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Art. 2590 codice civile: Invenzione del prestatore di lavoro

Il prestatore di lavoro ha diritto di essere riconosciuto autore dell’invenzione fatta nello svolgimento del rapporto di lavoro.

I diritti e gli obblighi delle parti relativi all’invenzione sono regolati dalle leggi speciali (1).


Commento

Prestatore di lavoro: colui il quale si obbliga, dietro retribuzione, a collaborare nell’impresa, prestando il proprio lavoro alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore [v. 2094].

 

(1) Relativamente alle invenzioni dei dipendenti, a norma dell’art. 64, d.lgs. 10-2-2005, n. 30 (Codice proprietà industriale), quando l’invenzione industriale è fatta nell’esecuzione di un rapporto di lavoro in cui l’attività inventiva è prevista come oggetto del contratto (cd. invenzione di servizio) e a tale scopo retribuita, i diritti derivanti dall’invenzione stessa appartengono al datore di lavoro, salvo il diritto spettante all’inventore di esserne riconosciuto autore. Se non è prevista una retribuzione, e l’invenzione è fatta nell’esecuzione di un contratto (cd. invenzione d’azienda), i diritti derivanti dall’invenzione appartengono al datore di lavoro, ma all’inventore spetta, qualora il datore di lavoro ottenga il brevetto, un equo premio.

 

Qualora non ricorrano le condizioni previste e si tratti di invenzione industriale che rientri nel campo di attività del datore di lavoro, quest’ultimo ha il diritto di opzione per l’uso dell’invenzione o per l’acquisto del brevetto, nonché per la facoltà di chiedere od acquisire, per la medesima invenzione, brevetti all’estero.

 

Per le invenzioni dei ricercatori delle università e degli enti pubblici di ricerca, in deroga all’art. 64, d.lgs. 30/2005 quando il rapporto di lavoro intercorre con un’università o con una pubblica amministrazione avente finalità di ricerca, il ricercatore è titolare esclusivo dei diritti derivanti dall’invenzione brevettabile di cui è autore [v. anche art. 2577 nota (1)].

 


Giurisprudenza annotata

Brevetti

In tema di controversie concernenti i diritti del lavoratore che abbia realizzato una invenzione industriale, la competenza del giudice del lavoro sulla base del disposto degli art. 409 ss. c.p.c. va affermata fino all'entrata in vigore del d.lg. n. 30 del 2005 (codice della proprietà industriale), che ha esplicitamente previsto, con portata innovativa, l'attribuzione di tali controversie alle sezioni specializzate in materia di proprietà industriale e intellettuale, senza che abbia rilievo l'art. 3 d.lg. n. 168 del 2003, istitutivo delle predette sezioni, in forza del quale queste ultime sono state rese competenti in materia di controversie aventi ad oggetto, tra l'altro, i brevetti d'invenzione, atteso che nell'alternativa tra due giudici specializzati (quello del lavoro e quello della proprietà industriale), la competenza deve essere naturalmente assegnata al giudice che conosce della materia prevalente e che le controversie sulle invenzioni del dipendente non rientrano nella categoria delle controversie in materia di registrazione o validità dei brevetti a norma dell'art. 16 punto 4 della convenzione di Bruxelles del 2 settembre 1968 (cfr. Corte di giustizia Ce 15 novembre 1983 n. 228), delle quali pertanto non esigono il medesimo trattamento processuale.

Cassazione civile sez. lav.  28 agosto 2006 n. 18595

 

Il dipendente che, nel corso del rapporto di lavoro, abbia realizzato un'opera grafica della quale il datore di lavoro abbia fatto un'utilizzazione economica brevettandola come marchio d'impresa, non ha diritto all'equo compenso previsto dall'art. 23 r.d. n. 1127 del 1939, non avendo realizzato un'invenzione industriale, bensì un disegno ornamentale (al quale sarebbe applicabile la diversa disciplina dettata dall'art. 7 r.d. n. 1411 del 1940, non prevedente alcun diritto a compenso), posto che non pare configurabile una "invenzione" del marchio in relazione all'ideazione dell'opera grafica; peraltro, una rivendicazione di contenuto economico non potrebbe trovare fonte neppure nella disciplina in materia di marchi, atteso che un diritto patrimoniale in relazione all'uso di un marchio può essere rivendicato soltanto per illiceità dell'uso medesimo, o in forza di un contratto di cessione del bene immateriale, onde, in mancanza di una disciplina giuridica o contrattuale, l'ideatore dell'opera grafica dalla quale altri abbia tratto utilità economica servendosene come marchio d'impresa potrebbe soltanto essere legittimato, in presenza delle relative necessarie condizioni, all'esperimento dell'azione sussidiaria per ingiustificato arricchimento.

Cassazione civile sez. lav.  12 aprile 1999 n. 3599  

 

L'equo premio previsto dall'art. 23 del r.d. n. 1127 del 1939 per le invenzioni di azienda va determinato con riferimento all'importanza e non al prezzo dell'invenzione, indipendentemente da un rapporto di proporzionalità con la retribuzione, consistendo in una prestazione straordinaria di carattere indennitario corrisposta per una prestazione straordinaria del lavoratore, senza potersi assimilare al prezzo di una vendita, in quanto l'acquisto dei diritti derivanti dall'invenzione in favore dell'imprenditore non è l'effetto di un negozio traslativo. (Nella specie, sancendo tale principio, la Suprema Corte ha confermato la sentenza con la quale i giudici di merito, nel quantificare il premio suddetto, avevano prestato adesione alle risultanze di una consulenza tecnica, elaborata in base alla cosiddetta formula tedesca, ma con opportuni correttivi della medesima, idonei ad evitare il risultato di una quantificazione parametrata sul solo valore commerciale dell'invenzione).

