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Art. 2601 codice civile: Azione delle associazioni professionali

Quando gli atti di concorrenza sleale pregiudicano gli interessi di una categoria professionale, l’azione per la repressione della concorrenza sleale può essere promossa anche dalle associazioni professionali e dagli enti che rappresentano la categoria.


Commento

Concorrenza sleale: [v. 2599].

 

La normativa vigente considera come legittimati a reagire contro gli atti di concorrenza sleale solo gli imprenditori concorrenti o le loro associazioni di categoria. Non attribuisce, quindi, ai singoli consumatori e alle relative associazioni un potere di azione. Sicché l’interesse dei consumatori a non essere tratti in inganno nelle loro scelte, è tutelato dalla disciplina della concorrenza solo in modo mediato e riflesso.


Giurisprudenza annotata

Azioni

Per la sussistenza della legittimazione delle associazioni ai fini di cui all'art. 2601 cod.civ., è necessario verificare il carattere plurioffensivo della condotta della quale si richiede la repressione, nel senso che essa, oltre a ledere l'interesse di uno o più imprenditori, implichi la diretta lesione dell'interesse specifico del quale l'associazione professionale è portatrice. Alla luce di tale principio non è ammissibile un'azione per la repressione della concorrenza sleale promossa da un'associazione di categoria a tutela di un generico interesse alla correttezza del commercio.

Tribunale Milano Sez. Proprieta' Industriale e Intellettuale  02 aprile 2013 n. 4500  

 

L'art. 2601 c.c. attribuisce anche alle associazioni professionali la legittimazione a promuovere l'azione per la repressione della concorrenza sleale. Detta azione, volta a reprimere i fatti di concorrenza sleale, è diversa da quella risarcitoria, meramente eventuale, prevista dall'art. 2600 c.c. (confermata, nella specie la decisione dei giudici d'appello che avevano escluso la sussistenza di un danno risarcibile in favore dell'Associazione Dentisti per l'azione intrapresa contro due odontoiatri accusati di esercizio abusivo della professione, sul rilievo che l'A.N.D.I. non esercita l'attività medica e, pertanto, non aveva subito alcuna sottrazione di clientela per effetto della concorrenza sleale).

Cassazione civile sez. III  09 maggio 2012 n. 7047  

 

Un'associazione di categoria è legittimata a promuovere azione di concorrenza sleale a tutela di interessi che rientrano nei suoi fini istituzionali, indipendentemente dall'instaurazione di autonomi procedimenti da parte dei singoli imprenditori ad essa aderenti.

Tribunale Torino  19 aprile 2001

 

Un'associazione professionale avente compiti di tutela delle attività delle imprese iscritte e di rappresentanza degli operatori di categoria nonché di promozione di iniziative a difesa dei loro interessi e di opposizione ad ogni forma di concorrenza abusiva ed illecita ed infine avente compiti di trattazione di tutte le questioni giuridiche economiche e sindacali coinvolgenti gli associati è legittimata in proprio all'esperimento dell'azione ai sensi dell'art. 2601 c.c. a fronte di illeciti plurioffensivi quali sono di regola quelli antitrust che si riflettono sulle regole di equilibrio del mercato allorché specifiche pretese anti - concorrenziali coinvolgono gli operatori del settore, incisi proprio in quell'interesse a tutela del quale essi si sono associati: interesse che si atteggia dunque come ulteriore rispetto a quello degli imprenditori immediatamente lesi dall'azione distorsiva.

Corte appello Milano  02 luglio 1998

 

Perché sussista la speciale legittimazione ad agire ai sensi dell'art. 2601 c.c., occorre anzitutto la sussistenza di un'associazione di categoria e quindi la sussistenza in capo ad essa di un interesse a denunciare il fatto di concorrenza sleale ulteriore e differenziato rispetto a quello che legittima il singolo imprenditore aderente: un interesse dunque tale da consentire all'associazione di agire pur se il singolo imprenditore aderente non intenda farlo. Conseguentemente il carattere contestualmente plurioffensivo dell'illecito concorrenziale, necessario per esercitare l'azione ex art. 2601 c.c., non è legato ad una considerazione del numero dei soggetti imprenditori che sono lesi dalla concorrenza sleale ma alla sussistenza di una lesione direttamente riferibile all'interesse specifico per il quale la categoria si fa rappresentare dall'associazione ovvero per il quale l'associazione è sorta (in applicazione di questo principio la S. C. ha concluso che non è concepibile nel nostro ordinamento un'azione di concorrenza sleale da parte di un'associazione di categoria che alleghi il generico interesse alla correttezza del commercio).

