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Art. 2794 codice civile: Restituzione della cosa

Colui che ha costituito il pegno non può esigerne la restituzione, se non sono stati interamente pagati il capitale e gli interessi e non sono state rimborsate le spese relative al debito e al pegno (1).

Se il pegno è stato costituito dal debitore e questi ha verso lo stesso creditore un altro debito sorto dopo la costituzione del pegno e scaduto prima che sia pagato il debito anteriore, il creditore ha soltanto il diritto di ritenzione a garanzia del nuovo credito (2).


Commento

Pegno: [v. 2784]; Interessi: [v. 2788]; Creditore pignoratizio: [v. 2748].

 

Diritto di ritenzione: strumento di cd. autotutela del credito con cui la legge consente al creditore di trattenere una cosa che egli avrebbe l’obbligo di restituire al proprietario, al fine di indurre quest’ultimo a soddisfare un suo credito.

 

(1) Il creditore pignoratizio non deve restituire il bene oggetto del pegno se non è stato soddisfatto il credito per capitale, interessi e spese. Egli può, fino a che non sia soddisfatto, respingere qualsiasi pretesa del costituente o di altri.

 

(2) Il comma 2 della norma riconosce un diritto di ritenzione sul bene oggetto di pegno al creditore soddisfatto a garanzia di altri crediti che egli eventualmente vanti nei confronti dello stesso debitore. Quale presupposto per l’esercizio di tale diritto è necessario: che i crediti siano sorti dopo la costituzione del pegno; che essi siano scaduti prima del soddisfacimento del credito garantito; che il creditore abbia concesso il nuovo credito facendo affidamento sul pegno ricevuto.

 

Va sottolineato che la norma riconosce al comma 2 solo il diritto di ritenzione al creditore sulla cosa e non anche una prelazione a favore di quei crediti. Esso è, in sostanza, un semplice mezzo di pressione sul debitore per indurlo all’adempimento dei suoi ulteriori obblighi.

 


Giurisprudenza annotata

Pegno

Non è fondata, in riferimento all'art. 3 cost. la q.l.c. dell'art. 11 l. 10 maggio 1938 n. 745 e dell'art. 47 r.d. 25 maggio 1939 n. 1279, che vietano all'Autorità giudiziaria di ordinare la restituzione delle cose smarrite, rubate o provenienti da reato, costituite in pegno presso un Monte, se il proprietario non fornisce la prova di aver rimborsato al Monte stesso la somma data in prestito, con gli interessi e gli eventuali diritti accessori. Come, infatti, già precisato nella sent. n. 702 del 1988 che ha dichiarato non fondata analoga questione in riferimento all'art. 42 cost. le norme denunciate (a differenza delle corrispondenti disposizioni già contenute nella l. n. 169 del 1898 e nel r.d. n. 185 del 1899 che avevano carattere eccezionale nell'ordinamento del c.c. del 1865) costituiscono viceversa nel quadro del codice vigente, che ha soppresso la distinzione tra perdita volontaria e perdita involontaria del possesso una applicazione specifica del principio per cui "il possesso in buona fede vale titolo". In coerenza al quale, appunto, nel conflitto tra l'interesse individuale del proprietario e l'interesse collettivo alla sicurezza del commercio mobiliare, esse danno ragionevolmente prevalenza al secondo, con lo stabilire che il Monte di pietà che, nell'esercizio della sua attività istituzionale di prestito su pegno, riceve "in buona fede" cose mobili altrui a titolo di garanzia reale, acquisti il diritto di pegno e, con esso, le facoltà previste dagli art. 2794 e 2796 c.c. Da ciò l'esclusa violazione del principio di eguaglianza, sotto il profilo della attribuzione di un ingiustificato privilegio a taluni operatori economici: sempreché però la normativa in esame venga correttamente interpretata, "secundum Constitutionem", in un quadro di limiti ben precisi, per cui resti escluso il diritto dell'istituto creditizio nel caso in cui i suoi operatori si siano resi colpevoli dei reati di ricettazione o di incauto acquisto o dove comunque risultino a loro carico comprovati elementi di dolo o di colpa, ravvisabile (quest'ultima) anche quando essi agiscano con accertata violazione della diligenza richiesta non solo - come a qualunque altro possessore - dalle norme civili e penali, ma specificamente dall'art. 38 r.d. n. 1279 del 1939, in base al quale "i Monti possono sempre rifiutare la concessione di prestiti quando hanno fondato motivo di ritenere che le cose offerte in pegno sono di illegittima provenienza".

