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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 2634 codice civile: Infedeltà patrimoniale

Gli amministratori, i direttori generali e i liquidatori, che, avendo un interesse in conflitto con quello della società al fine di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto o altro vantaggio, compiono o concorrono a deliberare atti di disposizione dei beni sociali, cagionando intenzionalmente (1) alla società un danno patrimoniale, sono puniti con la reclusione da sei mesi a tre anni.

La stessa pena si applica se il fatto è commesso in relazione a beni posseduti o amministrati dalla società per conto di terzi, cagionando a questi ultimi un danno patrimoniale.

In ogni caso non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo, se compensato da vantaggi, conseguiti o fondatamente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al gruppo (2).

Per i delitti previsti dal primo e secondo comma si procede a querela della persona offesa.


Commento

Amministratori: [v. 2621]; Direttori generali: [v. 2621]; Liquidatori: [v. 2621]; Gruppi di società: [v. 2621]; Querela: [v. 2622].

 

Conflitto di interessi: si verifica quando l’amministratore persegue un interesse proprio o di altri soggetti (terzi) inconciliabile con l’interesse della società che amministra. Di conseguenza, egli si pone in una situazione di antagonismo rispetto alla società e in contrasto con compiti di gestione e di rappresentanza che gli sono affidati. In concreto, si ravvisa nell’assunzione da parte dell’amministratore del ruolo di controparte della società.

 

(1) Il dolo richiesto dalla norma è intenzionale e specifico: il danno patrimoniale deve essere cagionato intenzionalmente e la condotta deve essere finalizzata al profitto ingiusto, proprio o altrui, o al conseguimento di un vantaggio.

 

(2) Il comma 3 delimita il concetto di ingiustizia del profitto, per cui non è ingiusto il profitto della società collegata o del gruppo se compensato dai vantaggi, anche ragionevolmente prevedibili, derivanti dal collegamento o dall’appartenenza al gruppo.

 


Giurisprudenza annotata

Società

In tema di IRPEG, ai fini dell'accertamento della violazione di cui all'art. 9, secondo comma, del d.P.R. 29 settembre 1973, n. 600 (applicabile "ratione temporis") - che stabilisce il termine di "un mese dall'approvazione del bilancio o rendiconto" per la presentazione della relativa dichiarazione ovvero, se il bilancio non è stato approvato nel termine stabilito dalla legge o dall'atto costitutivo, l'ulteriore termine di un mese da tali scadenze - occorre avere riguardo all'art. 2364, secondo comma, cod. civ. (nel testo, utilizzabile "ratione temporis", anteriore alle modifiche apportategli dal d.lgs. 17 gennaio 2003, n. 6), secondo il quale l'assemblea ordinaria, unico organo competente all'approvazione del bilancio e del rendiconto, "deve essere convocata almeno una volta all'anno, entro quattro mesi dalla chiusura dell'esercizio sociale", salvo che l'atto costitutivo non preveda un termine maggiore (non superiore in ogni caso a sei mesi) quando particolari esigenze lo richiedono, senza che queste ultime debbano essere indicate nell'atto costitutivo. Ne consegue che per verificare la tempestività della presentazione della suddetta dichiarazione, e, quindi, la legittimità dell'eventuale approvazione del bilancio oltre il termine di quattro mesi (ma entro i sei), è sufficiente che l'Amministrazione finanziaria verifichi se, nel verbale dell'assemblea, il ritardo della convocazione sia giustificato con il richiamo delle esigenze che hanno determinato il superamento del termine ordinario. Rigetta, Comm. Trib. Reg. del Veneto, 28/03/2007

Cassazione civile sez. trib.  23 maggio 2014 n. 11452

 

L'art. 2634 c.c. (infedeltà patrimoniale) e l'art. 2635 c.c. (infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità) disegnano due fattispecie astratte sensibilmente differenti, richiedendosi l'adozione di atti dispositivi di beni sociali solo nella prima, mentre nella seconda possono assumere rilievo anche condotte di mera omissione di atti dovuti: diversi sono i potenziali soggettivi attivi, limitati per l' infedeltà patrimoniale solo a coloro che abbiano poteri di gestione diretta dei beni della società, mentre per quanto disposto dall'art. 2635 i soggetti attivi si estendono fino a comprendere sindaci, responsabili della revisione e dirigenti preposti alla redazione di documenti contabili societari.

Cassazione penale sez. V  13 novembre 2012 n. 14765  

 

Integra il delitto di appropriazione indebita, e non quello di infedeltà patrimoniale previsto dall'art. 2634 c.c., l'erogazione di denaro compiuta dall'amministratore di una società di capitali in violazione delle norme organizzative di questa e per realizzare un interesse esclusivamente personale, in assenza di una preesistente situazione di conflitto d'interessi con l'ente, senza che possa rilevare l'assenza di danno per i soci. (Fattispecie in cui è stato rigettato il ricorso avverso ordinanza che aveva confermato il sequestro preventivo di somme formalmente appostate in bilancio, riconducibili ad operazioni inesistenti giustificate da false fatturazioni, o comunque provento di evasione fiscale, e sottratte alla società senza valida giustificazione economica).

Cassazione penale sez. II  16 novembre 2012 n. 3397

 

Il delitto di bancarotta fraudolenta patrimoniale e quello di bancarotta societaria per infedeltà patrimoniale sono in rapporto di specialità reciproca e possono quindi concorrere, con la conseguenza che l'insussistenza del secondo non comporta automaticamente l'inconfigurabilità del primo. (Fattispecie relativa all'annullamento della sentenza di non luogo a procedere che, nel ritenere l'insussistenza del reato di bancarotta da infedeltà patrimoniale in relazione alla condotta di sviamento della clientela commessa dall'amministratore della fallita, non aveva valutato l'eventuale sussumibilità della stessa nel paradigma della bancarotta patrimoniale).