Cassazione civile sez. I  20 dicembre 1996 n. 11404  

 

Perché sia configurabile la legittimazione di una associazione professionale ad agire per la repressione della concorrenza sleale ai sensi dell'art. 2601 c.c., è necessario che sussista in capo a tale associazione un interesse ulteriore e differenziato rispetto a quello del singolo imprenditore ad essa aderente, tale da consentire ad essa di agire anche se quest'ultimo non intenda farlo. La sussistenza di tale legittimazione presuppone quindi necessariamente il carattere plurioffensivo della condotta della quale si richiede la repressione, nel senso che essa, oltre a ledere l'interesse di uno o più imprenditori, deve implicare la diretta lesione dell'interesse specifico del quale l'associazione professionale è portatrice; non è pertanto ammissibile, ai sensi della norma citata, un'azione per la repressione della concorrenza sleale promossa da una associazione di categoria a tutela di un generico interesse alla correttezza del commercio. (Nella specie, la sentenza impugnata aveva ritenuto un'associazione di commercianti carente di legittimazione ad agire, ai sensi dell'art. 2601 c.c., nel confronti di un'impresa accusata di aver diffuso opuscoli atti a denigrare presso il pubblico altre imprese del settore. La S.C. ha confermato tale decisione in base al suddetto principio).

Cassazione civile sez. I  20 dicembre 1996 n. 11404  

 

Alle associazioni professionali ex art. 2601 c.c., legittimate per loro natura alla gestione di rapporti collettivi, la legge ha attribuito la legittimazione all'esercizio di un diritto tipicamente personale, quale è quello che riguarda le conseguenze della concorrenza sleale, atteso, appunto, l'interesse generale, ovvero della categoria, alla correttezza commerciale. Una associazione ex art. 2570 c.c., invece, non mira alla tutela di un interesse di categoria, ma dell'interesse dei propri aderenti, consistente nella valorizzazione sul mercato di uno specifico prodotto: ne consegue che tale associazione può ottenere ogni tutela di tipo reale nascente dalla violazione dei diritti dei marchi, oltreché il risarcimento di danni eventualmente ad essa direttamente derivanti da tale violazione, mentre non può allegare la violazione di diritti personali che non le appartengono, atteso che deve escludersi che possano essere lesi da atti di concorrenza sleale soggetti che non possono intrattenere rapporti di concorrenza.

Cassazione civile sez. I  29 agosto 1995 n. 9073  

 

Nel caso in cui un'associazione non riconosciuta, quale ente esponenziale di un determinato gruppo di imprenditori, abbia ottenuto, a norma degli art. 2570 c.c. e 2 r.d. 21 giugno 1942 n. 929, la registrazione di un marchio collettivo utilizzato dagli imprenditori associati, detta associazione, che non riveste la qualità di imprenditore e non ha lo scopo di tutelare interessi generali di categoria, ove vengano compiuti da terzi atti di abuso del marchio, mentre può ottenere ogni tutela di tipo reale nascente dalla violazione di tale diritto oltre che il risarcimento dei danni eventualmente derivanti da tale violazione, non è legittimata ad agire con l'azione di concorrenza sleale ai sensi dell'art. 2601 c.c.

Cassazione civile sez. I  29 agosto 1995 n. 9073  

 

L'art. 2601 c.c., contempla una sorta di legittimazione straordinaria delle associazioni professionali ad esercitare azioni di concorrenza sleale nell'interesse generale e indifferenziato della categoria. Conseguentemente è ammissibile il ricorso proposto dalle associazioni di categoria dei commercianti con il quale viene denunziato il danno arrecato all'intera categoria dei dettaglianti, costituito dalla forte riduzione delle vendite causata da concorrenza sleale.

Tribunale Arezzo  22 marzo 1995

 

La legittimazione ad agire ex art. 2601 c.c., per la repressione della concorrenza sleale, non è riconoscibile in capo a liberi professionisti in quanto requisito soggettivo indispensabile è la qualifica di imprenditore.

Pretura Verona  13 novembre 1991

 

Deve ritenersi legittimata ad agire ex art. 2601 c.c. anche un'organizzazione di categoria i cui interessi possano essere pregiudicati dal compimento di atti di concorrenza sleale. L'eventuale azione di un singolo associato accanto a quella dell'associazione non viene peraltro esclusa, configurandosi come azione "iure proprio" e non di sostituzione processuale ex art. 81 c.p.c. Anche un singolo, pregresso atto di concorrenza sleale è sufficiente di per sè ad integrare una ipotesi risarcitoria.

Corte appello Perugia  20 ottobre 1990

 



 
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