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Art. 2636 codice civile: Illecita influenza sull’assemblea

Chiunque (1), con atti simulati o fraudolenti, determina la maggioranza in assemblea (2), allo scopo di procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto (3), è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni.


Commento

(1) Soggetto attivo può essere chiunque e non solo l’amministratore, come nella fattispecie previgente.

 

(2) Il reato, diversamente dalla fattispecie previgente, richiede un concreto risultato lesivo (reato di evento) che si realizza quando la maggioranza assembleare si forma.

 

(3) L’elemento soggettivo è il dolo specifico (scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto).

 

La norma tutela la corretta formazione della volontà dell’assemblea e, rispetto alla corrispondente fattispecie prevista dall’art. 2630, c. 1, n. 3, assume rilevanza autonoma come reato comune, non più come violazione degli obblighi degli amministratori. Il trattamento sanzionatorio appare severo, se rapportato alle pene previste per le fattispecie di infedeltà [v. 2634 e 2635].


Giurisprudenza annotata

 

Società e consorzi.

In tema di reati societari, sono da considerarsi illecite le operazioni che abbiano avuto l'effetto di creare una situazione artificiosa o fraudolenta funzionalmente strumentale al conseguimento di risultati che, costituendo violazione di previsioni legali o statutarie, siano connotati dal crisma della illiceità e, di riflesso, si presentino come il frutto di indebite interferenze sulla regolare formazione delle deliberazioni assembleari.

Cassazione penale sez. V  21 maggio 2013 n. 17939  

 

L'elemento oggettivo del reato di illecita influenza sull'assemblea - art. 2636 c.c. nel testo introdotto dalla l. n. 61 del 2006 - è integrato da qualsiasi operazione che artificiosamente consenta di alterare la formazione delle maggioranze assembleari, rendendo così di fatto possibile il conseguimento di risultati vietati dalla legge o non consentiti dallo statuto della società. (In applicazione del principio di cui in massima la S.C. ha ritenuto immune da censure la decisione con cui il giudice di merito ha affermato la responsabilità - in ordine al delitto di cui all'art. 2636 c.c. - dell'imputato, il quale, in qualità di amministratore unico di una s.r.l., aveva ripetutamente determinato le maggioranze nelle assemblee sociali con atti fraudolenti, rappresentando falsamente la presenza della maggioranza dei soci alle assemblee, in particolare, facendo figurare come presente una socia assente mediante la falsificazione della relativa firma sul verbale nonché attestando in capo alla socia presente, moglie dello stesso imputato, la titolarità di un numero di quote sufficiente a costituire la maggioranza per niente corrispondenti alla titolarità reale, con il risultato di determinare la maggioranza per il funzionamento della assemblea, altrimenti interdetto).

Cassazione penale sez. V  14 ottobre 2011 n. 555

 

Non costituiscono atti simulati idonei ad influire sull'assemblea, rilevanti ai sensi e per gli effetti dell'art. 2636 c.c., la convocazione della stessa, da parte dell'amministratore, in un luogo diverso dalla sede sociale (nella specie un avvocato in luogo di un notaio, come invece era stato richiesto dalla minoranza assembleare) e in ore assolutamente compatibili con la possibilità di raggiungere il predetto luogo, ovvero la scelta del segretario dell'assemblea. Non sussiste quindi il reato di illecita influenza sull'assemblea qualora non sia stata posta in essere alcuna influenza sulla maggioranza la quale si sia correttamente determinata.

Ufficio Indagini preliminari Milano  21 aprile 2010

 

L'elemento oggettivo del reato di illecita influenza sull'assemblea è integrato da qualsiasi operazione che artificiosamente permetta di alterare la formazione delle maggioranze assembleari, purché a tale alterazione consegua, direttamente o indirettamente, un risultato vietato dalla legge o dallo statuto della società.

