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Art. 2933 codice civile: Esecuzione forzata degli obblighi di non fare

Se non è adempiuto un obbligo di non fare, l’avente diritto può ottenere che sia distrutto, a spese dell’obbligato, ciò che è stato fatto in violazione dell’obbligo (1).

Non può essere ordinata la distruzione della cosa e l’avente diritto può conseguire solo il risarcimento dei danni, se la distruzione della cosa è di pregiudizio all’economia nazionale.


Commento

Esecuzione forzata degli obblighi di non fare: forma di esecuzione forzata che consiste nell’eliminazione di quanto posto in essere dal debitore, in violazione del suo obbligo di non fare.

 

 

(1) Per gli obblighi di non fare non si pone alcun problema di fungibilità, a differenza di quanto accade per gli obblighi di fare, poiché la distruzione di quanto fatto in violazione degli stessi è sicuramente attività fungibile, ossia suscettibile di essere eseguita da un soggetto diverso dal debitore.


Giurisprudenza annotata

Esecuzione forzata degli obblighi di non fare

In caso di illegittima espropriazione, il diritto al risarcimento del privato non si prescrive, dal momento che l’occupazione "sine titulo" di un bene configura un illecito permanente, con conseguente non decorrenza della prescrizione relativamente alle istanza risarcitorie.In caso di illegittima espropriazione seguita dalla realizzazione dell’opera pubblica, ove l’Amministrazione non abbia adottato alcun provvedimento ex art. 42 bis t.u. Espropriazioni, stante il fatto che il g.a. non ha il potere di ordinarne l’adozione, sull’Amministrazione medesima grava comunque l’obbligo giuridico di far venir meno l’occupazione "sine titulo" e di adeguare la situazione di fatto a quella di diritto, restituendo l’immobile al legittimo proprietario, previa demolizione di quanto realizzato. Tuttavia, ove risulti che la distruzione dell’opera pubblica illegittimamente realizzata dall’Amministrazione possa procurare un grave pregiudizio all’economia nazionale, il g.a. non può nemmeno ordinare la suddetta distruzione, ex art. 2933, comma 2, c.c. Essendo pertanto non possibile l’esecuzione in forma specifica, il g.a. può ciò nondimeno disporre, in favore del privato, il risarcimento del danno per equivalente: sulla somma così individuata deve poi riconoscersi, trattandosi di debito di valore, la rivalutazione monetaria, secondo gli indici Istat, da computarsi dalla data dell’inizio dei lavori fino al deposito della sentenza (data quest'ultima che costituisce il momento in cui, per effetto della liquidazione giudiziale, il debito di valore si trasforma in debito di valuta, su cui calcolare gli interessi legali).

T.A.R. Bari (Puglia) sez. II  16 settembre 2014 n. 1111  

 

Riguardo alla "confessoria servitutis", la legittimazione dal lato passivo è in primo luogo di colui che, oltre a contestare l'esistenza della servitù, abbia un rapporto attuale con il fondo servente (proprietario, comproprietario, titolare di un diritto reale sul fondo o possessore "suo nomine"), potendo solo nei confronti di tali soggetti esser fatto valere il giudicato di accertamento, contenente, anche implicitamente, l'ordine di astenersi da qualsiasi turbativa nei confronti del titolare della servitù o di rimessione in pristino ex art. 2933 cod. civ.; gli autori materiali della lesione del diritto di servitù possono, invece, essere eventualmente chiamati in giudizio quali destinatari dell'azione ex art. 1079 cod. civ., soltanto se la loro condotta si sia posta a titolo di concorso con quella di uno dei predetti soggetti o abbia comunque implicato la contestazione della servitù, fermo restando che, nei loro confronti, possono essere esperite, ai sensi dell'art. 2043 cod. civ., l'azione di risarcimento del danno e, ai sensi dell'art. 2058 cod. civ., l'azione di riduzione in pristino con l'eliminazione delle turbative e molestie. Cassa con rinvio, App. Firenze, 18/10/2010

