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Art. 263 codice civile: Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità

Il riconoscimento (1) (2) (3) (4) può essere impugnato per difetto di veridicità dall’autore del riconoscimento, da colui che è stato riconosciuto e da chiunque vi abbia interesse (5).

L’azione è imprescrittibile riguardo al figlio (6).

L’azione di impugnazione da parte dell’autore del riconoscimento deve essere proposta nel termine di un anno che decorre dal giorno dell’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita. Se l’autore del riconoscimento prova di aver ignorato la propria impotenza al tempo del concepimento, il termine decorre dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza; nello stesso termine, la madre che abbia effettuato il riconoscimento è ammessa a provare di aver ignorato l’impotenza del presunto padre. L’azione non puo’ essere comunque proposta oltre cinque anni dall’annotazione del riconoscimento (6).

L’azione di impugnazione da parte degli altri legittimati deve essere proposta nel termine di cinque anni che decorrono dal giorno dall’annotazione del riconoscimento sull’atto di nascita (6). Si applica l’articolo 245 (7).


Commento

Riconoscimento: [v. 250]; Imprescrittibilità: [v. 248].

 

Difetto di veridicità (del riconoscimento): si verifica quando non vi è coincidenza fra il soggetto che opera il riconoscimento e quello che effettivamente ha dato luogo al concepimento. Spesso, in giurisprudenza si consente l’esperimento dell’azione anche nel caso in cui il riconoscimento sia stato realizzato con violazione delle norme di legge o con dichiarazioni false.

 

(1) Art. così sostituito ex d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione) (art. 28), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(3) Per un’ipotesi di divieto dell’impugnazione prevista dal presente articolo, cfr. art. 9, l. 19-2-2004, n. 40 (Procreazione medicalmente assistita).

 

(4) Si ritiene che l’impugnazione del riconoscimento possa essere effettuata indipendentemente dalla conoscenza che il soggetto avesse, al momento del riconoscimento, dell’esistenza di una diversa situazione reale.

 

(5) Alla base dell’azione vi può essere sia un interesse di natura patrimoniale che morale; la norma intende tutelare le ragioni di altri soggetti (si pensi al padre biologico che voglia contestare un riconoscimento non veritiero), nei limiti dell’interesse del figlio.

 

(6) Nel nuovo testo solo per il figlio l’azione rimane imprescrittibile, poiché l’interessato può decidere in ogni momento se recidere lo stato di figlio che altri gli ha attribuito volontariamente.

 

(7) È stato introdotto il richiamo alla disposizione sulla sospensione dei termini per uniformità della disciplina, come è avvenuto per altre norme riformate [v. 246 c. 3, 248 c. 5, 249 c. 5].

 

La ratio della norma deve essere individuata in relazione allo scopo fondamentale perseguito da tutta la disciplina in tema di filiazione: l’accertamento dei reali rapporti intercorrenti fra i soggetti interessati.


Giurisprudenza annotata

Filiazione

In materia di famiglia, con riguardo al riconoscimento del figlio, se l'autore del riconoscimento prova di aver ignorato la propria impotenza al tempo del concepimento, il termine di prescrizione annuale per la proposizione dell'azione decorre dal giorno in cui ne ha avuto conoscenza e, nello stesso termine, la madre che abbia effettuato il riconoscimento è ammessa a provare di aver ignorato l'impotenza del presunto padre.

Tribunale Firenze sez. I  10 settembre 2014

 

È costituzionalmente illegittimo l'art. 4 comma 3 l. 19 febbraio 2004 n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui stabilisce per la coppia di cui all'art. 5, comma 1 della medesima legge, il divieto del ricorso a tecniche di procreazione medicalmente assistita di tipo eterologo, qualora sia stata diagnosticata una patologia che sia causa di sterilità od infertilità assolute ed irreversibili; è costituzionalmente illegittimo l'art. 9 comma 1 l. n. 40 del 2004, limitatamente alle parole "in violazione del divieto di cui all'art. 4, comma 3"; è costituzionalmente illegittimo l'art. 9 comma 3 l. n. 40 del 2004, limitatamente alle parole "in violazione del divieto di cui all'art. 4, comma 3"; è costituzionalmente illegittimo l'art. 12 comma 1 l. n. 40 del 2004, nei limiti di cui in motivazione.

Corte Costituzionale  10 giugno 2014 n. 162  

 

In caso di consenso del marito a che la moglie si sottoponga a pratiche di fecondazione artificiale assistita eterologa, egli non può esercitare l'azione di disconoscimento ex art. 235 c.c., azione che danneggerebbe i più elementari interessi esistenziali del nato, stante anche l'insuperabilità impossibilità di accertare la reale paternità del nato a fronte del programmato impiego di seme di provenienza ignota, tanto più qualora la revoca dell'originario consenso maritale alle pratiche procreative artificiali eterologhe muliebri sia pervenuta dopo la fecondazione dell'ovulo; per gli stessi motivi non è operante la revoca del consenso originario prestato alla donna dal suo convivente, che non potrà, quindi, esercitare l'azione ex art. 263 c.c.

Tribunale Roma  19 settembre 2013

 

Ritenuto che un uomo ed una donna (coniugi o conviventi che siano) abbiano effettuato, in India, ed in conformità alla legge del luogo, il riconoscimento di un minore, anche se solo l'uomo potesse essere considerato genitore avendo fornito il proprio seme, mentre la donna si qualificava madre pur avendo solo fatto ricorso alla maternità surrogata di una donna, rimasta ignota, che aveva utilizzato il seme offerto dall'uomo e condotto positivamente fino alla fine la gravidanza, esibendo, al loro ingresso in Italia, un certificato anagrafico rilasciato dalle competenti autorità indiane ai sensi della legge indiana, certificato che, pur contenendo dati non conformi a verità e contrari al nostro ordine pubblico, era tuttavia conforme alla legge di provenienza degli interessati; ritenuto che in Italia è stato da un nostro T.m. competente nominato al minore un curatore speciale che impugnasse il riconoscimento per mancanza di veridicità con riferimento al presunto vincolo materno della donna e per gli illeciti consumati dalla medesima con il ricorso alla maternità surrogata ed alla violazione di non poche norme sulla procreazione assistita e sull'adozione di minori; ritenuto che il minore è stato sempre ed è ancora oggi curato dalla coppia in maniera ottimale e con esiti felici; ritenuto che fino all'esito positivo del procedimento sulla mancanza di veridicità del riconoscimento e sulle violazioni consumate dalla donna con il ricorso alla maternità surrogata e di non poche norme sulla procreazione assistita e sull'adozione di minore, il minore è tuttora da considerarsi, sul piano formale, figlio della coppia: quanto precede (ritenuto e premesso) osta a che il T.m. possa oggi pronunciarsi sull'adottabilità del minore.

Tribunale minorenni Milano  19 ottobre 2012

 

Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il significato della solidarietà e del reciproco affidamento, ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.

Tribunale Roma sez. I  17 ottobre 2012 n. 19563  

 



 
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