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Art. 2570 codice civile: Marchi collettivi

I soggetti che svolgono la funzione di garantire l’origine (1), la natura o la qualità di determinati prodotti o servizi possono ottenere la registrazione di marchi collettivi per concederne l’uso, secondo le norme dei rispettivi regolamenti, a produttori o commercianti.


Commento

Registrazione: attribuisce al titolare del marchio il diritto all’uso esclusivo dello stesso su tutto il territorio nazionale, indipendentemente dall’effettiva diffusione territoriale dei suoi prodotti. La registrazione dei marchi avviene presso l’Ufficio italiano brevetti e marchi, istituito presso il Ministero delle attività produttive e dura dieci anni. È però rinnovabile sempre con efficacia decennale per un numero illimitato di volte.

 

Marchio collettivo: identifica il prodotto di una categoria di imprenditori; si distingue dal marchio di impresa in quanto il suo titolare è un soggetto che svolge la funzione di garantire che il prodotto contrassegnato presenti origine, natura e qualità determinate (es.: «Pura lana vergine», «Prosciutto di Parma»).

 

(1) I titolari dei marchi collettivi non svolgono attività d’impresa, ma hanno la facoltà di concedere in uso i marchi in questione a produttori o commercianti che si impegnano all’osservanza di specifici regolamenti. In senso conforme dispone l’art. 11, d.lgs. 30/2005 cit.


Giurisprudenza annotata

Marchi

Nel caso in cui una associazione non riconosciuta abbia ottenuto la registrazione di un marchio collettivo ai sensi dell'art. 2570 c.c. e dell'art. 2 r.d. n. 929 del 1942, la titolarità del marchio e l'esercizio dei diritti coperti dalla registrazione spettano all'associazione stessa in quanto soggetto esponente di un gruppo di imprenditori, utilizzatori di quel marchio. Pertanto i soggetti utilizzatori sono tutelati dall'ente che ha richiesto la registrazione, e mediante la partecipazione ad esso, giacché è la partecipazione che individua i titolari del diritto di uso.

Cassazione civile sez. I  29 agosto 1995 n. 9073  

 

Alle associazioni professionali ex art. 2601 c.c., legittimate per loro natura alla gestione di rapporti collettivi, la legge ha attribuito la legittimazione all'esercizio di un diritto tipicamente personale, quale è quello che riguarda le conseguenze della concorrenza sleale, atteso, appunto, l'interesse generale, ovvero della categoria, alla correttezza commerciale. Una associazione ex art. 2570 c.c., invece, non mira alla tutela di un interesse di categoria, ma dell'interesse dei propri aderenti, consistente nella valorizzazione sul mercato di uno specifico prodotto: ne consegue che tale associazione può ottenere ogni tutela di tipo reale nascente dalla violazione dei diritti dei marchi, oltreché il risarcimento di danni eventualmente ad essa direttamente derivanti da tale violazione, mentre non può allegare la violazione di diritti personali che non le appartengono, atteso che deve escludersi che possano essere lesi da atti di concorrenza sleale soggetti che non possono intrattenere rapporti di concorrenza.

Cassazione civile sez. I  29 agosto 1995 n. 9073  

 

Nel caso in cui un'associazione non riconosciuta, quale ente esponenziale di un determinato gruppo di imprenditori, abbia ottenuto, a norma degli art. 2570 c.c. e 2 r.d. 21 giugno 1942 n. 929, la registrazione di un marchio collettivo utilizzato dagli imprenditori associati, detta associazione, che non riveste la qualità di imprenditore e non ha lo scopo di tutelare interessi generali di categoria, ove vengano compiuti da terzi atti di abuso del marchio, mentre può ottenere ogni tutela di tipo reale nascente dalla violazione di tale diritto oltre che il risarcimento dei danni eventualmente derivanti da tale violazione, non è legittimata ad agire con l'azione di concorrenza sleale ai sensi dell'art. 2601 c.c.

Cassazione civile sez. I  29 agosto 1995 n. 9073  

 

Nel caso in cui una associazione non riconosciuta, quale ente esponenziale di un determinato gruppo di imprenditori, abbia ottenuto, a norma degli art. 2570 c.c. e 2 r.d. 21 giugno 1942 n. 929, la registrazione di un marchio collettivo utilizzato dagli imprenditori associati, detta associazione, che non riveste la qualità di imprenditore e non ha lo scopo di tutelare interessi generali di categoria, ove vengano compiuti da terzi atti di abuso del marchio, mentre può ottenere ogni tutela di tipo reale nascente dalla violazione di tale diritto oltre che il risarcimento dei danni eventualmente derivanti da tale violazione, non è legittimata ad agire con l'azione di concorrenza sleale ai sensi dell'art. 2601 c.c..

Cassazione civile sez. I  29 agosto 1995 n. 9073  

 

Conferendo, il marchio di qualità, una connotazione pubblicistica alle caratteristiche qualitative dei prodotti in seguito ad una valutazione riguardante più che momenti afferenti alla materia dei segni distintivi delle aziende e dei prodotti, il riscontro di particolari qualità dei prodotti coperti dal marchio di qualità stesso, in funzione di controllo, a differenza del marchio d'impresa e del marchio collettivo, che mirano, con una disciplina essenzialmente privatistica, a tutelare il segno distintivo o il nome di un prodotto di un'impresa (art. 2569 c.c.) o di più imprese associate o dipendenti (art. 2570 c.c.), ne consegue che il riconoscimento del marchio di qualità, volto a tutelare essenzialmente gli interessi dei consumatori, determina un'attività, da parte dell'amministrazione, che, non esaurendosi col riconoscimento, comporta anche un costante potere di vigilanza, che può perfino estendersi alla revoca del marchio in questione.

T.A.R. Bologna (Emilia-Romagna) sez. II  11 luglio 1990 n. 302  

 

 

Giurisdizioni

I marchi d'impresa, individuali e collettivi, hanno - ai sensi della disciplina privatistica per essi dettata dal r.d. del 21 giugno 1942, n. 929, come novellato ed aggiornato dal d.lgs. 4 dicembre 1992, n. 480 - precipua funzione di tutela del segno distintivo relativo alla provenienza del prodotto o alla garanzia dell'origine, natura o qualità di determinati prodotti o servizi e si distinguono dai marchi di qualità, che sono soggetti a disciplina pubblicistica e riconosciuti dallo Stato, nell'esercizio di una competenza ad esso riservato, per la valorizzazione di determinati prodotti agro-alimentari e la tutela del consumatore, con la conseguenza che per i marchi di qualità ove lo Stato stesso siasi a tal fine avvalso non dello strumento legislativo, ma di appositi provvedimenti, la verifica della legittimità dei medesimi spetta alla giurisdizione del giudice amministrativo ai sensi degli art. 26 e ss. del r.d. 26 giugno 1924 n. 1054, se chiesta in via d'impugnazione dei provvedimenti medesimi, siano essi di concessione del marchio o di revoca od anche di controllo della sua gestione, senza, peraltro, che ciò precluda al detto giudice di avvalersi, ai fini di quella verifica, di parametri tratti dalla disciplina privatistica dei marchi d'impresa, quali l'originalità e la distintività.

Cassazione civile sez. un.  11 aprile 1994 n. 3352  

 



 
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