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Art. 2802 codice civile: Riscossione d’interessi e di prestazioni periodiche

Il creditore pignoratizio è tenuto a riscuotere gli interessi del credito o le altre prestazioni periodiche, imputandone l’ammontare in primo luogo alle spese e agli interessi e poi al capitale (1). Egli è tenuto a compiere gli atti conservativi del credito ricevuto in pegno.


Commento

Interessi: [v. 2788]; Creditore pignoratizio: [v. 2748]; Atti conservativi: [v. 2755].

 

Prestazioni periodiche: attività che devono essere compiute periodicamente.

 

(1) Incombe, cioè, sul creditore pignoratizio il cd. obbligo di attivazione giuridica della cosa, non soltanto nel caso di specie, ma anche tutte le volte in cui oggetto di pegno sia un complesso di beni che, per la loro intrinseca natura, devono essere gestiti o scambiati: si ritiene che, in tali ipotesi, il creditore pignoratizio si atteggi ad usufruttuario [v. 978].

 


Giurisprudenza annotata

Pegno

In tema di pegno di crediti, il mero scambio dei consensi produce solo gli effetti prodromici disciplinati dagli art. 2801 e 2802 c.c., ma non dà luogo, di per sé solo, alla nascita del diritto reale di garanzia sul credito, poiché questo sorge solo con la notificazione del titolo costitutivo al terzo debitore, e cioè col completamento di una fattispecie a formazione successiva la quale assicura al creditore il diritto di prelazione sul credito. Né rileva che nella cessione dei crediti l'accettazione del debitore ceduto operi sul piano dell'efficacia e non dell'esistenza della cessione, atteso che la differenza tra le due discipline si spiega con la circostanza che la cessione del credito, nei rapporti tra cedente e cessionario, è già perfetta con la stipulazione dell'atto di cessione e, quindi, non deve coinvolgere il debitore, nei confronti del quale deve soltanto essere resa certa, mediante la comunicazione o la notificazione dell'atto di cessione, la data della sua efficacia. Al contrario, nella costituzione del pegno di credito, il debitore deve essere messo in grado di conoscere la costituzione della garanzia sul credito, perché essa opera come sostituzione sostanziale del creditore pignoratizio al concedente nell'esercizio del credito oggetto del pegno.

Cassazione civile sez. III  12 giugno 2006 n. 13551  

 

È legittima la clausola di rotazione del pegno a condizione che il bene offerto in sostituzione abbia un valore non superiore a quello del bene originariamente costituito in garanzia.

Corte appello Milano  04 luglio 2001

 

In tema di pegno di credito, il mero scambio dei consensi produce solo gli effetti prodromici disciplinati dagli art. 2801 e 2802 c.c., ma non dà luogo, di per sè solo, alla nascita del diritto reale di garanzia sul credito, poiché questo sorge solo con la notificazione del titolo costitutivo al terzo debitore, e cioè col completamento di una fattispecie a formazione successiva la quale assicura al creditore il diritto di prelazione sul credito. Pertanto, l'atto costitutivo del pegno di crediti, che sia stato stipulato anteriormente al provvedimento di ammissione all'amministrazione controllata, ma notificato al terzo debitore solo successivamente, non garantisce al creditore l'acquisto del diritto di prelazione nei confronti dei creditori concorrenti, precludendo l'esercizio di ogni diritto di garanzia a tutela del suo credito, atteso che, ai sensi degli art. 167 e 168 l. fall., richiamati dal successivo art. 188, comma 2, l'imprenditore ammesso alla procedura di amministrazione controllata non solo non può, senza l'autorizzazione del giudice, costituire pegni con efficacia rispetto ai creditori anteriori, ma neppure può consentire l'acquisto di diritti di prelazione a favore di un determinato creditore rispetto ai creditori concorrenti. La questione di incostituzionalità dell'art. 168 l. fall. con riferimento all'art. 3 cost. nell'ipotesi in cui sia ritenuto applicabile alla notificazione dell'atto costitutivo del pegno di credito, a causa del diverso trattamento assicurato al cessionario, nell'ipotesi di cessione di credito in garanzia, poiché egli può efficacemente notificare l'avvenuta cessione al ceduto anche dopo l'ammissione al cedente alle procedure concorsuali minori, è manifestamente infondata; infatti non sussiste disparità di trattamento tra i due istituti, avendo questi diversa natura giuridica e producendo effetti dissimili.

Cassazione civile sez. I  24 giugno 1995 n. 7158  

 

In tema di pegno di crediti, il mero scambio dei consensi produce solo gli effetti prodromici disciplinati dagli art. 2801 e 2802 c.c., ma non dà luogo, di per sè solo, alla nascita del diritto reale di garanzia sul credito, poiché questo sorge solo con la notificazione del titolo costitutivo al terzo debitore, e cioè col completamento di una fattispecie a formazione successiva la quale assicura al creditore il diritto di prelazione sul credito. Pertanto, l'atto costitutivo del pegno di crediti, che sia stato stipulato anteriormente al provvedimento di ammissione alla amministrazione controllata, ma notificato al terzo debitore solo successivamente, non garantisce al creditore l'acquisto del diritto di prelazione nei confronti dei creditori concorrenti, precludendo l'esercizio di ogni diritto di garanzia a tutela del suo credito, atteso che ai sensi degli art. 167 e 168 l. fall., richiamati dal successivo art. 188 comma 2, l'imprenditore ammesso alla procedura di amministrazione controllata non solo non può, senza l'autorizzazione del giudice, costituire pegni con efficacia rispetto ai creditori anteriori, ma neppure può consentire l'acquisto di diritti di prelazione a favore di un determinato creditore rispetto ai creditori concorrenti. La questione di incostituzionalità dell'art. 168 l. fall. con riferimento all'art. 3 cost. nella ipotesi in cui sia ritenuto applicabile alla notificazione dell'atto costitutivo del pegno di credito, a causa del diverso trattamento assicurato al cessionario, nella ipotesi di cessione di credito in garanzia, poiché egli può efficacemente notificare l'avvenuta cessione al ceduto anche dopo l'ammissione del cedente alle procedure concorsuali minori, è manifestamente infondata; infatti non sussiste disparità di trattamento tra i due istituti, avendo questi diversa natura giuridica e producendo effetti dissimili.

Cassazione civile sez. I  24 giugno 1995 n. 7158  



 
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