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Art. 2920 codice civile: Diritti di terzi sulla cosa mobile venduta

Se oggetto della vendita è una cosa mobile, coloro che avevano la proprietà o altri diritti reali su di essa, ma non hanno fatto valere (1) le loro ragioni sulla somma ricavata dall’esecuzione, non possono farle valere nei confronti dell’acquirente di buona fede (2), né possono ripetere dai creditori la somma distribuita. Resta ferma la responsabilità del creditore procedente di mala fede per i danni e per le spese.


Commento

(1) Se la distribuzione della somma ricavata non è ancora avvenuta, il terzo potrà rivalersi sul prezzo non ancora distribuito; se invece la distribuzione è già avvenuta, il terzo potrà solo agire nei confronti dell’aggiudicatario in mala fede.

 

(2) La buona fede dell’acquirente deve sussistere al momento dell’aggiudicazione (acquisto) ed al momento della consegna del bene.

 


Giurisprudenza annotata

Diritti dei terzi sulla cosa mobile venduta

Nell’espropriazione immobiliare è ammissibile l’opposizione di terzo all’esecuzione proposta dopo la vendita. Dal fatto che l’art. 620 c.p.c. disciplini l’ipotesi dell’opposizione in sede di esecuzione mobiliare non discende, infatti, l’inammissibilità della stessa in sede di esecuzione immobiliare. La norma di cui all’art. 620 è infatti norma speculare all’art. 2920 c.c., il quale prevede che se il terzo non ha fatto valere le proprie ragioni sulla somma ricavata dall’esecuzione mobiliare non può farle valere nei confronti dell’acquirente di buona fede, né può ripetere le somme distribuite ai creditori, salva la responsabilità del procedente di mala fede per i danni e le spese. Nel caso, invece, dell’espropriazione immobiliare resta la norma di cui all’art. 2921 c.c., secondo cui il terzo fa valere i propri diritti sulla cosa e l’acquirente, che ha subito l’evizione, ripete il prezzo nei limiti indicati dalla norma medesima. La norma presuppone dunque, a parte l’ordinaria azione petitoria da parte del terzo, anche l’accertamento del diritto di costui in sede di opposizione all’esecuzione e, dopo l’emanazione del decreto di trasferimento, in sede di opposizione all’esecuzione forzata per rilascio. Benché non si abbia trasformazione del diritto sulla cosa nel diritto al prezzo, come nel caso dell’art. 620, nulla si oppone a che il terzo, rinunciando al diritto sulla cosa, opti per l’opposizione sul prezzo.

Tribunale Bari sez. II  12 ottobre 2006 n. 2561  

 

In tema di fallimento, il terzo che affermi la titolarità di diritti reali su di un bene (nella specie, proprietà di un marchio commerciale) oggetto di disposizione da parte del curatore (previo decreto autorizzativo del giudice delegato) è tutelato attraverso il rimedio endofallimentare di cui all'art. 103 l. fall. (domanda di separazione della cosa), a prescindere da qualsiasi vizio del decreto - emesso dal giudice delegato ai sensi dell'art. 106 legge cit. - contro il quale il reclamo al tribunale, ex art. 26 l. fall., ed il conseguente ricorso per cassazione avverso il provvedimento di quest'ultimo organo, deve ritenersi iter processuale esperibile nel solo caso in cui la doglianza (id est, l'opposizione) ricalchi la tipologia delle fattispecie di cui agli art. 615 e 617 c.p.c., e non anche quando si faccia valere, come terzo, un diritto (che, nell'esecuzione singolare, sarebbe tutelabile ex art. 619-620 c.p.c.), per il quale la legge abbia predisposto altro, apposito e peculiare strumento di tutela (stabilendo, tra l'altro, che il giudice delegato possa sospendere la vendita delle cose rivendicate: art. 103, comma 3 l. fall.). Nè può assumere rilevanza la (eventuale) circostanza della non inventariazione del marchio tra i beni del fallito, riguardando tale questione il merito della vicenda (e, cioè, la stessa legittimità, rispettivamente, del decreto del giudice delegato autorizzativo alla vendita, e della vendita stessa disposta dal curatore), mentre, parallelamente, in relazione al negozio di alienazione stipulato dal curatore è legittimamente esperibile il rimedio extrafallimentare della ordinaria azione di cognizione, tesa alla invalidazione del contratto nei confronti del terzo acquirente (parte necessaria dell'instaurato giudizio), senza che possa assumere rilievo, in contrario, giusto disposto degli art. 2919-2920 c.c., la circostanza che si tratti di negozio stipulato in sede di liquidazione dell'attività fallimentare.

Cassazione civile sez. I  06 marzo 1998 n. 2493

 

L'ipotesi prevista nell'ultima parte dell'art. 2920 c.c. - che stabilisce la responsabilità del creditore procedente di mala fede per i danni e per le spese quando coloro che avevano la proprietà o altri diritti reali sulla cosa mobile assoggettata a vendita forzata non abbiano fatto valere le loro ragioni sulla somma ricavata dall'esecuzione - si verifica in concreto allorché il creditore procedente abbia avuto la conoscenza certa, nel momento in cui ha proceduto in executitivis, dell'alienità della cosa assoggettata ad espropriazione forzata. L'onere della prova di tale conoscenza certa incombe sul terzo che agisca in giudizio facendo valere la responsabilità sancita dalla citata norma.

Cassazione civile sez. III  28 marzo 1983 n. 2223  



 
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