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Art. 266 codice civile: Impugnazione del riconoscimento per effetto di interdizione giudiziale

Il riconoscimento può essere impugnato per l’incapacità che deriva da interdizione giudiziale dal rappresentante dell’interdetto e, dopo la revoca dell’interdizione, dall’autore del riconoscimento, entro un anno dalla data della revoca.


Commento

Riconoscimento: [v. 250]; Interdizione: [v. 85].

 

 

 


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Nell'attuale quadro normativo, in cui è rinvenibile una norma di sistema - presupposta da una serie di disposizioni regolatrici di fattispecie diverse (art. 143 bis, 236, 237 comma 2, 266, 299 comma 3 c.c.; 33 e 34 d.P.R. n. 396 del 2000) - che prevede l'attribuzione automatica del cognome paterno al figlio legittimo, sia pure retaggio di una concezione patriarcale della famiglia non in sintonia con le fonti sopranazionali, che impongono agli Stati membri l'adozione di misure idonee alla eliminazione delle discriminazioni di trattamento nei confronti della donna, ma che (come avvertito anche dalla sentenza della Corte cost. n. 61 del 2006) spetta comunque al legislatore ridisegnare in senso costituzionalmente adeguato, non può trovare accoglimento la domanda dei genitori di attribuzione al figlio del cognome materno.

Cassazione civile sez. I  14 luglio 2006 n. 16093  

 

Ai sensi dell'art. 266 c.c., l'atto di riconoscimento di figlio naturale compiuto in stato di incapacità di intendere e di volere non è, per ciò solo, impugnabile.

Cassazione civile sez. I  05 novembre 1997 n. 10838

 

 

Cassazione

La circostanza che la notifica del controricorso in cassazione, tentata in tempo utile al domicilio indicato nel ricorso non possa essere eseguita per l'insufficienza delle indicazioni integranti l'elezione di domicilio contenuta nel ricorso, non esclude la possibilità di effettuare tempestivamente la notifica del controricorso presso la cancelleria della Corte di cassazione, ai sensi degli art. 366, commi 1 e 2, e 370, comma 1, c.p.c., essendosi l'elezione di domicilio rivelata nulla per mancanza degli elementi necessari al conseguimento dello scopo.

Cassazione civile sez. III  17 marzo 1995 n. 3118

 



 
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