Cassazione penale sez. V  14 ottobre 2011 n. 555  

 

In tema del reato di illecita influenza sull'assemblea, la nozione di "atti simulati" contenuta nell'art. 2636 c.c. non deve essere intesa in senso civilistico, con esclusivo riferimento all'istituto della simulazione regolato dagli art. 1414 ss. c.c., ma deve essere inquadrata in una tipologia di comportamenti più ampia, che include qualsiasi operazione che artificiosamente permetta di alterare la formazione delle maggioranze assembleari, rendendo possibile il conseguimento di risultati vietati dalla legge o non consentiti dallo statuto della società. Annulla con rinvio, Trib. lib. Santa Maria Capua Vetere, 3 Ottobre 2009

Cassazione penale sez. I  03 marzo 2009 n. 17854  

 

In tema di illecita influenza sull'assemblea, prevista come reato dall'art. 2636 c.c. nel testo introdotto dal d.lg. n. 61 del 2002, pur dovendosi ritenere che la nozione di "atti simulati" abbia una portata più ampia di quella civilistica, non essendo essa riconducibile soltanto all'istituto della simulazione regolato dagli art. 1414 e ss. c.c. ma includendo qualsiasi operazione che artificiosamente permetta di alterare la formazione delle maggioranze assembleari, per cui può assumere rilievo penale anche una interposizione reale, e non fittizia, di persona, come pure un eventuale "pactum fiduciae", non può tuttavia prescindersi, ai fini della configurabilità del reato, dalla necessaria individuazione di profili di illiceità, rispetto alla legge o allo statuto sociale, dei risultati che l'agente abbia inteso conseguire. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha annullato con rinvio, per difetto di motivazione, il provvedimento del giudice di merito che aveva ritenuto configurabile, ai fini dell'adozione di una misura cautelare reale, il reato "de quo", sulla sola base del fatto che l'indagato, quale socio di una s.p.a., operando come mandatario senza rappresentanza di soggetti esterni che lo avevano finanziato, aveva esercitato, nell'inerzia degli altri soci, il diritto di opzione all'acquisto di azioni di nuova emissione per cui era divenuto socio di maggioranza e aveva, come tale, nominato un nuovo consiglio di amministrazione estromettendone i soci fondatori).

Cassazione penale sez. I  03 marzo 2009 n. 17854  

 

Il reato di illecita influenza sull’assemblea, previsto dall’art. 2636 c.c., che punisce la condotta di chi, “con atti simulati o fraudolenti”, determina la maggioranza in assemblea allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, è “reato di evento”, che si perfeziona con l’effettiva determinazione di una maggioranza assembleare non genuina in conseguenza di atti simulati o fraudolenti, tali, cioè, da palesare una realtà difforme da quella effettiva ovvero idonei a trarre in inganno e a provocare la deviazione della volontà assembleare verso deliberazioni convergenti da quelle che sarebbero state adottate in assenza della simulazione o della frode.

Cassazione penale sez. I  03 marzo 2009 n. 17854  

 

Il reato di illecita influenza sull'assemblea, previsto dall'art. 2636 c.c., che punisce la condotta di chi, «con atti simulati o fraudolenti», determina la maggioranza in assemblea allo scopo di procurare a sé o ad altri un ingiusto profitto, identifica il bene giuridico protetto nel corretto funzionamento dell'organo assembleare, assicurato dal rispetto del principio maggioritario, attraverso cui si esprime la volontà assembleare e si attua l'interesse sociale: la norma incriminatrice, in sostanza, mira a tutelare la trasparenza e la regolarità del processo formativo della volontà dell'assemblea.

Cassazione penale sez. I  03 marzo 2009 n. 17854

 

La nuova figura prevista dall'art. 2636 c.c. (illecita influenza sull'assemblea), pur differenziandosi sotto vari profili, attinenti tanto alla condotta quanto all'elemento soggettivo, dalla precedente, analoga previsione di cui all'art. 2630 comma 1 n. 3 c.c., rimane contenuta all'interno di detta più ampia previsione, per cui può dirsi che vi sia tra l'una e l'altra una continuità normativa, con la conseguenza che, tra le due norme, va applicata quella più favorevole, sicuramente individuabile nell'attuale art. 2636, sempre che, di fatto, nella contestazione siano contenuti tutti gli elementi caratteristici della nuova fattispecie. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto che erroneamente fosse stata esclusa "a priori" la persistente configurabilità del reato in un caso in cui, secondo l'accusa, l'imputato, con l'artifizio consistito nello stipulare, senza oggettiva necessità, pochi giorni prima della convocazione dell'assemblea societaria, un contratto di mutuo personale con istituto di credito, costituendo in pegno la sua quota di partecipazione alla società, sì da consentire al suddetto istituto di esercitare il diritto di voto, aveva in tal modo impedito che venisse raggiunta la maggioranza necessaria all'approvazione di una proposta di azione di responsabilità nei di lui confronti).