Cassazione civile sez. VI  22 gennaio 2014 n. 1332  

 

In ipotesi di occupazione appropriativa, la restituzione al privato del bene abusivamente occupato dalla p.a. può essere impedita unicamente dalla emissione del provvedimento di acquisizione sanante previsto dall'art. 42 bis d.P.R. n. 327 del 2001, non potendo l'amministrazione invocare né l'art. 2933, comma 2, c.c., che è riferibile alle sole violazioni di obblighi di "non facere" (e non anche alle illecite occupazioni) ed è applicabile soltanto a beni realmente insostituibili di eccezionale importanza per l'economia nazionale, né l'art. 2058, comma 2, c.c., che non risulta applicabile alla tutela restitutoria dei diritti reali, la quale trova la propria speciale ed autonoma regolamentazione negli artt. 948-951 c.c.

T.A.R. Cagliari (Sardegna) sez. II  11 gennaio 2014 n. 15  

 

A seguito dell'annullamento degli atti della procedura espropriativa, la domanda di restituzione del fondo, avanzata dal privato interessato, deve trovare accoglimento, non incontrando neppure ostacolo negli art. 2933, comma 2, e 2058, comma 2, c.c., in quanto: 1) l'art. 2933, comma 2, peraltro riferibile alle sole violazioni di "obblighi di non fare" e non anche alle illecite occupazioni, é norma da interpretare in modo rigorosamente restrittivo, applicabile soltanto a beni realmente insostituibili e di eccezionale importanza per l'economia nazionale, con relativa prova a carico dell'amministrazione resistente, 2) l'art. 2058, comma 2, che si ascrive, invece, alla disciplina del risarcimento del danno, non risulta applicabile alla tutela restitutoria dei diritti reali, che trova la propria speciale (ed autonoma) regolamentazione negli art. 948 - 951 c.c.

T.A.R. Cagliari (Sardegna) sez. II  11 gennaio 2014 n. 15  

 

Nel caso in cui gli atti della procedura ablatoria siano stati annullati, l’occupazione e la trasformazione del fondo si sostanziano ormai in un’attività illecita, insuscettibile di produrre effetti acquisitivi della proprietà e viceversa fonte dell’obbligo per la pubblica amministrazione di restituire il bene e risarcire il proprietario interessato per il danno sofferto. Non assume concreto rilievo, in chiave di tutela del proprietario danneggiato, neanche la tradizionale distinzione tra occupazione espropriativa e usurpativa, essendo il comportamento dell’amministrazione qualificabile, in entrambi i casi, come un illecito civile. A ciò consegue che la domanda di restituzione del fondo avanzata dal privato interessato debba trovare accoglimento non incontrando neppure ostacolo nel c.c. artt. 2933, comma 2 e 2058 comma 2. Il primo articolo è infatti riferibile alle sole violazioni di “obblighi di non fare” e non anche alle illecite occupazioni, essendo inoltre applicabile soltanto a beni realmente insostituibili e di eccezionale importanza per l’economia nazionale, con relativa prova a carico dell’amministrazione resistente, mentre il secondo, essendo ascrivibile alla disciplina del risarcimento del danno, non risulta applicabile alla tutela restitutoria dei diritti reali, che trova propria propria speciale (ed autonoma) regolamentazione nel c.c. Artt. 948 – 951.

T.A.R. Cagliari (Sardegna) sez. II  11 gennaio 2014 n. 15  

 

Nel caso di occupazione illegittima di terreno di proprietà privata l'obbligo per l'Amministrazione della restituito in integrum per il caso di occupazione illegittima non può essere paralizzata dalla presenza dell'opera pubblica, la quale non dà titolo per opporre l'eccessiva onerosità della rimozione delle opere nel frattempo realizzate né per invocare il principio di cui al comma 2 dell'art. 2933, c.c., atteso che l'eccessiva onerosità di cui all'art. 2058 c.c. non è opponibile nelle azioni intese a far valere un diritto reale, il cui carattere assoluto non lascia margini a modalità di reintegrazione diverse da quella in forma specifica, salva diversa volontà del titolare.

