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Art. 2635 codice civile: Corruzione tra privati

Salvo che il fatto costituisca più grave reato, gli amministratori, i direttori generali, i dirigenti preposti alla redazione dei documenti contabili societari (1), i sindaci e i liquidatori (2), che, a seguito della dazione o della promessa di denaro o altra utilità, per sé o per altri, compiono od omettono atti, in violazione degli obblighi inerenti al loro ufficio (3) o degli obblighi di fedeltà (4), cagionando nocumento alla società, sono puniti con la reclusione da uno a tre anni.

Si applica la pena della reclusione fino a un anno e sei mesi se il fatto è commesso da chi è sottoposto alla direzione o alla vigilanza di uno dei soggetti indicati al primo comma.

Chi dà o promette denaro o altra utilità (5) alle persone indicate nel primo e nel secondo comma è punito con le pene ivi previste.

Le pene stabilite nei commi precedenti sono raddoppiate se si tratta di società con titoli quotati in mercati regolamentati italiani o di altri Stati dell’Unione europea o diffusi tra il pubblico in misura rilevante ai sensi dell’articolo 116 del testo unico delle disposizioni in materia di intermediazione finanziaria, di cui al decreto legislativo 24 febbraio 1998, n. 58, e successive modificazioni.

Si procede a querela della persona offesa, salvo che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi (7).


Commento

Amministratori: [v. 2621]; Direttori generali: [v. 2621]; Sindaci: [v. 2621]; Liquidatori: [v. 2621]; Querela: [v. 2622].

 

(1) La responsabilità per il reato in questione riguarda anche il dirigente preposto alla redazione dei documenti contabili societari, figura disciplinata dall’art. 154bis, d.lgs. 24-2-1998, n. 58 (T.U. intermediazione finanziaria).

 

(2) Soggetti attivi del reato di corruzione possono essere anche i responsabili della revisione; la fattispecie è perseguita dall’art. 28 del decreto di riforma (d.lgs. 39/2010), che riproduce sostanzialmente l’abrogato art. 174ter, d.lgs. 58/1998.

 

(3) L’ipotesi è quella della cd. corruzione propria (art. 319 c.p.) che si realizza per violazione degli obblighi inerenti al proprio ufficio.

 

(4) La nuova formulazione, rispetto alla precedente disposizione, aggiunge il riferimento alla violazione degli obblighi di fedeltà; non considera, invece, l’ipotesi di dazione o promessa di utilità per l’esercizio della funzione (cd. corruzione impropria) che (come nella previgente disciplina) rileva quale delitto del pubblico ufficiale (art. 318 c.p.).

 

(5) Soggetto attivo è anche chi dà o promette l’utilità (intendendosi qualunque vantaggio, anche di carattere non patrimoniale); analogamente dispone l’art. 28, c. 2, d.lgs. 39/2010 cit. per la fattispecie di corruzione dei revisori.

 

(6) A differenza della precedente fattispecie, la procedibilità non è sempre a querela, essendo prevista l’eccezione che dal fatto derivi una distorsione della concorrenza nella acquisizione di beni o servizi (procedibilità d’ufficio).

 

La nuova disposizione riformula la fattispecie di corruzione tra privati adeguandola all’attuale configurazione delle norme incriminatrici del codice penale, riformate dalla legge anticorruzione. L’intento del legislatore è quello di attribuire rilevanza espressa alle condotte di corruzione realizzate in ambito privatistico e, quindi, non solo nell’esercizio di una funzione pubblica, inasprendo il trattamento sanzionatorio.

 


Giurisprudenza annotata

Società e consorzi.

L'art. 2634 c.c. (infedeltà patrimoniale) e l'art. 2635 c.c. (infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità) disegnano due fattispecie astratte sensibilmente differenti, richiedendosi l'adozione di atti dispositivi di beni sociali solo nella prima, mentre nella seconda possono assumere rilievo anche condotte di mera omissione di atti dovuti: diversi sono i potenziali soggettivi attivi, limitati per l' infedeltà patrimoniale solo a coloro che abbiano poteri di gestione diretta dei beni della società, mentre per quanto disposto dall'art. 2635 i soggetti attivi si estendono fino a comprendere sindaci, responsabili della revisione e dirigenti preposti alla redazione di documenti contabili societari.

Cassazione penale sez. V  13 novembre 2012 n. 14765

 

In tema di infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità, il nocumento per la società da cui dipende la sussistenza del reato consiste nella lesione di qualsiasi interesse della medesima suscettibile di valutazione economica e non si risolve pertanto nella causazione di un immediato danno patrimoniale. (Fattispecie in cui è stata riconosciuta la determinazione di un nocumento nella lesione dell'immagine e della reputazione di un istituto bancario). Annulla in parte con rinvio, Trib. lib. Milano, 25/07/2012

Cassazione penale sez. V  13 novembre 2012 n. 5848  

 

L'atto il cui compimento o la cui omissione integra il delitto di infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità (art. 2635 c.c.) può essere costituito anche da un parere ovvero dal voto espresso ai fini della formazione della delibera di un organo collegiale della società. Annulla in parte con rinvio, Trib. lib. Milano, 25/07/2012

Cassazione penale sez. V  13 novembre 2012 n. 5848  

 

In tema di infedeltà a seguito di dazione o promessa di utilità, la misura cautelare del sequestro preventivo può essere applicata sulla somma di denaro costituente profitto del reato solo quando dagli atti emerga in maniera inconfutabile che la “res” su cui il vincolo è stato disposto costituisce proprio il vantaggio patrimoniale conseguito a seguito della condotta incriminata. Qualora, pertanto, l’imputato riesca a dimostrare il difetto assoluto del nesso di pertinenza fra a “res” sequestrata ed il reato contestato nonché l’inidoneità della eventuale libera disponibilità di tali somme a protrarre l’offesa al bene giuridico protetto, la misura cautelare applicata va considerata carente tanto sotto il profilo del “fumus boni juris” quanto sotto quello del “periculum in mora” ed è quindi suscettibile di annullamento.

Tribunale Milano sez. riesame  26 gennaio 2006 n. 6  



 
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