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Art. 2599 codice civile: Sanzioni

La sentenza che accerta atti di concorrenza sleale ne inibisce la continuazione e dà gli opportuni provvedimenti affinché ne vengano eliminati gli effetti.


Commento

Concorrenza sleale: fatti e atti che violano le regole di comportamento fissate dalla legge e che devono essere osservate dagli imprenditori.

 

La norma prevede a favore del soggetto leso da atti di concorrenza sleale una tutela specifica, inibitoria e/o reintegratoria. Le suddette azioni e le relative sanzioni prescindono dal dolo o dalla colpa dell’imprenditore «scorretto» e dall’esistenza di un danno patrimoniale attuale.

 


Giurisprudenza annotata

Concorrenza sleale

In tema di concorrenza sleale, il carattere essenziale e tipico dell'azione inibitoria ex art. 2599 cod. civ. è quello di apprestare una tutela giurisdizionale preventiva rivolta verso il futuro. Ne consegue che la pronuncia di inibitoria implica non solo l'ordine di cessare una attività in atto, ma anche quello di astenersi in futuro dal compiere una certa attività, pur se nel frattempo cessata. Rigetta, App. Milano, 18/03/2006

Cassazione civile sez. I  13 marzo 2013 n. 6226  

 

In tema di concorrenza sleale, la perdita di chance configura un comportamento lesivo, trattandosi di una interferenza illecita sulla serie causale, che avrebbe condotto al conseguimento di un profitto di mercato; ne discende che il danno relativo non può che essere valutato sulla base della considerazione di una potenzialità, poi venuta meno

Cassazione civile sez. I  18 maggio 2012 n. 7927  

 

In tema di concorrenza sleale, la funzione dell'azione inibitoria di cui all'art. 2599 c.c. mette capo ad una pronuncia che, sebbene non suscettibile di attuazione diretta nelle forme dell'esecuzione forzata, può costituire oggetto di giudicato, consentendo di «acquisire» ad un eventuale secondo giudizio di cognizione l'accertamento, compiuto nel primo giudizio, dell'illiceità dell'atto ex art. 2598 c.c.; i principi sui limiti oggettivi di tale giudicato sono rispettati se fra i due comportamenti (quello considerato nella pronuncia inibitoria e quello successivamente realizzato) sussista un'identità di genere e specie, all'interno della quale le eventuali variazioni meramente estrinseche e non caratterizzanti non possono fare escludere l'operatività della pronuncia medesima; ne consegue che se oggetto della seconda azione non è l'accertamento dell'adempimento del giudicato formatosi sulla prima pronuncia inibitoria, bensì la verifica di nuovi comportamenti pubblicitari in funzione anticoncorrenziale, la predetta identità non sussiste, né dunque può essere invocato alcun giudicato. (Fattispecie decisa con riguardo ad una prima pronuncia che inibiva ad una società l'uso di una certa denominazione nella pubblicità se non previa adozione di particolari accorgimenti, oggetto di azione ritenuta dalla S.C. diversa rispetto alla successiva azione con cui veniva domandata sia l'inibizione totale all'utilizzo della medesima denominazione altresì nella ragione sociale del concorrente convenuto sia l'accertamento dell'usurpazione del marchio).

Cassazione civile sez. I  21 maggio 2008 n. 13067  

 

 

Provvedimenti d'urgenza

L'eccezione preliminare di inammissibilità del ricorso ex art. 700 c.p.c., per la mancata indicazione della causa di merito, risulta infondata quando la parte ricorrente abbia qualificato il comportamento della resistente come integrante una delle ipotesi di cui all'art. 2598 n. 3 c.c. e abbia quindi chiesto, quale provvedimento urgente idoneo ad assicurare provvisoriamente gli effetti della decisione sul merito, la misura dell'inibitoria. Infatti, dall'esame degli art. 2598 e ss. c.c., è chiara e individuabile la tutela che in sede di merito può essere accordata a chi agisce sulla base di tali norme: il mantenimento dell'inibitoria ex art. 2599 c.c. e la tutela risarcitoria ex art. 2600 c.c.

Tribunale Torino  29 dicembre 2004

 

 

Marchi

Poiché il dolo o la colpa non sono elementi costitutivi della fattispecie legale della concorrenza sleale che si qualifica per la sua oggettiva difformità rispetto ai principi della correttezza professionale e per la sua idoneità a danneggiare l'altrui azienda, e poiché - conseguentemente - l'affermazione della illiceità concorrenziale ai fini dell'inibitoria di cui all'art. 2599 c.c. non richiede un'autonoma indagine in ordine alla sussistenza dell'elemento soggettivo, l'inesigibilità da parte del "provider" del controllo sui materiali presentati nei siti internet degli utenti e sui rapporti tra questi ultimi ed i titolari di marchi più o meno celebri di cui essi facciano uso nelle loro pagine web non esclude che, una volta accertata la scorrettezza nell'uso delle pagine web, sussista la corresponsabilità del "provider" a norma degli art. 2055 c.c. e 7, comma 13, d.lg. 25 gennaio 1992 n. 74 (in applicazione di questo principio il collegio del tribunale di Napoli ha confermato l'ordinanza reclamata che aveva ordinato ad Infostrada di provvedere all'immediata cancellazione dalla rete di tutte le pagine attivate da Borrelli e compagni nelle quali direttamente o a mezzo di collegamenti palesi od occulti erano stati illegittimamente usati i nomi della S.p.A. Philips e della S.p.A. Grundig Italiana).

Tribunale Napoli  15 maggio 2002



 
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