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Art. 2600 codice civile: Risarcimento del danno

Se gli atti di concorrenza sleale sono compiuti con dolo o con colpa, l’autore è tenuto al risarcimento dei danni.

In tale ipotesi può essere ordinata la pubblicazione della sentenza.

Accertati gli atti di concorrenza, la colpa si presume.


Commento

Concorrenza sleale: [v. 2599]; Risarcimento del danno: [v. Libro IV, Titolo IX].

 

L’articolo in esame si riferisce alla riparazione dei danni già maturati nella sfera giuridica dell’imprenditore leso da atti di concorrenza sleale, purché ricorrano i presupposti previsti dalla norma stessa (dolo o colpa e danno patrimoniale attuale).


Giurisprudenza annotata

Risarcimento del danno

In tema di concorrenza sleale, l'ordine di pubblicazione della sentenza che abbia accertato l'esistenza di atti concorrenziali "contra legem" ex art. 2600, secondo comma, cod. civ., nonché le modalità con le quali esso deve essere eseguito, costituisce misura discrezionale e insindacabile del giudice di merito, non finalizzata al risarcimento del danno, ma avente natura di sanzione autonoma, diretta a portare a conoscenza del pubblico la reintegrazione del diritto offeso, al fine di ricostruire l'immagine del titolare del marchio. Rigetta, App. Venezia, 05/04/2006

Cassazione civile sez. I  12 marzo 2014 n. 5722  

 

È configurabile la lesione alla reputazione di un ente collettivo, con conseguente risarcibilità del danno non patrimoniale, derivante dalla diminuzione della considerazione da parte dei consociati in genere, o di settori o categorie di essi con le quali l'ente interagisca, allorquando l'atto lesivo che determina la proiezione negativa sulla reputazione dell'ente sia immediatamente percepibile dalla collettività o da terzi. (Nella specie, la S.C. ha cassato la sentenza di merito, per non aver compiuto alcun accertamento circa gli effetti sull'immagine di una società conseguenti all'atto di concorrenza sleale, consistito nello storno di dipendenti e nella distruzione della rete di distribuzione dei prodotti della società autrice dell'illecito, dal momento che non necessariamente la collettività è tenuta ad attribuire a tali circostanze valenza negativa, ben potendo esse rientrare nei sempre possibili mutamenti della struttura aziendale). Cassa con rinvio, App. Milano, 28/09/2010

Cassazione civile sez. I  25 luglio 2013 n. 18082  

 

L'ordine di pubblicazione del dispositivo della sentenza che accerti atti di concorrenza sleale e le modalità in cui esso deve essere eseguito costituiscono esercizio di un potere discrezionale ed insindacabile del giudice del merito, che prescinde dalla stessa individuazione del danno e della sua riparabilità mediante la pubblicazione dell'indicato dispositivo, trattandosi di sanzione autonoma, diretta a portare a conoscenza del pubblico la reintegrazione del diritto offeso. Rigetta, App. Milano, 18/03/2006

Cassazione civile sez. I  13 marzo 2013 n. 6226  

 

In tema di brevetto per modello di utilità, l'imitazione servile del prodotto di impresa concorrente può configurare atto di concorrenza sleale a prescindere dalla circostanza che il prodotto imitato costituisca oggetto di privativa; tuttavia, il danno cagionato dalla commercializzazione in tale ipotesi non è in re ipsa, ma, essendo conseguenza diversa ed ulteriore dell'illecito di violazione di privativa rispetto alla distorsione della concorrenza, richiede di essere provato secondo i principi generali che regolano le conseguenze del fatto illecito, solo tale avvenuta dimostrazione consentendo al giudice di passare alla liquidazione del danno.

Cassazione civile sez. I  16 gennaio 2013 n. 1000  

 

L'art. 2601 c.c. attribuisce anche alle associazioni professionali la legittimazione a promuovere l'azione per la repressione della concorrenza sleale. Detta azione, volta a reprimere i fatti di concorrenza sleale, è diversa da quella risarcitoria, meramente eventuale, prevista dall'art. 2600 c.c. (confermata, nella specie la decisione dei giudici d'appello che avevano escluso la sussistenza di un danno risarcibile in favore dell'Associazione Dentisti per l'azione intrapresa contro due odontoiatri accusati di esercizio abusivo della professione, sul rilievo che l'A.N.D.I. non esercita l'attività medica e, pertanto, non aveva subito alcuna sottrazione di clientela per effetto della concorrenza sleale).

Cassazione civile sez. III  09 maggio 2012 n. 7047  

 

Affinché si possa configurare l’illecito di concorrenza sleale non è sufficiente che l’azione sia oggettivamente e soggettivamente tale da arrecare un vantaggio all’agente e un pregiudizio al concorrente ma occorre che la condotta sia posta in essere con mezzi contrari ai principi di correttezza professionale, in quanto è tale modalità nell’agire a denotare l’esistenza dell’animus nocendi, che quale elemento soggettivo è presunto “iuris tantum” nell’illecito concorrenziale.

Corte appello Torino sez. I  23 settembre 2010 n. 1367  

 

Nel determinare l'entità del risarcimento conseguente ad un illecito anticoncorrenziale, il giudice ben può far riferimento a quello che sarebbe stato il presumibile andamento della società vittima del comportamento scorretto, nell'ipotesi in cui il concorrente non avesse dato corso all'operazione costituente atto sleale, a nulla rilevando, al fine di escludere la legittimità di tale liquidazione, che l'impresa vittima dell'illecito sia fallita, soprattutto qualora sia ravvisabile il contributo causale del comportamento vietato al verificarsi di tale evento

Corte appello Roma  07 gennaio 2008 n. 41  

 

L’inversione dell’onere della prova stabilito dall’art. 2600 c.c., comma 3 riguarda l’elemento psicologico, ma non la sussistenza degli atti di concorrenza e la slealtà della stessa: cionondimeno, deve essere confermata la decisione d’appello in cui siano indicate le fonti di convincimento da cui il giudice ha tratto la prova della sussistenza degli atti di concorrenza sleale, ben potendo la prova di tali atti essere desunta anche presuntivamente dalle risultanze processuali indicate nella sentenza,senza che sia possibile - sotto il profilo dell’errore di diritto - riproporre in sede di legittimità valutazioni ed apprezzamenti dei fatti che attengono al merito della controversia (fattispecie in tema di sponsorizzazione sportiva).

Cassazione civile sez. I  02 luglio 2007 n. 14967  

 

In tema di concorrenza sleale, nell’ipotesi in cui l’illecito provato in giudizio sia circoscritto ad un unico episodio isolato, verificatosi più di dieci anni orsono, relativo alla condotta di un modesto esercente al dettaglio, la domanda di pubblicazione della sentenza non può essere accolta né ai sensi dell’art. 2600 c.c. (visto che non si configura, in assenza della reiterazione del comportamento illecito, l’ipotesi di concorrenza sleale), né ai sensi dell’art. 120 c.p.c., in quanto la pubblicazione della sentenza finirebbe per essere una forma di risarcimento eccessivamente allargata rispetto all’ambito di diffusione della condotta illecita.



 
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