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Art. 2631 codice civile: Omessa convocazione dell’assemblea

Gli amministratori e i sindaci (1) che omettono di convocare l’assemblea dei soci nei casi previsti dalla legge o dallo statuto, nei termini ivi previsti, sono puniti con la sanzione amministrativa pecuniaria da 1.032 a 6.197 euro. Ove la legge o lo statuto non prevedano espressamente un termine, entro il quale effettuare la convocazione, questa si considera omessa allorchè siano trascorsi trenta giorni dal momento in cui amministratori e sindaci sono venuti a conoscenza del presupposto che obbliga alla convocazione dell’assemblea dei soci (2).

La sanzione amministrativa pecuniaria è aumentata di un terzo in caso di convocazione a seguito di perdite o per effetto di espressa legittima richiesta da parte dei soci (3).


Commento

Convocazione dell’assemblea: [v. 2484]; Amministratori: [v. 2621]; Sindaci: [v. 2621].

 

(1) Agli amministratori si aggiungono, come soggetti attivi dell’illecito, i sindaci; trattandosi di illecito amministrativo, è sufficiente l’elemento soggettivo della colpa.

 

(2) Il decreto di riforma introduce una precisazione relativa al termine di convocazione; nel caso in cui la legge o lo statuto lo determinino, esso costituirà il parametro cronologico per la consumazione dell’illecito; in caso contrario, viene previsto un termine di 30 giorni, allo scadere del quale la convocazione si considera omessa.

 

(3) L’aggravamento della sanzione è giustificato dalla necessità di una maggiore tutela dell’interesse alla tempestiva informazione dei soci nelle situazioni tipizzate dal comma in esame.

 

 

 


Giurisprudenza annotata

Omessa convocazione dell'assemblea

In tema di sanzioni amministrative, risponde della violazione di cui all'art. 2631, comma 1, c.c., l'amministratore che viola l'obbligo di convocare l'assemblea dei soci per l'approvazione del bilancio entro quattro mesi dalla chiusura dell'esercizio sociale, ove la prima convocazione vada deserta e non provveda, ai sensi degli art. 2364 e 2369 c.c., a far svolgere effettivamente l'assemblea in seconda convocazione entro trenta giorni decorrenti dalla precedente adunanza, non potendo ritenersi adempiuta la prescrizione normativa con la mera fissazione di un'ulteriore convocazione.

Cassazione civile sez. II  21 dicembre 2011 n. 28035  

 

La violazione dell'art. 2631, comma 1, c.c. può essere posta nel nulla solo che i soggetti contravvenzionati provvedano ad esibire agli organi competenti l'originale del libro dei verbali di assemblea, in luogo delle mere fotocopie ritenute inidonee allo scopo siccome inidonee a provare il regolare svolgimento della attività societaria sotto ogni profilo. È evidente che il mancato riscontro, da parte dei soggetti a tanto obbligati, alla richiesta di esibizione, legittimamente determina la Cc.I.AA. alla emissione dell'opposta O.I., mentre la circostanza di fatto dell'intervenuto smarrimento del libro delle assemblee, siccome verificatasi in data successiva di vari mesi a quella della richiesta "de qua" - valevole quale vera e propria costituzione in mora -, deve ritenersi circostanza imputabile in toto agli stessi soggetti obbligati all'adempimento richiesto e inidonea a scriminare la condotta degli stessi, non avendo i ricorrenti in alcun modo addotto, né provato, la sussistenza di legittimi impedimenti alla esibizione dell'originale del libro dei verbali in data successiva alla richiesta della Cc.I.AA. ed anteriore al denunciato smarrimento.

Giudice di pace Bari  29 aprile 2011 n. 2689  

 

La fattispecie previgente dell'art. 2631 c.c. che disciplinava il conflitto di interessi non è stata riprodotta, a seguito dell'introduzione del d.lg. n. 61 del 2002, nel vigente art. 2631 c.c. che prevede la violazione amministrativa di omessa convocazione dell'assemblea, ed è solo in parte riprodotta dal vigente art. 2634 c.c. che disciplina l'infedeltà patrimoniale; ne consegue - nell'ipotesi in cui il reato contestato all'imputato sia quello previsto dal previgente art. 2631 c.c. e non siano ravvisabili gli estremi della fattispecie criminosa di cui al vigente art. 2634 c.c. - che il giudice ha il dovere di assolvere l'imputato e non può ordinare la trasmissione degli atti all'autorità amministrativa.

