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Art. 2595 codice civile: Limiti legali della concorrenza

La concorrenza deve svolgersi in modo da non ledere gli interessi dell’economia nazionale (1) e nei limiti stabiliti dalla legge e dalle norme corporative.


Commento

Concorrenza: normale competizione tra persone o enti che cercano di affermarsi in un determinato settore commerciale, per conquistare un mercato e mantenere la clientela.

 

(1) Il fondamento e il limite della libertà di iniziativa economica privata [v. Cost. 41] e del modello concorrenziale di mercato è costituito dal pubblico interesse.

 


Giurisprudenza annotata

Concorrenza

Il patto di non concorrenza post contrattuale rimanere valido in qualsiasi ipotesi di cessazione del rapporto di agenzia, anche in caso di recesso dell’agente per giusta causa.

Tribunale Bolzano  16 giugno 2006

 

Il ricordare alla propria clientela che la vendita dei propri prodotti continua esclusivamente nel tradizionale e noto locale dell'azienda non è atto idoneo ad arrecare discredito o danno alla società concorrente, e, pertanto, non integra gli estremi della concorrenza sleale.

Tribunale Piacenza  07 agosto 1989

 

 

Industria e commercio

Il reato di illecita concorrenza (art. 513 bis c.p.) è integrato da comportamenti che, per essere attuati con minaccia o violenza, configurano una concorrenza illecita, anche se non consistente negli atti giuridici previsti dall'art. 2595 c.c., e si concretizzano in forme di intimidazione, tipiche della criminalità organizzata, che tendono a controllare le attività commerciali, industriali o produttive o, comunque, a condizionarle, giacché il riferimento alle condotte tipiche della criminalità organizzata non definisce l'ambito di applicabilità della norma (restringendolo alle sole operazioni di criminalità organizzata e a condotte di appartenenti ad organizzazioni criminali) ma caratterizza i comportamenti punibili.

Cassazione penale sez. II  15 marzo 2005 n. 13691  

 

Il reato di illecita concorrenza con minaccia o violenza, di cui all'art. 513 bis c.p., benché menzioni comportamenti rientranti fra le forme di intimidazione tipiche della criminalità organizzata, ed utilizzate generalmente per controllare le attività commerciali, industriali o produttive o comunque condizionarle, non intende affatto dimensionare restrittivamente l'ambito di applicabilità della norma nelle sole operazioni di criminalità organizzata; per cui per la sussistenza del reato non è necessario che la condotta si realizzi in ambienti di criminalità organizzata, nè che l'autore appartenga ad un'organizzazione criminale, nè sono necessari atti di concorrenza nel senso tecnico - giuridico di cui all'art. 2595 c.c.

Cassazione penale sez. III  15 febbraio 1995 n. 450  

 

 

Responsabilità civile

In tema di responsabilità risarcitoria, ai sensi dell'art. 2043 c.c., per la denuncia di un reato perseguibile d'ufficio, in caso di proscioglimento od assoluzione del denunciato, il riscontro del presupposto della calunniosità della denuncia medesima, e, cioè, di un comportamento doloso del denunciante, per aver agito con la consapevolezza dell'altrui innocenza, deve essere riscontrato alla stregua del contenuto sostanziale dei fatti esposti, in quanto rivelatore di una cosciente alterazione della verità, ed a prescindere pertanto, dal mero rilievo di espressioni offensive, o di qualificazioni delittuose adottate dal denunciante medesimo, che possono spiegare eventuali effetti solo sotto il diverso profilo della tutela di altri beni giuridici, attinenti alla personalità ed alla integrità morale (art. 7 c.c., 594 e 595 c.p.) ovvero alla libertà dell'attività sociale ed imprenditoriale (art. 2595-2600c.c.) nel concorso delle relative condizioni.

Cassazione civile sez. III  13 febbraio 1982 n. 897  

 

In tema di responsabilità risarcitoria, ai sensi dell'art. 2043 c.c., per la denuncia di un reato perseguibile d'ufficio, in caso di proscioglimento od assoluzione del denunciato, il riscontro del presupposto della calunniosità della denuncia medesima, e, cioè, di un comportamento odioso del denunciate, per aver agito con la consapevolezza dell'altrui innocenza, deve essere riscontrata alla stregua del contenuto sostanziale dei fatti esposti, in quanto rivelatori di una cosciente alterazione della verità, ed a prescindere pertanto, dal mero rilievo di espressioni offensive, e di qualificazioni delittuose adottate dal denunciante medesimo, che possono spiegare eventuali effetti solo sotto il diverso profilo della tutela di altri beni giuridici, attinenti alla personalità ed alla integrità morale (art. 7 c.c., art. 594, 595 c.p.), ovvero alla libertà dell'attività sociale ed imprenditoriale (artt. 2595-2600 c.c.), nel concorso delle relative condizioni.

Cassazione civile sez. III  13 febbraio 1982 n. 897  



 
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