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Art. 2625 codice civile: Impedito controllo

Gli amministratori (1) che, occultando documenti o con altri idonei artifici, impediscono o comunque ostacolano lo svolgimento delle attività di controllo  legalmente attribuite ai soci o ad altri organi sociali, sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10.329 euro.

Se la condotta ha cagionato un danno ai soci, si applica la reclusione fino ad un anno e si procede a querela della persona offesa.

La pena è raddoppiata se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’articolo 116 del testo unico di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58.


Commento

Amministratori: [v. 2621]; Querela: [v. 2622]; Mercati regolamentati: [2325bis].

 

Artificio (idoneo): si ravvisa nella semplice menzogna, nel silenzio, nel tacere circostanze rilevanti ai fini del controllo. L’artificio deve essere idoneo, considerate le caratteristiche del caso concreto.

 

Danno: nel caso di specie è qualsiasi evento risarcibile e, quindi, anche il danno non patrimoniale.

 

(1) L’illecito può assumere la forma di illecito amministrativo o di illecito penale a seconda che sia o no realizzato un danno ai soci. Soggetti responsabili sono gli amministratori: trattasi, quindi, di reato proprio. Per l’ipotesi delittuosa è necessario il dolo generico; per l’ipotesi di illecito amministrativo è sufficiente l’elemento soggettivo della colpa.

 

 


Giurisprudenza annotata

Società e consorzi.

In tema di impedito controllo di cui all'art. 2625 c.c., il danno descritto dalla fattispecie normativa rappresenta il momento consumativo del reato. Il termine per la proposizione della querela prevista dalla norma decorre dal momento in cui il socio ha conoscenza certa, sulla base di elementi fondati e seri, del fatto reato nella sua dimensione oggettiva.

Cassazione penale sez. V  18 gennaio 2012 n. 11639  

 

Il reato di impedito controllo della gestione sociale di cui all'art. 2625 comma 2 c.c. nella formulazione introdotta con la riforma dei reati societari (d.lg. n. 61 del 2002) configura un reato di pericolo in cui la condotta è costituita dall'occultamento documentale che impedisca - o comunque ostacoli - l'attività di controllo legalmente attribuita ai soci. Altre condotte non tipicamente corrispondenti a quelle testualmente descritte non possono essere assimilate in via analogica. Trattasi di reato plurioffensivo nel quale, a causa della sua struttura di base come illecito amministrativo (art. 2625 comma 1 c.c.), i profili psicologi del fatto perdono rilevanza ed interesse.

Corte appello Catania sez. I  11 novembre 2009 n. 2012  

 

In tema di reati societari, il giudice penale che accerti l'avvenuta "abolitio criminis" del reato di impedito controllo della gestione sociale - originariamente previsto dall'art. 2623 n. 3 c.c. - ad opera dell'art. 2625 c.c., introdotto dal d.lg. n. 61 del 2002, il quale prevede che la condotta di impedito controllo, quando non abbia cagionato danno ai soci, sia punita con sanzione pecuniaria amministrativa - non ha l'obbligo di trasmettere gli atti alla autorità amministrativa competente ad applicare le sanzioni in ordine all'illecito depenalizzato, non sussistendo alcuna disposizione transitoria del d.lg. n. 61 del 2002 che preveda un tale obbligo, mentre il legislatore, laddove ha ritenuto necessaria tale trasmissione, ha dettato un'espressa previsione (ad esempio per gli illeciti valutari), posto che detto obbligo si pone in contrasto con il principio di irretroattività della sanzione amministrativa sancita dall'art. 689 del 1981, che non può essere derogato se non nelle ipotesi tassativamente previste. Nè sono applicabili - trattandosi di violazione antecedente l'entrata in vigore del d.lg. n. 61 del 2002 - le disposizioni transitorie di cui alla l. n. 689 del 1981, ovvero l'art. 2 comma 3 c.p., in quanto tale previsione disciplina l'ipotesi di successione di leggi penali e non quella in cui sopravvenga una legge che trasforma il fatto costituente reato in illecito amministrativo. Con la conseguenza che in nessun caso l'autorità amministrativa può applicare alla violazione dell'art. 2623 n. 3 c.c. una sanzione ai sensi dell'art. 2625 c.c. come modificato.

Cassazione penale sez. V  05 marzo 2004 n. 21064  

 

 

Impugnazioni penali.

Sussiste l'interesse dell'imputato, ex art. 568 comma 4 c.p.p. - nell'ipotesi di assoluzione perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato (violazione dell'illecito originariamente previsto dall'art. 2623 n. 3 c.c., successivamente depenalizzato ad opera dell'art. 2625 c.c., introdotto dal d.lg. n. 61 del 2002) - ad impugnare con ricorso per cassazione la statuizione concernente l'ordine di trasmissione all'autorità amministrativa per l'applicazione delle sanzioni in ordine all'illecito depenalizzato, in quanto l'avvio dell'accertamento, da parte della competente autorità, circa la configurabilità di una violazione amministrativa nel fatto estromesso dall'area della illiceità penale, integra "ex se" un pregiudizio prodotto dall'effetto gravato, per la concreta possibilità che l'accertamento si traduca nell'applicazione delle sanzioni, una volta che il giudice penale, trasmettendo gli atti, abbia espresso un giudizio di applicabilità delle medesime. Ne consegue che sussiste nella specie sia l'idoneità del provvedimento a produrre l'effetto pregiudizievole, sia la possibilità di un vantaggio connesso alla rimozione del provvedimento medesimo e, pertanto, sussiste l'interesse ad impugnare, quale condizione di ammissibilità del ricorso per cassazione.

Cassazione penale sez. V  05 marzo 2004 n. 21064  

 

Fallimento

Al credito (del socio) quando ha natura di versamento integrativo del capitale sociale della società fallita e non di mutuo, va applicata la disposizione dell'art. 2282 c.c., applicabile anche alle società di capitali (art. 2452, 2453, 2497, 2623 n. 2, 2625 c.c.).

Cassazione civile sez. I  22 marzo 2000 n. 3363  

 



 
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