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Art. 279 codice civile: Responsabilità per il mantenimento e l’educazione

In ogni caso in cui non può proporsi l’azione per la dichiarazione giudiziale di paternità o di maternità (1), il figlio (naturale) può agire per ottenere il mantenimento, l’istruzione e l’educazione. Il figlio (naturale) nato fuori dal matrimonio (2) se maggiorenne e in stato di bisogno può agire per ottenere gli alimenti, a condizione che il diritto al mantenimento di cui all’articolo 315-bis, sia venuto meno (2).
L’azione è ammessa previa autorizzazione del giudice ai sensi dell’articolo 251 (3).
L’azione può essere promossa nell’interesse del figlio minore da un curatore speciale nominato dal giudice su richiesta del pubblico ministero o del genitore che esercita la responsabilità genitoriale (4).


Commento

Figlio nato fuori del matrimonio: [v. 250]; Mantenimento (obbligo di): [v. 315bis]; Alimenti: [v. 433]; Curatore speciale: [v. 165]; Pubblico ministero: [v. 23]; Responsabilità genitoriale: [v. Libro I, Titolo IX].

 

Stato di bisogno: il diritto agli alimenti presuppone lo (—) dell’alimentando e l'impossibilità dell'alimentando a provvedere con il lavoro al proprio mantenimento.

 

(1) Art. sostituito ex l. 19-5-1975, n. 151 (Riforma del diritto di famiglia) (art. 121). Cfr. art. 232, l. cit.

 

(2) Le parole «nato fuori del matrimonio» hanno sostituito la precedente «naturale» e le parole da «a condizione» a «venuto meno» sono state inserite ex art. 36, c. 1, lett. a), d.lgs. 28-12-2013, n. 154 (Attuazione riforma filiazione), in vigore dal 7-2-2014 (art. 108 d.lgs. cit.).

 

(3) Comma così sostituito ex art. 36, c. 1, lett. b), d.lgs. 154/2013 cit.

 

(4) Le parole «responsabilità genitoriale» hanno sostituito la precedente «potestà» ex art. 36, c. 1, lett. c), d.lgs. 154/2013 cit.

 

La norma vuole evitare che il figlio nato fuori del matrimonio sia danneggiato dal mancato riconoscimento del rapporto di filiazione, consentendo la piena realizzazione dei suoi diritti patrimoniali.


Giurisprudenza annotata

Filiazione

Ritenuto che ex art. 2, 3, 30 e 31 cost., ex art. 147 e 148 c.c., ex art. 24 Carta dei diritti fondamentali dell'Ue, nonché ai sensi della convenzione di New York 20 novembre 1989 (ratificata e resa esecutiva dalla legge italiana 27 maggio 1991 n. 176), ogni figlio ha diritto di essere mantenuto, curato ed assistito dai genitori, diritto sorgente fin dalla nascita e discendente dal mero fatto della procreazione, il soggetto di sesso maschile, che abbia avuto rapporti sessuali con la donna divenuta madre di prole, ha il dovere, ancor prima di un provvedimento giudiziario definitivo a suo carico, che accerti, oltre ogni ragionevole dubbio, la propria paternità, di adoperarsi spontaneamente in ogni modo, non esclusa la via medico-legale e giudiziaria, per acclarare la propria qualità parentale, pur se la donna-madre e i nati da lei abbiano atteso moltissimi anni prima di agire giudizialmente a tutela dei propri diritti, e pur se non sia da escludere che la donna abbia intrattenuto con altri uomini, diversi dal convenuto, rapporti sessuali in un periodo coincidente con il periodo attribuito a quest'ultimo, che con la propria prolungata inattività - sordo, come ha mostrato di rimanere, alle confidenze della donna fatte a terzi ed alle sue richieste, sordo ai suggerimenti dei servizi sociali, e sordo agli scrupoli morali e religiosi prospettatigli dai parroco - ha omesso di mantenere, curare ed assistere i nati dalla donna, ai quali ha così arrecato un grave danno d'ordine personale, economico, familiare, sociale ed esistenziale, danno risarcibile, pur non sussistendo alcun reato, in via equitativa: malgrado la verosimile consapevolezza del concepimento a lui dovuto, il convenuto, in violazione dell'art. 30 cost. (e delle pertinenti norme) contenenti un principio fondamentale di responsabilità per la procreazione, non ha adempiuto al dovere di attivarsi non sotto il profilo formale, ma sotto il profilo sostanziale consistente nel dovere di approfondire la veridicità delle pretese materne e filiali mediante le analisi ematologiche già disponibili all'epoca, senza attendere, per inerzia assai poco commendevole la richiesta di un riconoscimento giudiziale, avanzata dalla madre e dagli asseriti figli; la natura del diritto da questi ultimi azionato rende del tutto giustificabile, in mancanza di limiti temporali legali, l'esercizio del diritto "de quo" solo in una fase della loro maturità compatibile con il coinvolgimento personale ed emotivo all'iniziativa giudiziaria connesso.

Cassazione civile sez. I  22 novembre 2013 n. 26205  

 

L'obbligo del padre naturale, così come riconosciuto dalla sentenza del Tribunale e della Corte di Appello, di mantenere il figlio maggiorenne cessa quando questi comincia a percepire un reddito corrispondente alla professionalità acquisita in relazione alle normali e concrete condizioni di mercato, anche se l'inserimento ab origine nella famiglia paterna gli avrebbe garantito una posizione sociale migliore.

Cassazione civile sez. I  03 settembre 2013 n. 20137  

 

Ai sensi e per gli effetti di cui all'art. 279 c.c., norma richiamata, peraltro, dall'art. 580 c.c., l'impossibilità di proporre l'azione per la dichiarazione giudiziale di paternità deve essere assoluta, cioè originaria e dovuta a cause di forza maggiore, e non soltanto relativa perché voluta e provocata, con la conseguenza che all'assegno vitalizio ex art. 580 (279 c.c.) c.c. non ha diritto il figlio nato in costanza di matrimonio, che, divenuto maggiorenne, abbia volutamente omesso di esperire l'azione di disconoscimento del padre legittimo pur nella consapevolezza di essere figlio naturale (adulterino) e nella ricorrenza dei presupposti e delle condizioni occorrenti per il disconoscimento "de quo", nonché in assenza di cause impeditive di forza maggiore. Diversamente opinando, al figlio che non ha voluto esercitare le azioni cui avrebbe potuto ricorrere andrebbe riconosciuto anche il diritto di partecipare all'eredità del genitore legittimo ed alla eredità del genitore naturale.

Tribunale Brindisi  22 febbraio 2007

 

 



 
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