Cassazione penale sez. V  27 settembre 2012 n. 43001  

 

In tema di bancarotta, un'operazione distrattiva infragruppo dal carattere marcatamente patologico per la gravità delle condizioni finanziarie di tutte le società coinvolte - idonea, quindi, a determinare un trasferimento di valori connotato da "fraudolenza" - trova inquadramento nella fattispecie di cui al comma 1 dell'art. 223 l.fall. e non in quello ex art. 2634 c.c., richiamato dal comma 2 dello stesso art. 223.

Cassazione penale sez. V  09 maggio 2012 n. 29036  

 

Il reato di truffa, autonomo rispetto al reato infedeltà patrimoniale di cui all'art. 2634 c.c., non postula l'identità tra la persona offesa del reato e quella indotta in errore sempre che gli effetti dell'inganno e della condotta si riversino sul patrimonio del danneggiato ove la vittima si ponga in una prospettiva di gestione degli interessi patrimoniali dello stesso tale da configurare un rapporto causale diretto tra induzione in errore e gli elementi del profitto e dell'inganno. Non è ravvisabile la truffa quando l'artificio ed il raggiro, elementi costitutivi della norma, non risultino necessari alla verosimile appropriazione.

Ufficio Indagini preliminari Cosenza  27 ottobre 2010

 

Il reato di impedito controllo è un reato a forma vincolata che presuppone l'impedimento o l'ostacolo allo svolgimento delle attività di controllo o di revisione, attuati attraverso l'occultamento o altri idonei artifici. La fattispecie di reato, autonoma rispetto al reato infedeltà patrimoniale di cui all'art. 2634 c.c., assume rilevanza penale se connaturata dal danno ai soci e può essere commesso solo dagli amministratori di società commerciali soggette a registrazione dovendosene escludere la configurabilità ogni qualvolta sia assente qualsiasi condotta che si configuri nella materiale impossibilità di permettere ai soci lo svolgimento di attività di verifica attribuite dalle disposizioni in materia societaria.

Ufficio Indagini preliminari Cosenza  27 ottobre 2010

 

Il reato di infedeltà patrimoniale presuppone il compimento di atti di disposizione dei beni sociali ed il duplice elemento soggettivo del dolo specifico del profitto ingiusto e del dolo intenzionale del danno, tale che non è ravvisabile ove gli atti dell'amministratore di una società siano consistiti nello spostamento della clientela e non siano stati posti in essere con l'intento di danneggiare la società. Nel reato di infedeltà patrimoniale la possibilità della querela da parte del socio danneggiato non è conforme alla struttura del delitto poiché a questo verrebbe riconosciuta la qualifica di persona offesa, che coincide con la persona giuridica, con il rischio che il patrimonio sociale, terzo e autonomo rispetto ai soci, si confonderebbe con il patrimonio di alcuni di questi, spesso di minoranza, creando uno strumento di ricatto nelle mani di una parte della compagine sociale ed esponendo le stesse società alla minaccia dell'utilizzo dello strumento penale, anche nei casi di puro rischio di impresa.

Ufficio Indagini preliminari Cosenza  27 ottobre 2010

 

Si configura il reato di cui all'art. 2634 c.c. in capo all'amministratore che riveste anche la qualità di socio, anche se la clausola statutaria consente espressamente ai soci di svolgere attività in concorrenza con quella della società e di partecipare in altre società aventi oggetto affine o analogo a quello della società medesima poiché l'amministratore, grazie ai poteri connessi alla funzione, è tenuto, nella sua azione, a ben altra diligenza, responsabilità e lealtà verso la compagine sociale rispetto al semplice socio, tale da non cagionare il dissesto dell'amministrata, favorendo un sodalizio concorrente.

Ufficio Indagini preliminari Cosenza  27 ottobre 2010

 

Le due figure di reato previste, rispettivamente, dall'art. 646 c.p. (appropriazione indebita) e dall'art. 2634 c.c. (infedeltà patrimoniale) si differenziano essenzialmente perché presupposto della seconda è la presenza di un conflitto di interessi tra i soggetti attivi (amministratori, direttori generali o liquidatori) e società, per cui viene ad essere sanzionato un qualsiasi atto di gestione che, quale che ne sia l'oggetto, persegua un interesse confliggente con quello della società, mentre la prima di dette figure di reato, oltre a poter avere ad oggetto solo danaro o altra cosa mobile, si caratterizza per l'assenza, in essa, di un autonomo e preesistente conflitto di interessi tra l'agente e la persona offesa

Cassazione penale sez. II  03 dicembre 2009 n. 7587  

 

Le norme incriminatrici dell'infedeltà patrimoniale (2634 c.c.) e dell'appropriazione indebita (646 c.p.) sono fra loro in rapporto di specialità reciproca. La prima tipicizza la necessaria relazione tra un preesistente ed ancora attuale conflitto di interessi, obiettivamente valutabile, e le finalità di profitto o altro vantaggio dell'atto di disposizione, finalità che si qualificano in termini di ingiustizia per la proiezione soggettiva del preesistente conflitto. L'appropriazione indebita presenta caratteri di specialità per la natura del bene (soltanto denaro o cosa mobile) che ne può essere oggetto e per l'irrilevanza del perseguimento di un semplice vantaggio anziché di un profitto. L'ambito di interferenza tra le due fattispecie è dato dalla comunanza dell'elemento costitutivo della "deminutio patrimonii" e dell'ingiusto profitto, ma esse differiscono per l'assenza, nell'appropriazione indebita, di un preesistente ed autonomo conflitto di interessi, che invece connota l'infedeltà patrimoniale.

Cassazione penale sez. II  03 giugno 2009 n. 26281  



 
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