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Art. 2610 codice civile: Trasferimento dell’azienda

Salvo patto contrario, in caso di trasferimento a qualunque titolo dell’azienda l’acquirente subentra nel contratto di consorzio.

Tuttavia, se sussiste una giusta causa, in caso di trasferimento dell’azienda per atto fra vivi, gli altri consorziati possono deliberare, entro un mese dalla notizia dell’avvenuto trasferimento, l’esclusione dell’acquirente dal consorzio (1).


Commento

Azienda: [v. 177]; Consorzio: [v. 2602].

 

(1) La disciplina prevista in questo articolo può essere estesa anche al trasferimento dell’azienda in semplice godimento (es.: affitto od usufrutto). È inammissibile, invece, la cessione della quota consortile (quindi della posizione di consorziato) indipendentemente dalla cessione dell’azienda.

 


Giurisprudenza annotata

Trasferimento d'azienda

Nel caso di trasferimento di azienda la regola di cui all'art. 2558 c.c. dell'automatico subentro del cessionario in tutti i rapporti contrattuali a prestazioni corrispettive non aventi carattere personale si applica soltanto ai cosiddetti "contratti di azienda" (aventi ad oggetto il godimento di beni aziendali non appartenenti all'imprenditore e da lui acquisiti per lo svolgimento della attività imprenditoriale) e ai cosiddetti "contratti di impresa" (non aventi ad oggetto diretto beni aziendali, ma attinenti alla organizzazione dell'impresa stessa, come i contratti di somministrazione con i fornitori, i contratti di assicurazione, i contratti di appalto e simili), sempreché non siano soggetti a specifica diversa disciplina, come i contratti di lavoro, di consorzio e di edizione, rispettivamente regolati dagli art. 2112 c.c., 2610 c.c. e 132 l. 22 aprile 1941 n. 633. (Nella specie la S.C. ha cassato la sentenza impugnata che aveva ritenuto applicabile l'indicata regola del subentro ad un accordo sindacale).

Cassazione civile sez. lav.  02 marzo 2002 n. 3045  

 

L'art. 2610 c.c. risulta applicabile anche in caso di cessione, da parte del precedente consorziato, di un solo ramo e non dell'intera azienda. La contraria interpretazione, non suffragata da sicuri indici normativi, oltre a non tenere conto del sempre più diffuso fenomeno di imprese dalle cospicue dimensioni, con molteplici articolazioni autonomamente strutturate, determinerebbe un ingiustificato intralcio alla libera circolazione dei beni (con profili di dubbia conformità ai valori costituzionali, reinterpretati alla luce dei principi costitutivi dell'Unione europea).

Tribunale Napoli  21 novembre 2000

 

In caso di trasferimento o affitto di azienda da parte di un'impresa facente parte di un'associazione temporanea per la partecipazione ad una gara di appalto, non trova applicazione l'art. 2610 c.c. che disciplina l'ipotesi di trasferimento d'azienda da parte di un'impresa aderente ad un consorzio. Il contratto di partecipazione ad un'associazione temporanea di imprese, avendo natura personale, non è suscettibile di trasferimento in capo all'acquirente o all'affittuario di azienda.

Tribunale Genova  24 maggio 1989

 

Nel caso di società-consorzio, cioè di società commerciale che venga costituita fra più imprenditori, come consentito dall'art. 2615-ter c.c. (introdotto dalla l. 10 maggio 1976 n. 377) per il perseguimento di finalità consortili, di disciplina e coordinamento delle rispettive attività, restano interamente applicabili le disposizioni sui consorzi dettate dagli art. 2602 ss. c.c., tenuto conto che l'espressa previsione in questo senso contenuta nell'art. 2620 comma 1 c.c. non può trovare limitazioni o deroghe, sotto il profilo della compatibilità di tali disposizioni con quelle dettate in tema di società, perché, nell'indicata fattispecie, la società non viene impiegata nella sua funzione tipica, ma come strumento di attuazione di una volontà diversa, specificamente riconosciuta e regolamentata dalla legge. Anche nella società consorzio, pertanto, sono operanti le disposizioni degli art. 2603, 2609 e 2610 c.c. con riguardo allo scioglimento del vincolo consortile rispetto al singolo consorziato.

Cassazione civile sez. I  04 novembre 1982 n. 5787  

 

L'alienazione dell'azienda, se comporta il trasferimento dell'"unicum" costituito dal complesso dei vari beni organizzati, non impedisce che da tale trasferimento sia escluso qualcuno di detti beni, purché la mancanza di esso non comprometta l'unità economica aziendale, nè che il passaggio dei singoli beni dell'acquirente, condizione di fatto indispensabile per lo sfruttamento della organizzazione aziendale, avvenga per un titolo diverso dalla alienazione dell'azienda nel suo complesso. Lo stabilire quali siano, in concreto, i beni stabiliti con l'alienazione dell'azienda e le modalità di consegna dei medesimi costituisce un accertamento che implicando la risoluzione di una "quaestio voluntatis", è demandato all'insindacabile apprezzamento del giudice di merito.

Cassazione civile sez. II  28 marzo 1980 n. 2058  

 

La successione dell'acquirente, dell'usufruttuario e dell'affittuario di azienda, prevista dall'art. 2558 c.c., salvo patto contrario, nei contratti a prestazioni corrispettive stipulati dal dante causa e non ancora interamente eseguiti (nel senso che ciascun contraente sia ancora contemporaneamente creditore di una prestazione e debitore di un'altra), sempreché si tratti di contratti non a carattere personale, inerenti all'esercizio dell'impresa e non soggetti a specifica diversa disposizione di legge (come nel caso dei contratti di lavoro, di consorzio e di edizione, regolati rispettivamente, dagli art. 2112 c.c., 2610 c.c. e 132 della l. 22 aprile 1941 n. 633), deve ritenersi operante, in applicazione estensiva del citato art. 2558 c.c., in ogni altra analoga ipotesi in cui si verifichi sostituzione di un imprenditore all'altro nell'esercizio dell'impresa, come conseguenza diretta della volontà delle parti, ovvero di un fatto dalle medesime espressamente previsto. Pertanto, nel caso in cui l'esercizio dell'azienda si trasferisca dall'affittuario al locatore, per effetto di cessazione del rapporto di affitto, l'indicata successione si verifica, nei confronti del locatore, solo se si tratti di cessazione del rapporto per causa negozialmente contemplata, come il termine finale o la condizione risolutiva, e non anche, quindi, nella diversa ipotesi in cui la cessazione medesima sia conseguenza diretta di un fatto non negoziale, ancorché ricollegabile, ma solo in via mediata, ad una fattispecie negoziale. Da tanto deriva che il locatore non subentra nei contratti stipulati dall'affittuario, pur se presentanti le caratteristiche sopra specificate, qualora riacquisti il godimento dell'azienda, prima della scadenza del contratto, in conseguenza della sua risoluzione per inadempimento dell'affittuario, sia essa pronunciata dal giudice, ovvero disposta dalla determinazione di un arbitro irrituale designato dalle parti.

Cassazione civile sez. I  29 gennaio 1979 n. 632  



 
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