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Art. 268 codice civile: Provvedimenti in pendenza del giudizio

Quando è impugnato il riconoscimento, il giudice può dare, in pendenza del giudizio, i provvedimenti (1) che ritenga opportuni nell’interesse del figlio (2).


Commento

Riconoscimento: [v. 250].

 

(1) Si tratta di provvedimenti discrezionali e non suscettibili di impugnazione, in considerazione del loro carattere provvisorio e revocabile.

 

(2) La norma si applica a tutte le ipotesi di impugnazione del riconoscimento.

 

La norma ha la funzione di evitare che, durante il tempo necessario all’accertamento della fondatezza dell’impugnazione, possano verificarsi dei danni irrimediabili a carico del figlio.

 


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il significato della solidarietà e del reciproco affidamento, ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.

Tribunale Roma sez. I  17 ottobre 2012 n. 19563  

 

Ritenuto che la buona fede, la correttezza e la lealtà nei rapporti giuridici rispondono a doveri generali, non circoscritti agli atti o contratti per i quali sono richiamate da specifiche disposizioni di legge, e che tali doveri, nella particolare materia del diritto di famiglia, assumono il più ampio e profondo significato della solidarietà e del reciproco affidamento; ritenuto che, nell'evoluzione del diritto positivo e della sua interpretazione giurisprudenziale, sempre minor rilievo assume il dato formale del rapporto familiare fondato sul legame meramente biologico e la famiglia assume sempre di più la connotazione della prima comunità nella quale effettivamente si svolge e si sviluppa la personalità del singolo e si fonda la sua identità, per cui la tutela del diritto allo status ed all'identità personale può non identificarsi con la prevalenza della verità biologica; ritenuto che la protezione dei diritti individuali della persona ed in particolare del minore - specie nella delicatissima sua fase adolescenziale (art. 264 c.c.) - nella società e nel nucleo familiare in cui questi si trovi collocato per scelta altrui postula le linee guida che devono orientare, oltre al legislatore ordinario, anche l'interprete nella ricerca, nel sistema normativo, dell'esegesi idonea ad assicurare il rispetto della dignità della persona umana; quanto precede ritenuto e premesso, l'interpretazione dell'art. 263 c.c., alla luce dei principi fondamentali dell'ordinamento interno, comunitario ed internazionale e del diritto allo status ed all'identità personale, impone di considerare irretrattabile il riconoscimento avvenuto nella consapevolezza della sua falsità: attribuire la legittimazione ad impugnare il riconoscimento a chi lo abbia in mala fede effettuato o concorso ad effettuarlo, sul piano logico ed effettuale ha la stessa valenza di una revoca, vietata, peraltro, espressamente dalla legge.

Tribunale Roma sez. I  17 ottobre 2012 n. 19563  

 

Qualora una donna extracomunitaria (indonesiana), madre di una ragazza di ormai 14 anni circa, stabilmente dimorante con la figlia in Italia, affermando di avere concepito la figlia, in Indonesia, grazie alla donazione di un ovocita di provenienza asseritamente ignota (ma, più verosimilmente, entrata in possesso della figlia grazie all'acquisto venale di una creatura di sesso femminile già nata), di averla riconosciuta quale figlia naturale, gravando tali affermazioni da dichiarazioni contraddittorie, inverosimili, assurde, menzognere e quasi sempre incontrollabili grazie alla scarsissima documentazione anagrafica di provenienza indonesiana ed alla sua irrisoria attendibilità, è opportuno e conforme alla legge italiana che la veridicità del riconoscimento venga accertata, come richiesto dal p.m., ai sensi degli art. 263 e 264 c.c.: all'uopo, il Tribunale ha pertanto nominato un curatore speciale alla minore, che possa verificare e controllare l'autenticità e la veridicità del preteso atto di riconoscimento. Fino all'esito finale del procedimento sulla autenticità e veridicità del riconoscimento, non può, tuttavia, il Tribunale limitare od in alcun modo sospendere la potestà parentale spettante sulla figlia alla donna, tanto più che quest'ultima ha sempre riservato alla minore le più amorevoli ed efficaci cure parentali, che la figlia gode di un ottimo stato di benessere e di sicurezza sotto ogni punto di vista, affronta con successo i consueti cimenti scolatici (frequenta il IV ginnasio), ed è legatissima, affettivamente e psicologicamente, alla madre, che è e rimane ancora tale, nella pienezza intangibile dei suoi poteri parentali, fino all'esito finale e definitivo del procedimento ex art. 263 e 264 c.c.

Tribunale minorenni Milano  27 luglio 2012

 

Nel corso del giudizio per il riconoscimento di figlio, il Giudice può adottare i provvedimenti che ritiene opportuni nell'interesse del figlio stesso. L'eliminazione per falsità del riconoscimento di paternità naturale, unitamente alla dichiarazione della madre di nascita della minore in costanza di matrimonio fa presumere che la stessa sia figlia del marito. Tale accertamento, a seguito del passaggio in giudicato della sentenza deve essere annotato dall'Ufficiale di Stato Civile nei registri del Comune. Non può invece essere dichiarato lo stato di figlia legittima in quanto l'azione di reclamo di legittimità ex art. 241 c.c. presuppone oltre alla mancanza del possesso di stato di figlio legittimo anche la mancanza dell'atto di nascita, che si avrà solo col passaggio in giudicato della presente sentenza.

Tribunale Tivoli  24 giugno 2009

 

 

Adozione

In caso di affidamento di un minore, disposto dal tribunale per i minorenni, ai sensi dell'art. 74, ultimo comma, della l. 4 maggio 1983, n. 184, in presenza di riconoscimento di filiazione naturale che presenti gli estremi dell'impugnabilità, i coniugi affidatari, rispetto ai quali l'affidamento stesso sia stato ribadito, col diverso provvedimento di cui all'art. 268 c.c. dal giudice istruttore del giudizio di impugnazione poi effettivamente proposto dal curatore speciale del minore davanti al tribunale ordinario, hanno titolo e legittimazione ad opporsi all'esecuzione per la riconsegna del bambino, iniziata nei loro confronti da parte del preteso genitore naturale a seguito di riforma in appello dell'originario provvedimento di affidamento, poiché l'instaurazione del suddetto giudizio di opposizione ha l'effetto di trasferire all'adito tribunale ordinario il potere di provvedere nell'interesse della prole, con la conseguenza che il nuovo provvedimento di affidamento integra anche un autonomo titolo per la conservazione del rapporto con esso costituito, che rimane insensibile alle vicende dell'affidamento disposto anteriormente all'inizio del giudizio stesso.

Cassazione civile sez. I  13 marzo 1993 n. 3026  



 
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