Cassazione penale sez. V  20 febbraio 2004 n. 19102

 

La nuova figura di reato prevista dall'art. 2636 c.c. (illecita influenza sull'assemblea), pur differenziandosi sotto vari profili, attinenti tanto alla condotta quanto all'elemento soggettivo, dalla precedente, analoga previsione di cui all'art. 2630 comma 1 n. 3 c.c., rimane contenuta all'interno di detta più ampia previsione, per cui può dirsi che vi sia tra l'una e l'altra una continuità normativa, con la conseguenza che, tra le due norme, va applicata quella più favorevole, sicuramente individuabile nell'attuale art. 2636, sempre che, di fatto, nella contestazione siano contenuti tutti gli elementi caratteristici della nuova fattispecie. (Nella specie, in applicazione di tali principi, la Corte ha ritenuto che erroneamente fosse stata esclusa a priori la persistente configurabilità del reato in un caso in cui, secondo l'accusa, l'imputato, con l'artifizio consistito nello stipulare, senza oggettiva necessità, pochi giorni prima della convocazione dell'assemblea societaria, un contratto di mutuo personale con un istituto di credito, costituendo in pegno la sua quota di partecipazione alla società, sì da consentire al suddetto istituto di esercitare il diritto di voto, aveva in tal modo impedito che venisse raggiunta la maggioranza necessaria all'approvazione di una proposta di azione di responsabilità nei di lui confronti).

Cassazione penale sez. V  20 febbraio 2004 n. 19102  

 

Il delitto di illecita influenza sull'assemblea, previsto dall'art. 2636 c.c., è reato di evento che si consuma quando la condotta, caratterizzata da comportamenti simulati o fraudolenti, come nel caso di esercizio di voto da parte dell'apparente acquirente di quote di una società finalizzato a eludere un divieto legale, abbia effettivamente determinato la maggioranza nell'assemblea.

Cassazione penale sez. V  19 gennaio 2004 n. 7317  

 

In tema di reati societari, l'art. 2636 c.c. (illecita influenza sull'assemblea), nella nuova formulazione introdotta dal d.lg. n. 61 del 2002, prevede una condotta di frode caratterizzata da comportamenti artificiosi, rappresentati da una componente simulatoria idonea a realizzare un inganno, si configura come reato di evento, posto che per la consumazione del reato è richiesta l'effettiva determinazione della maggioranza nell'assemblea, ed è preordinata a tutelare l'interesse al corretto funzionamento dell'organo assembleare. (Nella specie, la Corte ha ritenuto che integri il delitto in questione la condotta dell'amministratore unico di una società che, al fine di aggirare il divieto di voto per conflitto di interessi, stabilito dall'art. 2373 comma 3 c.c., abbia simulato la vendita della propria quota a due dipendenti, per consentire l'esercizio di voto legato a tale quota, impedendo, tramite il voto contrario espresso dagli apparenti acquirenti, l'adozione della delibera per il promovimento dell'azione di responsabilità nei suoi confronti, che altrimenti sarebbe stata approvata).

Cassazione penale sez. V  19 gennaio 2004 n. 7317  

 

Il reato di cui all'art. 2636 c.c., consistente nel fatto di "chiunque, con atti simulati o fraudolenti, determina la maggioranza in assemblea, allo scopo di procurare a sè o ad altri un ingiusto profitto", è configurabile anche quando la condotta vietata abbia provocato soltanto il conseguimento di un "quorum" che, altrimenti, non sarebbe stato ottenuto, con conseguente risultato di una risoluzione comunque anomala. (Nella specie, in applicazione di tale principio, la Corte ha ritenuto che correttamente fosse stata affermata la sussistenza del reato in un caso in cui, trattandosi di società composta da due soci a partecipazione paritaria, uno dei due, onde impedire la deliberazione, da parte dell'assemblea, di un'azione di responsabilità nei suoi confronti, come da proposta dell'altro socio - alla quale egli non avrebbe potuto validamente opporsi, ostandovi il disposto di cui all'art. 2373 comma 2 c.c. - aveva fittiziamente ceduto, in vista della riunione assembleare, le proprie quote a persone di sua fiducia le quali, con il proprio voto contrario, avevano fatto sì che la proposta non potesse considerarsi approvata).

Cassazione penale sez. V  19 gennaio 2004 n. 7317  



 
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