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Art. 2630 codice civile: Omessa esecuzione di denunce, comunicazioni e depositi

Chiunque, essendovi tenuto per legge a causa delle funzioni rivestite in una società o in un consorzio, omette di eseguire, nei termini prescritti, denunce, comunicazioni o depositi presso il registro delle imprese, ovvero omette di fornire negli atti, nella corrispondenza e nella rete telematica le informazioni prescritte dall’articolo 2250, primo, secondo, terzo e quarto comma, è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da 103 euro a 1.032 euro. Se la denuncia, la comunicazione o il deposito avvengono nei trenta giorni successivi alla scadenza dei termini prescritti, la sanzione amministrativa pecuniaria è ridotta ad un terzo.

 Se si tratta di omesso deposito dei bilanci, la sanzione amministrativa pecuniaria è aumentata di un terzo (1).


Commento

Registro delle imprese: [v. 2188].

 

(1) L’aumento della sanzione si giustifica con la maggiore gravità del fatto in rapporto alle altre ipotesi di omissione. Peraltro, rispetto alle vecchie fattispecie, il trattamento sanzionatorio risulta, nel complesso, più severo.

 

L’articolo è stato di recente modificato al fine di rendere più equo il sistema delle sanzioni cui sono sottoposte le imprese relativamente alle denunce, alle comunicazioni e ai depositi da effettuarsi presso il registro delle imprese.

 


Giurisprudenza annotata

Sanzioni amministrative

L'opposizione a ordinanza ingiunzione per violazione degli obblighi pubblicitari sanciti dall'art. 2630 cod. civ. in materia di consorzi rientra nella competenza del tribunale, ai sensi dell'art. 22 bis, secondo comma, lett. f, della legge 24 novembre 1981, n. 689, applicabile "ratione temporis", quando trattasi di consorzio in forma societaria. Regola competenza d'ufficio

Cassazione civile sez. VI  24 aprile 2014 n. 9263  

 

 

Società e consorzi.

L'obbligo di depositare presso l'Ufficio del registro delle imprese — entro trenta giorni dall'avvenuta approvazione — una copia del bilancio societario e della documentazione ad esso correlata, sancito dall'art. 2435 c.c. e la cui inosservanza è sanzionata dall'art. 2630 c.c., deve intendersi gravante su ciascun amministratore della società, sicché, ove lo stesso rimanga inadempiuto, ognuno di loro risponde per fatto proprio, prescindendo l'irrogazione della sanzione da qualsiasi rapporto di solidarietà, e derivandone, quindi, che il pagamento della sanzione applicata per una tale inosservanza a carico di uno degli amministratori non può avere effetto estintivo del provvedimento sanzionatorio emesso nei confronti di un altro.

Cassazione civile sez. II  30 novembre 2012 n. 21503

 

Nella procedura sanzionatoria prevista per il “ritardo nella presentazione del bilancio”, pur in presenza di una fattispecie particolare (invio non andato a buon fine per motivi tecnici telematici) e del comportamento improntato ad assoluta e provata buona fede dei ricorrenti, si ritengono tali elementi non determinanti la declaratoria di nullità della sanzione applicata ex combinato disposto degli art. 2630 c.c. e 2435 c.c. nei confronti della cooperativa in solido con il presidente del consiglio di amministrazione (nella specie, non era stata nemmeno ricevuta una segnalazione di impedimento all’invio [c.d. reiezione], che tra l’altro neanche la camera di commercio ha provato essersi generata).

Giudice di pace Bari  19 novembre 2007 n. 9114  

 

In tema di reati societari, a seguito della sostituzione dell'art. 2630 c.c. per effetto d.lg. n. 61 del 2002, non costituisce illecito penale l'operazione, inquadrabile nel più ampio schema del c.d. leveraged buy-out, con la quale, di una società operativa, sia ceduto a credito parte del pacchetto azionario ad altra società, creata in modo strumentale per effettuare il detto acquisto con previsione di indebitamento e al fine di compiere attività di gestione di interesse della prima, per poi essere destinata alla fusione per incorporazione con la medesima e ripianare il debito con gli utili dell'attività posta in essere. (In motivazione la Corte ha specificato che la condotta descritta potrebbe integrare il diverso reato ex art. 223, comma 2, n. 2, l. fall. , quale "operazione dolosa", ove si dia prova che il leveraged buy-out attuato attraverso il procedimento di fusione non era, al momento del suo avvio, sorretto da un effettivo progetto industriale).

Cassazione penale sez. V  18 maggio 2006 n. 23730  

 

L'assunzione, ancorché solo formale, della carica di amministratore comporta l'attribuzione di doveri di vigilanza e di controllo la cui violazione consente di configurare in capo al cosiddetto prestanome una responsabilità penale quanto meno a titolo di omissione.

