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Art. 2596 codice civile: Limiti contrattuali della concorrenza

Il patto che limita la concorrenza deve essere provato per iscritto. Esso è valido se circoscritto ad una determinata zona o ad una determinata attività, e non può eccedere la durata di cinque anni.

Se la durata del patto non è determinata o è stabilita per un periodo superiore a cinque anni, il patto è valido per la durata di un quinquennio.


Commento

Dalla norma si desume come la libertà di iniziativa economica [v. Cost. 41] e di concorrenza sia parzialmente disponibile in quanto la stipulazione di accordi restrittivi della concorrenza è sottoposta a condizioni ben precise ai fini soprattutto di certezza giuridica. Scopo esclusivo della norma è quello di tutelare il soggetto che assume l’obbligo di non concorrenza, evitando un’eccessiva compressione della sua libertà di iniziativa economica. Inoltre, non tutti i patti limitativi della concorrenza sono soggetti alla suddetta disciplina.


Giurisprudenza annotata

Divieto di concorrenza

In tema di divieto di concorrenza, l'art. 2557 cod. civ. non ha natura eccezionale poiché non è diretto a derogare al principio di libera concorrenza, ma solo a disciplinare, nel modo più congruo, la portata degli effetti connaturali al rapporto contrattuale intercorso tra le parti, sicchè ne è consentita l'estensione analogica all'ipotesi del cedente l'azienda che abbia poi intrapreso un'attività commerciale concorrente avvalendosi della partecipazione in un'impresa familiare per dissimulare la propria posizione. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che aveva ritenuto violato il divieto di cui alla predetta norma ad opera del cedente un esercizio commerciale per la vendita di frutta e verdura che, successivamente, era entrato a far parte, con una quota minoritaria, di un'impresa familiare, la cui quota di maggioranza era detenuta da sua sorella e di cui erano partecipi anche la moglie ed un nipote, che gestiva minimercati alimentari sulla medesima strada dell'azienda ceduta, gestendo personalmente il reparto ortofrutticolo - pari al venticinque percento dell'ambito merceologico dell'impresa - e pubblicizzando il proprio nome alla radio e sulle buste della spesa). Rigetta, App. L'Aquila, 06/11/2008

Cassazione civile sez. I  25 giugno 2014 n. 14471

 

La clausola di esclusiva inserita in un contratto di somministrazione, in virtù del principio generale di libertà delle forme negoziali, deve avere la medesima forma prevista per il contratto cui accede e non soggiace all'operatività dell'art. 2596 cod. civ. che impone tale forma, "ad probationem", per il patto che limita la concorrenza. Rigetta, App. Roma, 31/05/2007

Cassazione civile sez. III  23 settembre 2013 n. 21729

 

Le clausole di non concorrenza inserite nei contratti risultano valide ancorché non specificamente sottoscritte, non necessitando esse di alcuna doppia sottoscrizione qualora i contratti non siano predisposti unilateralmente e non rivestendo i resistenti la qualità di consumatore, né risulta applicabile nella specie l'art. 2596 c.c. in quanto dette clausole non costituiscono accordi autonomi ma accedono ad una regolamentazione di più ampio contenuto.

Tribunale Milano Sez. Proprieta' Industriale e Intellettuale  01 giugno 2011

 

Il patto di non concorrenza, concluso ai sensi dell'art. 2596 c.c. e destinato a fissare una limitazione all'attività contrattuale verso una serie indeterminata di soggetti, tra cui accidentalmente anche la p.a., non integra di per sé il reato di turbata libertà degli incanti, di cui all'art. 353 c.p. - nella parte in cui esso prevede un'intesa, più o meno clandestina, che ha come finalità esclusiva l'impedimento o la turbativa della gara o l'allontanamento degli offerenti ed il conseguente dolo, cioè la volontà consapevole di determinare uno dei predetti risultati con quei mezzi - né, quindi, appare viziato da nullità virtuale, ai sensi dell'art. 1418 c.c.; non è invero ammissibile, già per la sua previsione come obbligo legale accedente all'alienazione d'azienda (ex art. 2557 c.c.) ovvero al suo affitto (ex art. 2562 c.c.), ipotizzarne a priori la sua contrarietà a norme imperative in caso di contingente applicabilità a forme di partecipazione ad incanti pubblici, il che, in caso di impresa attiva esclusivamente o in via prevalente nel settore dei contratti pubblici, imporrebbe, di fatto, la sua disapplicazione.