Cassazione penale sez. V  11 dicembre 2003 n. 8673  

 

Il conflitto di interessi aggravato contestato agli amministratori di società sulla base dell'art. 2631 comma 1 e 2 c.c., nel testo precedente la novella del d.lg. n. 61 del 2002, non è più previsto come reato in seguito all'entrata in vigore del nuovo art. 2634 (rubricato "Infedeltà patrimoniale"). Quest'ultimo, infatti, deve ritenersi differente per struttura ed oggetto giuridico, dal momento che prevede quale elemento essenziale un danno cagionato al patrimonio sociale e riconducibile direttamente alla delibera adottata con l'apporto dei soggetti in conflitto d'interessi.

Tribunale Monza  21 luglio 2003

 

In tema di omessa convocazione dell'assemblea, la nuova formulazione dell'art. 2631 c.c. introdotta dall'art. 1 d.lg. 11 aprile 2002 n. 61, in sostituzione dell'art. 2630 comma 2 n. 2 c.c., ha trasformato la fattispecie di reato in illecito amministrativo. La nuova e più favorevole disciplina non pone alcuna distinzione con riferimento al tipo di società cui appartengano gli amministratori o i sindaci cui l'omissione sia imputata e deve, pertanto, trovare immediata applicazione anche nell'ipotesi di sindaci di società cooperativa che abbiano omesso di convocare l'assemblea dei soci nei casi previsti dalla legge o dallo statuto. (Nel caso di specie, riguardante l'omessa convocazione dell'assemblea di soci di una cooperativa a r.l. per l'approvazione del bilancio di esercizio, la S.C. ha annullato l'impugnata sentenza senza rinvio perché il fatto non è più previsto dalla legge come reato).

Cassazione penale sez. V  03 ottobre 2002 n. 36343  

 

Il reato previsto dall'art 2631 c.c. (conflitto di interessi) è reato di pericolo, la cui previsione è finalizzata a tutelare - mediante la garanzia della correttezza formale delle deliberazioni adottate dai suoi amministratori - la società dalle possibili commistioni dei suoi interessi con interessi ad essa estranei; per la sussistenza del reato, pertanto, non è necessario il verificarsi del danno (che tuttavia si configura, ai sensi del comma 2 dell'art. 2631 c.c., come circostanza aggravante), dovendo il comportamento dell'agente essere sanzionato anche nel caso in cui dalla delibera la società tragga vantaggio.

Cassazione penale sez. V  11 dicembre 2000 n. 6899  

 

La situazione di conflitto rilevante per l'art. 2631 c.c. (conflitto d'interessi) deve essere non soltanto reale ed effettiva, ma anche presente ed attuale, in riferimento al momento del voto nel consiglio di amministrazione ed alla situazione in tale momento esistente.

Ufficio Indagini preliminari Roma  22 dicembre 1997

 

L'art. 2631 c.c. punisce la condotta degli amministratori che, pur avendo in una determinata operazione, per conto proprio o di terzi, interessi in conflitto con quelli della società, omettano di astenersi dal partecipare alle deliberazioni riguardanti la operazione stessa: si ha conflitto di interessi ogni qual volta si faccia valere un interesse collidente con quello della società, come nel caso in cui l'amministratore si ponga in una posizione antagonistica rispetto all'ente, quale controparte contrattuale. Trattasi di un reato di pericolo, la cui previsione è finalizzata a tutelare la società dalle possibili commissioni di interessi ad essa estranei, mediante la garanzia della correttezza formale delle deliberazioni adottate dai suoi amministratori; alla sussistenza del reato è estranea la nozione del danno per cui la punibilità sussiste anche nel caso che della delibera la società tragga vantaggio, mentre, a mente del comma 2 dell'art. 2631 c.c., il verificarsi del danno si configura come circostanza aggravante. (Fattispecie relativa a ritenuta responsabilità per avere l'imputato, nella sua qualità di presidente di una società, preso parte alla deliberazione del consiglio di amministrazione con la quale la società veniva autorizzata a prestare fideiussione ad altra società, nonostante il conflitto di interessi derivante dalla sua partecipazione alla seconda società quale presidente. Ciò perché vi è indubbiamente conflitto di interessi tra chi concede la fideiussione e chi di essa beneficia, quanto meno, per la determinazione della contropartita che il beneficiario può essere richiesto di corrispondere al fideiussore - nella specie la vendita di parte dell'immobile da acquistarsi con il mutuo).

Cassazione penale sez. V  04 luglio 1989



 
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