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Art. 269 codice civile: Dichiarazione giudiziale di paternità e maternità

La paternità e la maternità (naturale) (1) (2) possono essere giudizialmente dichiarate nei casi in cui il riconoscimento è ammesso.
La prova della paternità e della maternità può essere data con ogni mezzo.
La maternità è dimostrata provando la identità di colui che si pretende essere figlio e di colui che fu partorito dalla donna, la quale si assume essere madre (3).
La sola dichiarazione della madre e la sola esistenza di rapporti tra la madre e il preteso padre all’epoca del concepimento non costituiscono prova della paternità (naturale) (2) (4).


Commento

Riconoscimento: [v. 250].

 

(1) Art. sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (art. 113) (Riforma del diritto di famiglia). Cfr. art. 232, l. cit.

 

(2) La parola in parentesi quadra è stata soppressa ex art. 30, c. 2, d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(3) Si ritiene che la maternità possa essere dimostrata anche in modo diverso da quello indicato in tale comma.

 

(4) I fatti indicati nel presente comma possono essere valutati dal giudice come indizi, cioè come elementi che, insieme ad altri, possono essere posti a fondamento della dichiarazione giudiziale di paternità.

 


Giurisprudenza annotata

Revocatoria

Per la revocatoria ordinaria di un atto a titolo gratuito - quali sono la donazione, ma anche il negozio costitutivo di un fondo patrimoniale, posto in essere successivamente al sorgere del credito (art. 2901 c.c.) e senza che ne consegua alcun corrispettivo - occorre la prova dell'effettiva lesione della garanzia patrimoniale ex art. 2740 c.c., nella vicenda dimostrata dal fatto che sono stati conferiti nella operazione negoziale tutti i cespiti immobiliari del debitore sia in proprietà esclusiva sia in comproprietà con la consorte, talché il suo patrimonio immobiliare si è azzerato. D'altronde, il pregiudizio (eventus damni), al quale fa riferimento l'art. 2901 c.c., va oltre il concetto di danno, per comprendere anche quello di semplice pericolo di danno. La Suprema Corte ha evidenziato invero che interesse del creditore non è soltanto la conservazione della garanzia patrimoniale costituita dai beni del debitore, ma anche il mantenimento di uno stato di maggiore fruttuosità ed agevolezza dell'azione esecutiva susseguente all'utile esperimento della revocatoria, sicché il pregiudizio (eventus damni) può essere costituito finanche da una variazione (sia quantitativa, che qualitativa) del patrimonio del debitore, purché tale variazione comporti appunto una maggiore difficoltà od incertezza nella esazione coattiva del credito, oppure ne comprometta la fruttuosità. Con riferimento, invece, al terzo donatario, attesa la gratuità degli atti impugnati (donazione), l'azione revocatoria non contempla tra i suoi requisiti di ammissibilità che il pregiudizio arrecato alle ragioni del creditore sia conosciuto, oltre che dal debitore, anche dal terzo beneficiario, trattandosi quest'ultimo di requisito richiesto soltanto per la diversa ipotesi di revocatoria degli atti a titolo oneroso.

Tribunale Bari sez. V  16 aprile 2014 n. 1995  

 

 

Filiazione

L'art. 269 c.c. (nella formulazione anteriore alle modifiche introdotte dal d.lg. n. 154 del 2013) non pone alcuna limitazione in ordine ai mezzi con i quali può essere provata la paternità naturale e, così, consente che quella prova possa essere anche indiretta e indiziaria e possa essere raggiunta attraverso una serie di elementi presuntivi che, valutati nel loro complesso e sulla base del canone dell'"id quod plerum accidit", risultino idonei - per la loro attendibilità e concludenza - a fornire la dimostrazione completa e rigorosa della paternità. In particolare, nell'ambito di queste circostanze indiziarie sono utilizzabili come elementi del giudizio il "tractatus" e la fama (consistente il primo nell'effettivo rapporto tra l'asserito genitore e la persona a cui favore si chiede la dichiarazione giudiziale di paternità, nel senso che il padre l'abbia trattato come figlio e abbia provveduto in questa qualità al mantenimento, all'educazione e all'istruzione e la seconda nella manifestazione esterna di tale rapporto nelle relazioni sociali), essendo gli stessi indicativi di quel possesso di stato di figlio naturale al quale già il testo dell'abrogato art. 270 c.c. attribuiva l'idoneità a dimostrare la paternità naturale.