Cassazione civile sez. lav.  02 aprile 1990 n. 2646  

 

Poiché l'equo premio previsto dall'art. 23 del r.d. 29 giugno 1939 n. 1127 compete solamente per le invenzioni di azienda in cui manca la specifica previsione contrattuale del risultato inventivo e non anche per le invenzioni di servizio in cui l'attività inventiva è svolta come oggetto dell'obbligazione e l'invenzione è considerata dalle parti come la ragione stessa dell'attività di lavoro, che viene trasferita al datore di lavoro senza alcun correlativo diritto patrimoniale dell'inventore, ad eccezione di una specifica retribuzione, il giudice, al fine di qualificare la fattispecie concreta deve, in primo luogo, compiere - attenendosi a rigorosi criteri restrittivi - uno specifico esame delle clausole contrattuali per accertare la previsione contrattuale o meno dell'attività inventiva del lavoratore e se esse abbiano avuto esecuzione e riscontro nel comportamento successivo delle parti. Poiché, poi, quando si è in presenza di invenzioni di servizio, la retribuzione costituisce lo specifico corrispettivo dell'attività inventiva, dedotta in contratto, occorre stabilire la correlazione tra tale corrispettivo e la qualificata prestazione lavorativa, accertando se effettivamente sia stata pattuita e corrisposta al dipendente una retribuzione superiore a quella normale proprio perché obbligato a svolgere attività inventiva. L'obbligo di tale accertamento non può ritenersi soddisfatto dal generico riferimento alla corresponsione di una retribuzione superiore a quella della categoria di appartenenza del lavoratore, senza l'indicazione degli analitici e specifici elementi, che giustifichino la correlazione causale tra prestazione e retribuzione.

Cassazione civile sez. lav.  02 aprile 1990 n. 2646  

 

 

Diritti d'autore

Qualora risulti che la prestazione è stata intesa dalle parti come funzionale ad uno specifico risultato (quale la realizzazione di un bene immateriale) considerato come la ragione stessa del rapporto, i diritti patrimoniali sono attribuiti totalmente al datore di lavoro, con la conseguenza che, ferma restando la piena libertà dispositiva delle parti, non sarà il datore di lavoro a dover provare quali diritti sono trasferiti, bensì il lavoratore a dover dimostrare che le parti, secondo quanto risulta dall'accordo, dal comportamento delle stesse o da un eventuale patto contrario, hanno inteso limitare l'attribuzione solo a talune facoltà patrimoniali.

Cassazione civile sez. lav.  01 luglio 2004 n. 12089  

 

Dal complesso delle norme esistenti nel nostro ordinamento, è enucleabile il principio in base al quale devono essere attribuiti al datore di lavoro i diritti di utilizzazione economica dei risultati creativi realizzati dal dipendente in esecuzione del rapporto di lavoro (non oggetto di tutela brevettale), senza necessità di alcun atto di trasferimento ma quale effetto naturale (non necessario, e quindi derogabile) dello stesso, mentre i diritti morali restano in capo all'autore. Affinché il principio lavoristico possa prevalere sulla regola generale consacrata nell'art. 2576 c.c. e nell'art. 6 della legge d'autore, l'interprete è tenuto a verificare in modo rigoroso l'esistenza di uno stretto nesso di causalità tra l'attività dovuta e la creazione realizzata, accertando che questa costituisca l'esito programmato della prima (nel caso di specie, la Corte ha ritenuto che, nel particolare contesto del rapporto di lavoro giornalistico, i cui contenuti professionali sono caratterizzati da una notevole dose di creatività, nella ipotesi in cui l'attività inventiva si sia svolta all'interno e nel corso dello svolgimento del rapporto, traendo non solo spunto occasionale, ma anche mezzi ed elementi cognitivi dalla struttura editoriale nella quale l'attività giornalistica si sia espletata, sicché essa possa essere apprezzata quale naturale e prevedibile sviluppo dell'attività dedotta nel contratto, il contratto di lavoro di per sè determina il trasferimento al datore dei diritti di utilizzazione economica, senza bisogno di contratto di edizione).

Cassazione civile sez. lav.  01 luglio 2004 n. 12089  

 

 

Lavoro subordinato

In caso di invenzione di azienda il diritto del lavoratore all'equo premio e il correlativo obbligo del datore di lavoro di corrisponderlo sorgono solo con il conseguimento del brevetto, non essendo sufficiente che si tratti di innovazioni suscettibili di brevettazione ma non ancora brevettate; a tale diritto, trattandosi di una controprestazione straordinaria a carattere indennitario corrisposta "una tantum" per una prestazione altrettanto straordinaria, costituita dal risultato inventivo non rientrante nell'attività dovuta dal lavoratore, si applica la prescrizione decennale prevista dall'art. 2946 c.c. ed il termine di prescrizione inizia a decorrere dal momento in cui il diritto è esigibile, ovvero dalla data di concessione del brevetto.

Cassazione civile sez. lav.  19 luglio 2003 n. 11305  

 

L'elemento distintivo tra invenzione di servizio e invenzione d'azienda consiste nel fatto che, nel primo caso, oggetto del contratto di lavoro è l'attività inventiva, cioè il particolare impegno per raggiungere un risultato prefigurato dalle parti, per il che, a fronte di tale peculiare impegno, è corrisposta una speciale retribuzione che serve proprio a compensare lo sforzo di ricerca di un "quid novi" assunto contrattualmente.

Cassazione civile sez. lav.  19 luglio 2003 n. 11305



 
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