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Art. 2609 codice civile: Recesso ed esclusione

Nei casi di recesso e di esclusione previsti dal contratto, la quota di partecipazione del consorziato receduto o escluso si accresce proporzionalmente a quelle degli altri.

Il mandato conferito dai consorziati per l’attuazione degli scopi del consorzio, ancorché dato con unico atto, cessa nei confronti del consorziato receduto o escluso (1).


Commento

Recesso: [v. 1373]; Mandato: [v. Libro IV, Titolo III, Capo IX].

 

(1) Dalle cause di recesso e di esclusione vanno tenute distinte le cause di scioglimento dell’intero contratto di consorzio [v. 2611].


Giurisprudenza annotata

Lavoro

Nel contratto collettivo di lavoro la possibilità di disdetta spetta unicamente alle parti stipulanti, ossia alle associazioni sindacali e datoriali che di norma provvedono anche a disciplinare le conseguenze della disdetta; al singolo datore di lavoro, pertanto, non è consentito recedere unilateralmente dal contratto collettivo, neppure adducendo l'eccessiva onerosità dello stesso, ai sensi dell'art. 1467 c.c., conseguente ad una propria situazione di difficoltà economica, salva l'ipotesi di contratti aziendali stipulati dal singolo datore di lavoro con sindacati locali dei lavoratori. Ne segue che non è legittima la disdetta unilaterale da parte del datore di lavoro del contratto applicato seppure accompagnata da un congruo termine di preavviso. Solo al momento della scadenza contrattuale sarà possibile recedere dal contratto ed applicarne uno diverso a condizione che ne ricorrano i presupposti di cui all'art. 2069 c.c.

Cassazione civile sez. lav.  31 ottobre 2013 n. 24575  

 

Nel consorzio la quota è non già (o, quanto meno, non solo) una frazione proporzionale del "capitale" (come avviene nella società), bensì la misura degli obblighi e dei diritti dei partecipanti e degli apporti che questi si sono impegnati ad effettuare. Il consorziato che recede ha diritto alla sua quota del fondo consortile, mentre suscettibile di accrescimento a favore degli altri è solo la sua quota di mercato.

Corte appello Genova  23 aprile 2008

 

 

Con la modifica dell'art. 2602 c.c., introdotta dalla l. 10 maggio 1976 n. 377, e l'entrata in vigore della l. 21 maggio 1981 n. 240 - che hanno realizzato un ampliamento della causa storica del contratto di consorzio - specifiche fasi dell'attività dei consorziati vengono affidate ad una organizzazione autonoma, che, per la gestione che deve compiere, non può non avere rilevanza esterna. Pertanto, il consorzio, contrattando con i terzi, ex art. 2615 c.c., comma 2, e coerentemente ai principi di cui agli art. 2608 e 2609 c.c., opera quale mandatario dei consorziati, qualità nella quale è legittimato a compiere, ai sensi dell'art. 1710 c.c. atti interruttivi della prescrizione (nella specie, il consorzio aveva stipulato un'assicurazione per conto delle società consorziate).

Cassazione civile sez. I  26 luglio 1996 n. 6774  

 

Nel caso di società-consorzio, cioè di società commerciale che venga costituita fra più imprenditori, come consentito dall'art. 2615-ter c.c. (introdotto dalla l. 10 maggio 1976 n. 377) per il perseguimento di finalità consortili, di disciplina e coordinamento delle rispettive attività, restano interamente applicabili le disposizioni sui consorzi dettate dagli art. 2602 ss. c.c., tenuto conto che l'espressa previsione in questo senso contenuta nell'art. 2620 comma 1 c.c. non può trovare limitazioni o deroghe, sotto il profilo della compatibilità di tali disposizioni con quelle dettate in tema di società, perché, nell'indicata fattispecie, la società non viene impiegata nella sua funzione tipica, ma come strumento di attuazione di una volontà diversa, specificamente riconosciuta e regolamentata dalla legge. Anche nella società consorzio, pertanto, sono operanti le disposizioni degli art. 2603, 2609 e 2610 c.c. con riguardo allo scioglimento del vincolo consortile rispetto al singolo consorziato.

Cassazione civile sez. I  04 novembre 1982 n. 5787  

 

 

 

Impresa ed imprenditore

Il regime dell'associazione temporanea di imprese è diverso da quello della società consortile che sia stata successivamente costituita, facendo capo l'uno alla riunione d'imprese regolata dagli art. 17 e 18 l. n. 584 del 1977, nella quale si instaura tra la capogruppo e le altre un rapporto di mandato, gratuito e irrevocabile, e l'altro (avuto riguardo al rinvio dell'art. 2615 ter c.c.) alle norme codicistiche consortili e societarie, per le quali la società consortile opera in forma fortemente aggregante, delibera con il criterio e le regole proprie degli organismi associativi (e cioè con le maggioranze stabilite in relazione all'oggetto) ed è gestita attraverso organi che hanno poteri rappresentativi e amministrativi e assumono responsabilità nei confronti dei consorziati secondo la generale disciplina dell'art. 2392 c.c. Conseguentemente se al consorzio è possibile applicare modello giuridico del mandato, nel momento in cui contratta con i terzi, considerato l'esplicito riferimento a esso dell'art. 2609 c.c., sia pure con gli adattamenti in tema di responsabilità previsti dall'art. 2615 c.c., quel modello si appalesa impraticabile allorché si sia di fronte alla scelta della formula societaria, che con il mandato non ha alcuna affinità.

Corte appello Roma sez. III  17 giugno 2008 n. 2533



 
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