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Art. 276 codice civile: Legittimazione passiva

La domanda (1) per la dichiarazione di paternità o di maternità (naturale) (2) deve essere proposta nei confronti del presunto genitore o, in sua mancanza (3), nei confronti dei suoi eredi. In loro mancanza, la domanda deve essere proposta nei confronti di un curatore nominato dal giudice davanti al quale il giudizio deve essere promosso (4).
Alla domanda può contraddire chiunque vi abbia interesse.


Commento

Curatore (speciale): [v. 165].

 

(1) Art. così sostituito ex l. 10-12-2012, n. 219 (Riforma della filiazione) (art. 1, c. 5).

 

(2) La parola in parentesi quadra è stata soppressa ex art. 33, d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(3) Si tratta delle ipotesi di morte (o dichiarazione di morte presunta) della persona di cui si chiede l’accertamento della qualità di genitore.

 

(4) Il comma 1 esclude la legittimazione passiva degli eredi degli eredi del presunto genitore.

 

 


Giurisprudenza annotata

Filiazione

La nuova disciplina dell'art. 276 c.c. in tema di dichiarazione di maternità o paternità si applica anche ai giudizi in corso; ne consegue che la domanda di accertamento di paternità si può proporre anche se è morto il presunto genitore e i suoi eredi.

Cassazione civile sez. I  19 settembre 2014 n. 19790  

 

In tema di azione per la dichiarazione giudiziale della paternità o maternità, il curatore speciale, previsto dall'art. 276 cod. civ., come modificato dall'art. 1, comma 5, della legge 10 dicembre 2012, n. 219, immediatamente applicabile anche ai giudizi pendenti alla data (1 gennaio 2013) di entrata in vigore della nuova normativa, è parte necessaria del relativo giudizio, sicché, ove ne sia stata omessa la nomina, la causa va rimessa al giudice di primo grado, cui compete in via esclusiva la designazione. Cassa con rinvio, App. Firenze, 13/05/2013

Cassazione civile sez. I  19 settembre 2014 n. 19790  

 

In caso di morte del preteso genitore, legittimati passivi all'azione di dichiarazione giudiziale di paternità sono esclusivamente i suoi eredi, e non anche gli eredi degli eredi, ai quali, in quanto portatori di un interesse contrario all'accoglimento della domanda, è riconosciuta la sola facoltà di intervenire in giudizio. Tale soluzione risponde ad una interpretazione, letterale e sistematica, dell'art. 276 cod. civ., che, nel prevedere che l'azione "deve" essere proposta nei confronti degli eredi diretti ed immediati del preteso genitore defunto, ne esclude, implicitamente, la possibilità di altri (ai quali, diversamente, resterebbe preclusa la possibilità di intervenire) e trova conferma nella nuova formulazione della norma, che contempla, in mancanza di eredi, la possibilità di agire nei confronti di un curatore nominato dal giudice. Rigetta, App. Milano, 09/05/2011

Cassazione civile sez. I  16 maggio 2014 n. 10783  

 

Ritenuto che ex art. 2, 3, 30 e 31 cost., ex art. 147 e 148 c.c., ex art. 24 Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, nonché ai sensi della convenzione di New York 20 novembre 1989 (ratificata e resa esecutiva dalla legge italiana 27 maggio 1991 n. 176), ogni figlio ha diritto di essere mantenuto, curato ed assistito dai genitori, diritto sorgente fin dalla nascita e discendente dal mero fatto della procreazione, il soggetto di sesso maschile, che abbia avuto rapporti sessuali con la donna divenuta madre di prole, ha il dovere, ancor prima di un provvedimento giudiziario definitivo a suo carico, che accerti, oltre ogni ragionevole dubbio, la propria paternità, di adoperarsi spontaneamente in ogni modo, non esclusa la via medico-legale e giudiziaria, per acclarare la propria qualità parentale, pur se la donna-madre e i nati da lei abbiano atteso moltissimi anni prima di agire giudizialmente a tutela dei propri diritti, e pur se non sia da escludere che la donna abbia intrattenuto con altri uomini, diversi dal convenuto, rapporti sessuali in un periodo coincidente con il periodo attribuito a quest'ultimo, che con la propria prolungata inattività - sordo, come ha mostrato di rimanere, alle confidenze della donna fatte a terzi ed alle sue richieste, sordo ai suggerimenti dei servizi sociali, e sordo agli scrupoli morali e religiosi prospettatigli dai parroco - ha omesso di mantenere, curare ed assistere i nati dalla donna, ai quali ha così arrecato un grave danno d'ordine personale, economico, familiare, sociale ed esistenziale, danno risarcibile, pur non sussistendo alcun reato, in via equitativa: malgrado la verosimile consapevolezza del concepimento a lui dovuto, il convenuto, in violazione dell'art. 30 cost. (e delle pertinenti norme) contenenti un principio fondamentale di responsabilità per la procreazione, non ha adempiuto al dovere di attivarsi non sotto il profilo formale, ma sotto il profilo sostanziale consistente nel dovere di approfondire la veridicità delle pretese materne e filiali mediante le analisi ematologiche già disponibili all'epoca, senza attendere, per inerzia assai poco commendevole la richiesta di un riconoscimento giudiziale, avanzata dalla madre e dagli asseriti figli; la natura del diritto da questi ultimi azionato rende del tutto giustificabile, in mancanza di limiti temporali legali, l'esercizio del diritto "de quo" solo in una fase della loro maturità compatibile con il coinvolgimento personale ed emotivo all'iniziativa giudiziaria connesso.

Cassazione civile sez. I  22 novembre 2013 n. 26205  

 

 

Opposizione di terzo

È manifestamente infondata, in relazione agli art. 24, 29 e 30 cost., la q.l.c. degli art. 244 c.c., 395 n. 1 e 404 c.p.c., nella parte in cui limitano la proponibilità dell'opposizione di terzo o l'intervento del soggetto indicato come padre naturale, o dei suoi eredi, nel giudizio di disconoscimento di paternità, promosso da colui che solo all'esito del positivo esperimento di tale azione potrà chiedere il riconoscimento di paternità, in quanto il pregiudizio fatto valere è di mero fatto, laddove il rimedio contemplato dall'art. 404 c.p.c. presuppone in capo all'opponente un diritto autonomo, la cui tutela sia però incompatibile con la situazione giuridica risultante dalla sentenza impugnata. Rigetta, App. Roma, 27/07/2011

Cassazione civile sez. I  13 gennaio 2014 n. 487

 



 
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