concorrenza previsto dall'art. 2557 c.c. in caso di cessione di azienda è applicabile in via analogica all'ipotesi di cessione di quote di partecipazione societaria, qualora attraverso tale cessione si pervenga ad una specifica attività di impresa e a sostituire così un soggetto ad un altro nella gestione dell'impresa.

Tribunale Torino  22 gennaio 2009

 

Non è esclusa l'applicabilità in via analogica dell'art. 2557 c.c. all'ipotesi di cessione di quote sociali di azienda, nel caso in cui il giudice, con una rigorosa indagine che tenga conto di tutte le circostanze e le peculiarità del caso, accerti che tale cessione concreti un «caso simile» all'alienazione d'azienda, ossia che essa produca sostanzialmente la sostituzione di un soggetto ad un altro nell'azienda, avuto riguardo in particolare a quella componente del bene in parola rappresentata dall'avviamento, a tutela della cui acquisizione da parte dell'acquirente è dettato il divieto di concorrenza. (Conferma App. Milano 7 novembre 2003).

Cassazione civile sez. I  19 novembre 2008 n. 27505  

 

In tema di divieto di concorrenza, la disposizione contenuta nell'art. 2557 c.c., la quale stabilisce che chi aliena l'azienda deve astenersi, per un periodo di cinque anni dal trasferimento, dall'iniziare una nuova impresa che sia idonea a sviare la clientela dell'azienda ceduta, appropriandosi nuovamente dell'avviamento, non ha il carattere dell'eccezionalità, in quanto con essa il legislatore non ha posto una norma derogativa del principio di libera concorrenza, ma ha inteso disciplinare nel modo più congruo la portata di quegli effetti connaturali al rapporto contrattuale posto in essere dalle parti. Pertanto, non è esclusa l'estensione analogica del citato art. 2557 c.c. all'ipotesi di cessione di quote di partecipazione in una società di capitali, ove il giudice del merito, con un'indagine che tenga conto di tutte le circostanze e le peculiarità del caso concreto, accerti che tale cessione abbia realizzato un «caso simile» all'alienazione d'azienda, producendo sostanzialmente la sostituzione di un soggetto ad un altro nell'azienda. (Nella specie, la S.C. ha ritenuto immune da censure la pronuncia della corte territoriale, che, nel regime anteriore alla riforma societaria del 2003, aveva ritenuto non provata la cessione di azienda, in un caso di cessione del 50% delle quote ad altro socio, che già deteneva il restante 50% e rivestiva la carica di amministratore unico della società).

Cassazione civile sez. I  19 novembre 2008 n. 27505  

 

In tema di cessione d'azienda, il divieto di concorrenza, posto a carico dell'alienante dall'art. 2557, comma 1, c.c., non persegue un interesse pubblico, trattandosi di una norma di natura dispositiva che, prima dell'entrata in vigore della l. 12 agosto 1993 n. 310, con la quale è stato imposto l'obbligo della forma scritta ad probationem ai contratti di trasferimento della proprietà o del godimento dell'azienda, poteva essere derogata anche mediante un patto tacito, desumibile per facta concludentia dalla condotta delle parti.

Cassazione civile sez. I  16 aprile 2008 n. 10062  

 

L'art. 2557 c.c. trova applicazione (trattandosi di norma non di natura eccezionale) anche in ipotesi di scissione di società, laddove la scissione abbia prodotto un trasferimento globale di una azienda (o di un ramo d'azienda), intesa nella sua interezza ed autonomia gestionale, contabile ed imprenditoriale, in favore di una sola delle società risultanti dalla scissione.

Tribunale Catania  15 giugno 2007

 

Alla cessione di un ramo d'azienda conseguono, limitatamente ai rapporti inclusi nel ramo ceduto, gli effetti della cessione d'azienda regolati in via generale dagli art. 2557 e ss. c.c., e in particolare la successione nei contratti in corso disciplinata dall'art. 2558 c.c., il quale prevede che, qualora non sia pattuito diversamente, l'acquirente subentri nei contratti stipulati per l'esercizio dell'azienda stessa che non abbiano carattere personale. Sotto il profilo processuale il fenomeno comporta poi un'ipotesi di successione a titolo particolare del diritto controverso disciplinata dall'art. 111 c.p.c. con conservazione in capo al cedente, quale sostituto processuale del cessionario, della legittimazione processuale e della qualità di litisconsorte necessario. Nell'ipotesi in cui al dante causa non sia stato notificato l'atto di riassunzione della causa davanti al giudice di rinvio, la mancata partecipazione al processo del litisconsorte necessario, incidendo sull'integrità del contraddittorio, determina la nullità del giudizio.

Tribunale Bologna sez. II  22 maggio 2007 n. 1196  

 

La cessione di quote di partecipazione societaria può realizzare il presupposto del pericolo concorrenziale, disciplinato dall’art. 2557 c.c., analogo a quello conseguente alla cessione di azienda vera e propria, e ciò indipendentemente dalla natura giuridica della società in questione, ovvero dal fatto che essa sia di persone o di capitali, non potendo escludersi che attraverso la forma della cessione di quote si pervenga in realtà all'obiettivo di cedere una precipua attività di impresa. Il destinatario del divieto legale di concorrenza previsto dall'art. 2557 c.c., però, è esclusivamente colui che ha ceduto l'azienda o la quota di partecipazione societaria e non anche la società tramite la quale il cedente eserciti l’attività ritenuta concorrenziale.

Tribunale Belluno  28 febbraio 2007

 



 
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