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Art. 344 codice civile: Funzioni del giudice tutelare

Presso ogni tribunale il giudice tutelare soprintende alle tutele e alle curatele ed esercita le altre funzioni affidategli dalla legge.

Il giudice tutelare può chiedere l’assistenza degli organi della pubblica amministrazione e di tutti gli enti i cui scopi corrispondono alle sue funzioni.



Commento

Giudice tutelare: giudice che sovraintende alle attività di coloro che esercitano la responsabilità genitoriale, la tutela e la curatela. Fra i compiti più importanti che egli deve svolgere vi è la nomina del tutore e del curatore, nonché il rilascio delle autorizzazioni necessarie per il compimento degli atti di disposizione e di straordinaria amministrazione. Il (—), inoltre, controlla il corretto esercizio della responsabilità genitoriale.

Curatela: istituto diretto a proteggere i soggetti parzialmente incapaci di agire. Con la (—), il giudice nomina un curatore che assiste l’incapace nel compimento degli atti di straordinaria amministrazione.


Giurisprudenza annotata

Tutela e curatela

Ritenuto quanto disposto dagli art. 337 e 344 c.c., non travalica le proprie competenze ed il proprio ruolo il G.t. che, vigilando sull'attuazione delle disposizioni emanate, per i minori, dal T.m. e senza attribuirsi poteri decisori, o, comunque, modificando quanto disposto dal T.m., esegue le disposizioni predette in senso meramente applicativo e, talora, occorrendo, sospendendo quanto disposto dal T.m., intervenendo sul versante dei servizi sociali al fine di ovviare anche, nell'interesse dei minori, all'inerzia delle p.a.: solo in tal modo il G.t. può rendere concreto e puntuale il "dictum" del T.m. (senza in alcun modo modificarlo) con un intervento volutamente finalistico e non puntualmente prescrittivo.

Tribunale minorenni Milano  06 luglio 2012

 

L'impugnazione con reclamo del decreto di approvazione del rendiconto finale del tutore, emesso dal giudice monocratico di prima istanza quale giudice tutelare, deve decidersi con sentenza del tribunale in sede contenziosa ai sensi dell'art. 45 disp. att. c.c. ed in composizione collegiale ex art. 50 bisc.p.c.; tale sentenza, la cui natura decisoria si ricava dall'effetto di rendere definitivi ed irrevocabili gli accertamenti sul rendimento di conto del tutore, è appellabile ai sensi dell'art. 339 c.p.c., ma non ricorribile per cassazione.

Cassazione civile sez. I  01 luglio 2008 n. 17956  

 

Qualora un minore, orfano di padre, con madre decaduta dalla potestà parentale, ex art. 330 c.c. ed affidato ritualmente a parenti prossimi, abbia ad incassare somme provenienti dall'eredità paterna, la legittimazione a chiedere al g.t. la prescritta autorizzazione non compete agli affidatari, ma al tutore del minore stesso, che è abilitato a rappresentarlo, previa accettazione, con beneficio d'inventario, dell'eredità al minore pervenuta

Tribunale Sciacca  31 marzo 2000

 

Nel procedimento per la rimozione del tutore di un interdetto, ove non vi siano da affrontare e decidere questione d'ordine patrimoniale e qualora le condizioni dell'interdetto lo permettano, devono ritenersi consentiti al g.t., anche in difetto di un'espressa previsione testuale, l'audizione e l'esame diretto dell'incapace, potendosi desumere anche da tale audizione e da tale esame elementi di valutazione e giudizio sull'operato del tutore: a prescindere, infatti, dall'assoluto rispetto dovuto da ogni soggetto privo del tutto, per assai gravi patologie, della capacità di intendere e di volere, poiché esistono condizioni pur permanenti di infermità mentale che, sebbene compromettano la capacità del soggetto di provvedere in modo autonomo ed adeguato alla cura dei propri interessi, non escludono affatto una capacità di relazione ed una pur ridotta capacità di intendere e di volere, è necessario e doveroso che, ogni qual volta sia possibile, specie in ciò che attiene alla sfera personale del malato, le aspirazioni dell'interdetto trovino voce e considerazione, allo scopo di consentirgli di contribuire alle scelte relative alla propria vita ed alla gestione della propria tutela; le norme sull'interdizione - norme di protezione e non norme penalizzanti o, peggio, punitive - vanno, in vero, interpretate ed applicate in maniera non ultronea, non conforme ai valori costituzionali della tutela giudiziaria

Tribunale Reggio Calabria  12 luglio 1999

 

 

Aborto

Ritenuto che la l. n. 194 del 1978 non prevede il caso in cui la donna gravida, sebbene non interdetta, non sia tuttavia in grado, per la sua incapacità naturale dovuta a grave malattia psichica, provvisoria o definitiva, di decidere in ordine all'interruzione della gravidanza, si applica, in una ipotesi siffatta, per analogia, il disposto dell'art. 13 l. cit., qualora sia il marito della donna a richiedere l'aborto della consorte; il g.t. magistrato istituzionalmente destinato a compiti di tutela dei c.d. soggetti deboli, non autorizza, in tal caso, l'interruzione della gravidanza da altri richiesta, ma adotta una vera e propria autonoma decisione, sulla scorta di adeguata documentazione sanitaria che attesti come la prosecuzione della gravidanza sia, con presumibile, motivata, ragionevole certezza, oltremodo nociva alla gestante ed al concepito, consentendo, invece, l'aborto la prosecuzione della necessaria terapia farmacologica intensiva e costante, estremamente dannosa, peraltro, per il feto; è ovvio, d'altro canto, che qualora, prima che l'intervento abortivo sia posto in essere, le condizioni psichiche della donna abbiano a migliorare, il provvedimento del g.t. debba intendersi automaticamente revocato.

Pretura Nicosia  23 gennaio 1997

 

 

Amministrazione di sostegno

Va disposto il ricovero coatto di soggetto per il quale è stata disposta l’amministrazione di sostegno e pur contro la volontà della beneficiaria, allorquando trattasi effettivamente dell’unica soluzione percorribile nell’interesse della stessa, cui deve aggiungersi – ricorrendone in concreto i presupposti (rapporti nocivi per la salute della beneficiaria con i familiari) - il divieto di contatto, anche telefonico, della beneficiaria con i componenti del suo nucleo famigliare salva specifica autorizzazione dei sanitari responsabili della struttura di accoglienza. In tal senso, il giudice – alla stregua della idonea documentazione offerta dall’amministratore di sostegno a supporto dello stato di salute precario della beneficiaria- ben può autorizzare l’amministratore ad esprimere il consenso, in sostituzione della beneficiaria all’immediato inserimento coatto di quest’ultima in struttura residenziale o ospedaliera a indicarsi dai sanitari interpellati, con divieto di contatto e/o colloqui anche telefonici della beneficiaria con i componenti del suo nucleo famigliare, sino alla cessazione della terapia prescritta, salva specifica autorizzazione ai colloqui rilasciata dai sanitari responsabili della struttura in questione, nonché ex art. 344 comma 2 c.c., disponendo che i Carabinieri prestino prontamente ogni opportuna collaborazione all’A.d.S. per l’inserimento coatto in idonea struttura di accoglienza della beneficiaria, la quale ultima, in caso di allontanamento non autorizzato dall’amministratore e/o dai sanitari responsabili, sarà ivi prontamente ricondotta a cura degli stessi Carabinieri, ciò sino al momento di cessazione della programmata terapia secondo indicazioni dei sanitari responsabili.

Tribunale Bari  27 dicembre 2006

 



 
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