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Art. 2622 codice civile: False comunicazioni sociali in danno della societa’, dei soci o dei creditori

Gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari, i sindaci e i liquidatori di società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea, i quali, al fine di conseguire per sé o per altri un ingiusto profitto, nei bilanci, nelle relazioni o nelle altre comunicazioni sociali dirette ai soci o al pubblico consapevolmente espongono fatti materiali non rispondenti al vero ovvero omettono fatti materiali rilevanti la cui comunicazione è imposta dalla legge sulla situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società o del gruppo al quale la stessa appartiene, in modo concretamente idoneo ad indurre altri in errore, sono puniti con la pena della reclusione da tre a otto anni.

Alle società indicate nel comma precedente sono equiparate:
1) le società emittenti strumenti finanziari per i quali è stata presentata una richiesta di ammissione alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea;
2) le società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un sistema multilaterale di negoziazione italiano;
3) le società che controllano società emittenti strumenti finanziari ammessi alla negoziazione in un mercato regolamentato italiano o di altro Paese dell’Unione europea;
4) le società che fanno appello al pubblico risparmio o che comunque lo gestiscono.

Le disposizioni di cui ai commi precedenti si applicano anche se le falsità o le omissioni riguardano beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi (1).


Commento

Amministratori: [v. 2621]; Direttori generali: [v. 2621]; Sindaci: [v. 2621]; Liquidatori: [v. 2621]; Bilancio: [v. 2621]; Gruppi di società: [v. 2621].

 

Querela: atto con il quale la persona offesa da un reato, che non è perseguibile d’ufficio (cioè su iniziativa del giudice o del pubblico ministero), manifesta la volontà che si proceda penalmente nei confronti del colpevole.

 

 (1) Articolo così sostituito dall’art. 11, comma 1, l. n. 69/15.

 

 


Giurisprudenza annotata

Fallimento

Integra il reato di bancarotta impropria la condotta dell'amministratore che, esponendo nel bilancio dati non corrispondenti al vero, eviti che si manifesti la necessità di procedere ad interventi di rifinanziamento o di liquidazione, in tal modo consentendo alla fallita la prosecuzione della attività di impresa con accumulo di ulteriori perdite negli esercizi successivi. (Annulla in parte con rinvio, App. Palermo, 26/09/2012 )

Cassazione penale sez. V  13 giugno 2014 n. 42272  

 

In tema di bancarotta impropria da reato societario, il dolo presuppone una volontà protesa al dissesto, da intendersi non già quale intenzionalità di insolvenza, bensì quale consapevole rappresentazione della probabile diminuzione della garanzia dei creditori e del connesso squilibrio economico. (Fattispecie relativa alla esposizione di fatti materiali non rispondenti al vero circa la situazione economica e finanziaria della società con conseguente dissesto della medesima ed induzione in errore dei creditori). (Annulla senza rinvio, App. Bologna, 13/11/2012 )

Cassazione penale sez. V  06 maggio 2014 n. 42257  

 

Integra il reato di bancarotta impropria da reato societario l'amministratore di società che esponga nel bilancio dati non veri al fine di occultare la sostanziale perdita del capitale sociale, evitando così che si palesasse la necessità di procedere al suo rifinanziamento o alla liquidazione della società, provvedimenti la cui mancata adozione determinava l'aggravamento del dissesto di quest'ultima. Rigetta, App. Milano, 17/01/2012

Cassazione penale sez. V  12 aprile 2013 n. 28508  

 

Il reato di bancarotta impropria da reato societario sussiste anche quando la condotta illecita abbia concorso a determinare anche solo un aggravamento del dissesto già in atto della società. Rigetta, App. Bologna, 11/05/2011

Cassazione penale sez. V  11 gennaio 2013 n. 17021  

 

Integra il reato di bancarotta impropria da reato societario l'amministratore che, attraverso mendaci appostazioni nei bilanci, simuli un inesistente stato di solidità della società, consentendo così alla stessa di ottenere nuovi finanziamenti bancari ed ulteriori forniture, giacché, agevolando in tal modo l'aumento dell'esposizione debitoria della fallita, determina l'aggravamento del suo dissesto. Rigetta, App. Bologna, 11/05/2011

Cassazione penale sez. V  11 gennaio 2013 n. 17021  

 

 

Società e consorzi- false comunicazioni sociali

In tema di false comunicazioni sociali, a seguito delle modifiche introdotte dal d.lg. n. 61 del 2002 la punibilità è esclusa se la condotta incriminata non altera in modo sensibile la rappresentazione della situazione economica, patrimoniale o finanziaria della società, ovvero, in via alternativa, non determina una variazione del risultato economico di esercizio, al lordo delle imposte, non superiore al cinque per cento o una variazione del patrimonio netto non superiore all'uno per cento, ferma restando ai fini della configurabilità del reato l'irrilevanza di valutazioni estimative che singolarmente considerate non differiscano in misura non superiore al dieci per cento rispetto a quella corretta. Annulla in parte con rinvio, App. Messina, 18/04/2011

Cassazione penale sez. V  02 dicembre 2011 n. 14759  

 