Tribunale Bari  13 febbraio 2006

 

La nuova figura prevista dall'art. 2636 c.c. (illecita influenza sull'assemblea), pur differenziandosi sotto vari profili, attinenti tanto alla condotta quanto all'elemento soggettivo, dalla precedente, analoga previsione di cui all'art. 2630 comma 1 n. 3 c.c., rimane contenuta all'interno di detta più ampia previsione, per cui può dirsi che vi sia tra l'una e l'altra una continuità normativa, con la conseguenza che, tra le due norme, va applicata quella più favorevole, sicuramente individuabile nell'attuale art. 2636, sempre che, di fatto, nella contestazione siano contenuti tutti gli elementi caratteristici della nuova fattispecie. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto che erroneamente fosse stata esclusa "a priori" la persistente configurabilità del reato in un caso in cui, secondo l'accusa, l'imputato, con l'artifizio consistito nello stipulare, senza oggettiva necessità, pochi giorni prima della convocazione dell'assemblea societaria, un contratto di mutuo personale con istituto di credito, costituendo in pegno la sua quota di partecipazione alla società, sì da consentire al suddetto istituto di esercitare il diritto di voto, aveva in tal modo impedito che venisse raggiunta la maggioranza necessaria all'approvazione di una proposta di azione di responsabilità nei di lui confronti).

Cassazione penale sez. V  20 febbraio 2004 n. 19102  

 

In tema di omessa convocazione dell'assemblea, la nuova formulazione dell'art. 2631 c.c. introdotta dall'art. 1 d.lg. 11 aprile 2002 n. 61, in sostituzione dell'art. 2630 comma 2 n. 2 c.c., ha trasformato la fattispecie di reato in illecito amministrativo. La nuova e più favorevole disciplina non pone alcuna distinzione con riferimento al tipo di società cui appartengano gli amministratori o i sindaci cui l'omissione sia imputata e deve, pertanto, trovare immediata applicazione anche nell'ipotesi di sindaci di società cooperativa che abbiano omesso di convocare l'assemblea dei soci nei casi previsti dalla legge o dallo statuto. (Nel caso di specie, riguardante l'omessa convocazione dell'assemblea di soci di una cooperativa a r.l. per l'approvazione del bilancio di esercizio, la S.C. ha annullato l'impugnata sentenza senza rinvio perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato).

Cassazione penale sez. V  03 ottobre 2002 n. 36343  

 

Deve essere disposta la restituzione al giudice rimettente degli atti relativi al giudizio di legittimità costituzionale dell'art. 2630, comma 2, n. 2, c.c., in relazione all'art. 2446, comma 1, dello stesso codice, sollevata, in riferimento all'art. 25, comma 2, cost., nella parte in cui non prevede un termine certo e preciso oltre il quale l'omessa convocazione dell'assemblea da parte dell'amministratore costituisce reato, affinché proceda ad un nuovo esame della rilevanza della questione a seguito dell'entrata in vigore del d.lg. 11 aprile 2002 n. 61, il quale, all'art. 1, nel sostituire integralmente il titolo XI del libro V del codice civile, ha fra l'altro disposto, col nuovo art. 2631 c.c., la trasformazione in illecito amministrativo del reato di omessa convocazione di assemblea, stabilendo che l'illecito si consuma - ove la legge o lo statuto non prevedano espressamente un termine entro il quale effettuare detta convocazione - allorché "siano trascorsi trenta giorni dal momento in cui amministratori e sindaci sono venuti a conoscenza del presupposto che obbliga alla convocazione dell'assemblea dei soci".

Corte Costituzionale  24 giugno 2002 n. 277  

 

A seguito dell'entrata in vigore del d.lg. 11 aprile 2002 n. 61, contenente la nuova disciplina degli illeciti penali e amministrativi riguardanti le società commerciali, vanno restituiti al giudice "a quo" per nuovo esame della rilevanza, gli atti relativi alla q.l.c. degli art. 2630, comma 2, n. 2, e 2446 c.c., nella parte in cui non consentirebbero di definire con puntualità la fattispecie penalisticamente rilevante, per difetto di precisa indicazione del termine entro il quale adempiere all'obbligo di convocazione dell'assemblea, in riferimento all'art. 25, comma 2, cost.

Corte Costituzionale  24 giugno 2002 n. 277  

 

Anche quando si verifichi una eventuale modifica (più o meno rilevante) dell'oggetto sociale non già attraverso l'assunzione di partecipazioni, ma per un'altra e diversa causa, tale effetto si sottrae ad una negativa valutazione (e sanzione) sia di tipo penale, che civile, alla stregua della disciplina apprestata dagli art. 2361 e 2630 c.c.

Corte appello Milano  16 settembre 2001

 

La norma di cui all'art. 2630 c.c. non può essere analogicamente applicata anche nel caso del liquidatore giudiziario di S.r.l. posto che riguarda gli amministratori di Spa.

Ufficio Indagini preliminari Milano  28 febbraio 2001

 

L'omessa convocazione dell'assemblea, in conseguenza della perdita del capitale sociale oltre il terzo, da parte dell'amministratore di società a responsabilità limitata, pur obbligatoria ex art. 2447 c.c., non può essere sanzionata penalmente. Tale sanzione, infatti, in mancanza di un esplicito riferimento all'art. 2496 comma 1 c.c., nel testo dell'art. 2630 comma 2 c.c., sarebbe possibile esclusivamente attraverso una applicazione analogica tassativamente preclusa in materia penale.

Tribunale Trento  04 gennaio 2001

 

In tema di reati societari, l'art. 2630 c.c., nella parte in cui sanziona penalmente l'omessa convocazione dell'assemblea nell'ipotesi di cui all'art. 2446 c.c., non trova applicazione nei confronti degli amministratori di s.r.l. Una interpretazione estensiva della citata norma incriminatrice tale da applicarla ai predetti organi si risolverebbe in una violazione del divieto di analogia "in malam partem".

Tribunale Trento  04 gennaio 2001



 
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