T.A.R. Torino (Piemonte) sez. I  10 gennaio 2014 n. 43  

 

Gli strumenti a tutela dei diritto di proprietà, non più limitati a quelli risarcitori, ma estesi alla tutela ripristinatoria di natura reale, mediante azione di restituzione, ancorché accompagnata dalla richiesta di riduzione in pristino; sicché il provvedimento di acquisizione sanante rappresenta l'unico possibile presupposto ostativo alla tutela reale accordata dall'ordinamento al proprietario illegittimamente privato dei propri beni, non essendo infatti predicabili i limiti intrinseci alla disciplina risarcitoria, come l'eccessiva onerosità prevista dall'art. 2058 c.c. comma 2; nè potendo farsi ricorso alla previsione dell'art. 2933 c.c. comma 2, ove non risulti che la distruzione della “res” indebitamente edificata sia di pregiudizio all'intera economia del paese, ma abbia, al contrario, riflessi di natura individuale o locale.

T.A.R. Salerno (Campania) sez. I  21 giugno 2013 n. 1388  

 

In caso di occupazione "sine titulo" del fondo da parte della p.a. espropriante, la domanda restitutoria del soggetto che subisce l'occupazione non può trovare ostacolo (fatti salvi gli eventuali, ulteriori atti di acquisizione sanante) negli art. 2933 comma 2 e 2058 comma 2 c.c., in quanto la prima norma — oltre che riferibile alle sole violazioni di obblighi di non fare (cioè alle cosiddette “manipolazioni del bene”) e non anche alle illecite occupazioni — è norma comunque eccezionale e come tale da interpretare in modo rigorosamente restrittivo, con esclusivo riferimento a beni realmente insostituibili e di eccezionale importanza per l'economia nazionale e con relativa prova a carico dell'amministrazione resistente, la seconda norma, quale disposizione che si ascrive alla disciplina del risarcimento del danno, non risulta applicabile alla tutela restitutoria dei diritti reali, che trova la propria speciale (ed autonoma) regolamentazione negli art. 948 -951 c.c.

T.A.R. Cagliari (Sardegna) sez. II  22 novembre 2012 n. 1011  

 

Qualora con riguardo all'esecuzione forzata di una sentenza di condanna alla demolizione, totale o parziale, di un edificio costruito senza il rispetto delle distanze legali, insorgano contestazioni non sulla sussistenza del diritto derivante dal titolo esecutivo di procedere alla demolizione ai sensi dell'art. 2933 c.c., ma sulla necessità o meno della concessione amministrativa per il compimento dei lavori, ovvero circa il soggetto tenuto a richiedere la concessione medesima o a dirigere i lavori, le relative questioni attengono alle modalità di esecuzione, con la conseguenza che il provvedimento con cui il Pretore statuisca su dette questioni è un atto esecutivo, impugnabile (non con l'appello ma) soltanto con l'opposizione ex art. 617 c.p.c. Ne consegue che, essendo il permesso di costruire impugnato un mero elemento strumentale al conseguimento del risultato indicato nel titolo, e collocandosi tale richiesta nella fase esecutiva dell'attuazione del diritto sostanziale riconosciuto con il titolo esecutivo, riconducibile ad una sentenza di condanna della parte ricorrente alla demolizione di opere edificate in violazione delle distanze tra costruzioni, senza che la questione oggi sollevata della pretesa conformità delle distanze dei balconi alle prescrizioni del regolamento edilizio sia stata oggetto di specifica contestazione, idoneamente dimostrata, in sede oppositiva, l'impugnativa va dichiarata inammissibile.

T.A.R. Napoli (Campania) sez. IV  05 settembre 2012 n. 3757  



 
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