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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 350 codice civile: Incapacità all’ufficio tutelare

Non possono essere nominati tutori e, se sono stati nominati, devono cessare dall’ufficio:

1) coloro che non hanno la libera amministrazione del proprio patrimonio (1);

2) coloro che sono stati esclusi dalla tutela per disposizione scritta del genitore il quale per ultimo ha esercitato la patria potestà;

3) coloro che hanno o sono per avere o dei quali gli ascendenti, i discendenti o il coniuge hanno o sono per avere col minore una lite, per effetto della quale può essere pregiudicato lo stato del minore o una parte notevole del patrimonio di lui (2);

4) coloro che sono incorsi nella perdita della patria potestà o nella decadenza da essa, o sono stati rimossi da altra tutela;

5) il fallito che non è stato cancellato dal registro dei falliti.

 


Commento

(1) La norma comprende i minori, gli interdetti e coloro nei cui confronti è già stato iniziato un procedimento di interdizione. Deve essere esclusa, inoltre, la possibilità di affidare l’ufficio di tutore anche ai minori emancipati, agli inabilitati e ai beneficiari dell’amministrazione di sostegno.

(2) Alla base di questa preclusione vi è una situazione di conflitto di interessi particolarmente importante fra il minore e il soggetto che potrebbe essere nominato tutore.

La norma sancisce la necessità di un controllo giudiziale preventivo sull’idoneità della persona designata a ricoprire l’incarico di tutore: a tal fine individua cinque casi di incapacità. In alcuni di essi, l'incapacità è determinata dall’esistenza di determinate condizioni prima della nomina, mentre in altri casi si tratta di fatti verificatisi successivamente. Si osserva, però, che il successivo verificarsi di una causa di incapacità non provoca automaticamente la decadenza dalla funzione di tutore; al contrario, il tutore resta titolare del suo ufficio finché non avviene la sua sostituzione.


Giurisprudenza annotata

Tutela e curatela

La disposizione di cui all'art. 343, comma 2, c.c. è, in conformità con il suo tenore letterale, riferita alla sola fattispecie della tutela, non risultando essa contemplata tra le norme (art. 348, ultimo comma, e 350 c.c.) applicabili anche alla curatela in base all'esplicito richiamo operato dagli art. 393 e 424 c.c., nonché stante l'evidente diversità di posizione sostanziale intercorrente tra l'interdetto e l'inabilitato, atteso che, diversamente dal primo che è privo di capacità di agire e viene in tutto rappresentato (a meno che non trattisi di diritti personalissimi) dal tutore, l'inabilitato conserva la capacità di agire in relazione agli atti di ordinaria amministrazione, essendo l'assistenza del curatore richiesta solo per quelli di straordinaria amministrazione. Emerge pertanto, a tale stregua, la ragione per la quale l'art. 343, comma 2, c.c. (applicabile anche agli incapaci maggiori di età in virtù dell'art. 424 c.c.) - da leggersi in combinato disposto con l'art. 45, comma 3, c.c. (secondo cui l'interdetto ha il domicilio del tutore) - indica nel domicilio del tutore il luogo volto a radicare la competenza del giudice tutelare, mentre, in mancanza di analogo criterio di collegamento, non può ritenersene consentita l'estensione anche all'inabilitato, attesa la diversità di situazione sostanziale di quest'ultimo, in virtù della quale ogni istanza al G.T. deve essere anche da quest'ultimo proposta, il che spiega ulteriormente l'esigenza di vedergli facilitato l'accesso al giudice tutelare, territorialmente competente.

Cassazione civile sez. I  12 ottobre 2004 n. 20164  

 

È inammissibile il ricorso straordinario per cassazione proposto ai sensi dell'art. 111 cost. contro il provvedimento con il quale il tribunale provveda in sede di reclamo avverso il decreto del giudice tutelare di rimozione di un tutore, trattandosi di provvedimento che si configura, anche sotto l'aspetto sostanziale, come intervento di tipo ordinatorio ed amministrativo, dato che, pur coinvolgendo posizioni di diritto soggettivo (il diritto dell'interdetto a ricevere la protezione assicurata dall'ordinamento con la tutela), non statuisce su di esse risolvendo conflitti con attitudine al giudicato, ma realizza un atto di gestione di interesse altrui, reso sulla base di un apprezzamento sempre revocabile e modificabile per la sopravvenienza di nuovi elementi di valutazione ovvero in base al riesame di quelli già considerati. Nè la decisorietà di tale provvedimento può discendere dall'art. 350 c.c., il quale fa derivare dalla rimozione l'incapacità ad assumere in futuro funzioni di tutore, atteso che tali funzioni non integrano un diritto, ma costituiscono un servizio, ed atteso che detta incapacità si esaurisce in una regola per le scelte demandate al giudice nell'esclusivo interesse del tutelando.

Cassazione civile sez. I  14 febbraio 2003 n. 2205  



 
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