Cassazione civile sez. I  22 gennaio 2014 n. 1279  

 

Nella vigente formulazione dell'art. 269 c.c., non si pone alcuna limitazione in ordine ai mezzi con i quali può essere provata la paternità naturale. Si consente quindi che tale prova possa essere anche indiretta ed indiziaria, e possa essere raggiunta attraverso una serie di elementi presuntivi che, valutati nel loro complesso e sulla base del canone dell'id quod plerumque accidit, risultino idonei, per la loro attendibilità e concludenza, a fornire la dimostrazione completa e rigorosa della paternità. In particolare, nell'ambito di queste circostanze indiziarie sono utilizzabili come elementi di giudizio il tractatus e la fama, essendo gli stessi indicativi di quel possesso di stato di figlio naturale, al quale già il testo dell'abrogato art. 270 c.c., attribuiva l'idoneità a dimostrare la paternità naturale.

Cassazione civile sez. I  22 gennaio 2014 n. 1279  

 

Ritenuto che ex art. 2, 3, 30 e 31 cost., ex art. 147 e 148 c.c., ex art. 24 Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, nonché ai sensi della convenzione di New York 20 novembre 1989 (ratificata e resa esecutiva dalla legge italiana 27 maggio 1991 n. 176), ogni figlio ha diritto di essere mantenuto, curato ed assistito dai genitori, diritto sorgente fin dalla nascita e discendente dal mero fatto della procreazione, il soggetto di sesso maschile, che abbia avuto rapporti sessuali con la donna divenuta madre di prole, ha il dovere, ancor prima di un provvedimento giudiziario definitivo a suo carico, che accerti, oltre ogni ragionevole dubbio, la propria paternità, di adoperarsi spontaneamente in ogni modo, non esclusa la via medico-legale e giudiziaria, per acclarare la propria qualità parentale, pur se la donna-madre e i nati da lei abbiano atteso moltissimi anni prima di agire giudizialmente a tutela dei propri diritti, e pur se non sia da escludere che la donna abbia intrattenuto con altri uomini, diversi dal convenuto, rapporti sessuali in un periodo coincidente con il periodo attribuito a quest'ultimo, che con la propria prolungata inattività - sordo, come ha mostrato di rimanere, alle confidenze della donna fatte a terzi ed alle sue richieste, sordo ai suggerimenti dei servizi sociali, e sordo agli scrupoli morali e religiosi prospettatigli dai parroco - ha omesso di mantenere, curare ed assistere i nati dalla donna, ai quali ha così arrecato un grave danno d'ordine personale, economico, familiare, sociale ed esistenziale, danno risarcibile, pur non sussistendo alcun reato, in via equitativa: malgrado la verosimile consapevolezza del concepimento a lui dovuto, il convenuto, in violazione dell'art. 30 cost. (e delle pertinenti norme) contenenti un principio fondamentale di responsabilità per la procreazione, non ha adempiuto al dovere di attivarsi non sotto il profilo formale, ma sotto il profilo sostanziale consistente nel dovere di approfondire la veridicità delle pretese materne e filiali mediante le analisi ematologiche già disponibili all'epoca, senza attendere, per inerzia assai poco commendevole la richiesta di un riconoscimento giudiziale, avanzata dalla madre e dagli asseriti figli; la natura del diritto da questi ultimi azionato rende del tutto giustificabile, in mancanza di limiti temporali legali, l'esercizio del diritto "de quo" solo in una fase della loro maturità compatibile con il coinvolgimento personale ed emotivo all'iniziativa giudiziaria connesso.

Cassazione civile sez. I  22 novembre 2013 n. 26205  



 
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