Cassazione civile sez. I  14 gennaio 2011 n. 813

 

 

Lavoro subordinato

Sebbene la legge non imponga al lavoratore parasubordinato un dovere di fedeltà, tuttavia il dovere di correttezza della parte in un rapporto obbligatorio (art. 1175 cod. civ.) e il dovere di buona fede nell'esecuzione del contratto (art. 1375 cod. civ.) vietano alla parte di un rapporto collaborativo di servirsene per nuocere all'altra, sì che l'obbligo di astenersi dalla concorrenza nel rapporto di lavoro parasubordinato non è riconducibile direttamente all'art. 2125 cod. civ. - che disciplina il relativo patto per il lavoratore subordinato alla cessazione del contratto - ma, permeando come elemento connaturale ogni rapporto di collaborazione economica, rientra nella previsione dell'art. 2596 cod. civ. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata che aveva ritenuto applicabile ad un rapporto di lavoro parasubordinato la disciplina del patto limitativo della concorrenza ex art. 2596 cod. civ., ricorrendone uno dei presupposti, previsti in via disgiuntiva, costituito dalla delimitazione ad una determinata attività, escludendo così la nullità della pattuizione per l'indiscriminato ambito geografico mondiale del vincolo negoziale). Rigetta, App. Torino, 16/04/2007

Cassazione civile sez. lav.  21 marzo 2013 n. 7141

 

La previsione della risoluzione del patto di non concorrenza rimessa all'arbitrio del datore di lavoro concreta una clausola nulla per contrasto con norme imperative, atteso che la limitazione allo scioglimento dell'attività lavorativa deve essere contenuta - in base a quanto previsto dall'art. 1225 c.c., interpretato alla luce degli art. 4 e 35 della carta costituzionale - entro limiti determinati di oggetto, tempo e luogo, e va compensata da un maggior corrispettivo. Ne consegue che non può essere attribuito al datore di lavoro il potere unilaterale di incidere sulla durata temporale del vincolo o di caducare l'attribuzione patrimoniale pattuita.

Cassazione civile sez. lav.  08 gennaio 2013 n. 212

 

 

Procedimento amministrativo

La clausola, contenuta in una convenzione intervenuta tra il Comune ed il privato che accede ad una variante urbanistica e al successivo permesso di costruire aventi ad oggetto un immobile da adibire a struttura di vendita al minuto (convenzione conclusa ex art. 2, comma 3, d.P.R. 20 ottobre 1998 n. 447, e assimilabile alle convenzioni che accedono ai piani attuativi ai sensi dell'art. 28, comma 5, l. 17 agosto 1942 n. 1150), che prevede la rinuncia definitiva da parte della Società ricorrente di avvalersi della facoltà di apertura domenicale antimeridiana del supermercato, esorbita dai limiti previsti dall'art. 11, comma 5, della l. 7 agosto 1990 n. 241, il quale impone in ogni caso il perseguimento del pubblico interesse, invece compromesso dalla lesione alla concorrenza che in tal modo è attuata; peraltro, anche dal punto di vista civilistico si deve rilevare che i patti eccessivamente limitativi della libertà economica individuale sono nulli perché in contrasto con i principi di ordine pubblico economico ricavabili dalle norme di cui agli art. 41 e 117, comma 2, lett. e) della Costituzione e di cui all'art. 2 della l. 10 ottobre 1990 n. 287, e che le clausole di non concorrenza sono viste con sfavore dall'ordinamento al punto da essere considerate nulle ove illimitate e non contenute entro convenienti limiti di tempo (cfr. c.c. art. 1379, 2125, 2596): una clausola siffatta è pertanto nulla, anche alla luce dei principi e delle norme dell'ordinamento civile, ai sensi degli art. 1418 e 1343 c.c.

T.A.R. Venezia (Veneto) sez. III  17 marzo 2010 n. 849



 
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