L'intenzione di ingannare i soci o il pubblico e la finalità di conseguimento di un ingiusto profitto, entrambe necessarie ai fini della configurabilità, sotto il profilo soggettivo, del reato di falso in bilancio, ben possono essere ravvisate anche nel caso in cui destinatari dell'azione recettiva siano gli organi di vigilanza ai quali, in vista del rilascio di provvedimenti autorizzativi ad un'offerta pubblica di acquisto, si intenda rappresentare una situazione economica e finanziaria più florida di quella effettiva, comportando ciò anche l'intenzione di trarre in inganno il mercato azionario, del quale pure i soci fanno parte, e non potendosi ritenere esclusa l'ingiustizia del profitto per il solo fatto che lo scopo finale dell'operazione sia quello (in sé e per sé lecito, ma solo in quanto perseguito con modalità conformi alla legge) di realizzare un progetto di espansione della società.

Cassazione penale sez. V  02 dicembre 2011 n. 14759  

 

In tema di false comunicazioni sociali, l'ingiustizia del profitto oggetto del dolo specifico necessario per la sussistenza del reato consiste in qualsiasi vantaggio, non solo di tipo economico, che l'autore intenda conseguire, il quale non si collega ad un diritto ovvero che è perseguito con uno strumento antigiuridico o con uno strumento legale ma avente uno scopo tipico diverso. Rigetta, App. Milano, 16/11/2010

Cassazione penale sez. V  02 dicembre 2011 n. 14759  

 

Ai fini della sussistenza del reato di false comunicazioni sociali previsto dall'art. 2622 cod. civ., la causazione di un danno ai soci può anche non essere perseguito in modo diretto dall'autore della condotta, essendo sufficiente che egli ne abbia previsto ed accettato l'eventualità. Rigetta, App. Milano, 16/11/2010

Cassazione penale sez. V  02 dicembre 2011 n. 14759  

 

Integra il reato di false comunicazioni sociali ex art. 2622 cod. civ. l'omessa registrazione contabile di operazioni finanziarie aventi ad oggetto la stipulazione di contratti derivati ad alto rischio che si rifletta sulla veridicità del bilancio di una società quotata, determinando un deprezzamento delle azioni dei soci al momento in cui la relativa notizia venga divulgata a seguito degli accertamenti compiuti in proposito dalle autorità di controllo. Rigetta, App. Milano, 16/11/2010

Cassazione penale sez. V  02 dicembre 2011 n. 14759  

 

Integra il delitto di false comunicazioni sociali in danno dei soci l'amministratore che apposta artificiosamente nel bilancio come anticipazioni in conto capitale somme versate dai soci medesimi a diverso titolo, determinandone successivamente l'indebito assorbimento una volta deliberato, peraltro con modalità illegittime, l'azzeramento del suddetto capitale. Dichiara inammissibile, App. Salerno, 04/10/2010

Cassazione penale sez. V  18 ottobre 2011 n. 7787  

 

È legittimato, in quanto persona offesa, alla proposizione della querela per il reato di false comunicazioni sociali il socio, sia pure di minoranza, che è destinatario delle comunicazioni medesime, avendo il diritto di ricevere un'informazione corretta. (La Corte ha precisato che detto principio vale a maggior ragione nel caso di società a responsabilità limitata, nel quale la tutela dei diritti di socio di minoranza si attua attraverso la veridicità delle informazioni sociali). Rigetta, App. Lecce, 11/03/2011

Cassazione penale sez. II  28 settembre 2011 n. 36924  

 

In tema di false comunicazioni sociali, la disposizione di cui all'art. 2622 c.c., come richiamata dall'art. 223, comma 2, n. 1, l. fall., richiede oltre al dolo generico (rappresentazione del mendacio) e al dolo specifico rispetto ai contenuti dell'offesa, qualificata da ingiusto profitto, il dolo intenzionale di inganno dei destinatari, previsto per escludere letture in chiave di dolo eventuale, ancorché compatibile con la presenza di concomitanti finalità. (Nella specie si è ritenuto sussistere siffatto dolo intenzionale con riguardo ai creditori nella rappresentazione tranquillante dello stato finanziario del novero societario facente capo all'imputato quando esso era, in realtà, sommerso da debiti e da impellenti ingiunzioni, costretto a ricorrere ad espedienti rischiosi pur di lucrare qualche garanzia ed allargamento di fido).

Cassazione penale sez. V  24 novembre 2010 n. 2784  

 

Il reato di cui all'art. 2622 c.c. (false comunicazioni sociali in danno della società, dei soci o dei creditori), nel caso in cui il falso riguardi società non quotata, è perseguibile a querela della persona offesa, la quale, trattandosi di reato contro il patrimonio, è individuabile in colui che ha tratto detrimento patrimoniale dall'illecito, e, quindi, nel danneggiato. Pertanto, il termine di cui all'art. 124 c.p., per la proposizione della querela decorre dalla conoscenza dell'evento dannoso, quale conseguenza della comunicazione sociale infedele, il cui accertamento, costituendo profilo di fatto, sfugge al giudizio di legittimità. Rigetta, Trib. lib. Padova, 09/02/2010

Cassazione penale sez. V  10 giugno 2010 n. 27296



 
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