Corte Costituzionale  31 luglio 2000 n. 408  

 

È infondata nei sensi di cui in motivazione la q.l.c., in riferimento all'art. 3 cost., degli art. 11 l. 10 maggio 1938 n. 745 (Ordinamento dei monti di credito su pegno) e 47 r.d. 25 maggio 1939 n. 1279 (Attuazione della l. 10 maggio 1938, n. 745 sull'ordinamento dei monti di credito su pegno), che vietano all'autorità giudiziaria ordinaria di ordinare la restituzione delle cose smarrite, rubate o provenienti da reato, costituite in pegno presso un Monte, se il proprietario non fornisce la prova di aver rimborsato al Monte stesso la somma data in prestito, con gli interessi e gli eventuali diritti accessori. Premesso che, mentre nell'ordinamento del codice civile del 1865 le norme denunciate avevano carattere eccezionale, laddove in quello del nuovo codice esse sono divenute una applicazione specifica della regola generale, fissata dall'art. 1153 comma 3 c.c., secondo cui "il possesso di buona fede vale titolo", sicché il Monte di pietà che, nell'esercizio della sua attività istituzionale di prestito su pegno, riceve in buona fede cose mobili altrui a titolo di garanzia reale, acquista il diritto di pegno e, con esso, le facoltà previste dagli art. 2794 e 2796 c.c. (sent. n. 702 del 1988), la complessiva disciplina, per non convertirsi altrimenti in un privilegio ingiustificato a favore di alcuni operatori economici, deve operare entro limiti ben precisi, soprattutto dopo che, soppressi i Monti dei pegni, qualunque azienda bancaria può esercitare il credito su pegno (art. 48 e 161 d.lg. n. 385 del 1993): quelli previsti da norme penali, nel caso in cui gli operatori si rendano colpevoli di ricettazione o di incauto acquisto, cui va accostata l'abolizione dell'anonimato del prestito e la prescrizione di annotare tutti gli elementi dell'operazione su un registro esaminabile dagli agenti di p.g. a ciò delegati dal giudice (l. n. 4 del 1977); l'impossibilità di attribuire i diritti in discorso a istituti creditizi quando a carico dei loro operatori risultino comprovati elementi di dolo o di colpa, ravvisabili anche quando essi agiscano con accertata violazione della diligenza richiesta non solo, come a qualunque altro possessore, dalle norme civili e penali, ma specificamente dall'art. 38 r.d. n. 1279 del 1939, in base al quale "i Monti possono sempre rifiutare la concessione di prestiti quando hanno fondato motivo di ritenere che le cose offerte in pegno sono di illegittima provenienza". Diversamente opinando, si dovrebbe affermare che, nel caso specifico, l'ordinamento configura come assoluta la previsione di buona fede prevista dall'art. 1147 comma 3 c.c., il che va escluso, sia dalla lettura dei principi in materia di possesso, sia dalla necessità di scegliere, fra più interpretazioni possibili, quella conforme alla Costituzione: così interpretata, la disciplina censurata consente alla autorità giudiziaria penale di provvedere alla restituzione del bene impegnato, eventualmente rimettendo, ai sensi dell'art. 263 comma 3 c.p.p., al giudice civile la risoluzione della "controversia sulla proprietà delle cose sequestrate".

Corte Costituzionale  31 luglio 2000 n. 408  



 
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