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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 353 codice civile: Domanda di dispensa

La domanda di dispensa per le cause indicate nell’articolo precedente deve essere presentata al giudice tutelare prima della prestazione del giuramento, salvo che la causa di dispensa sia sopravvenuta.

Il tutore è tenuto ad assumere e a mantenere l’ufficio fino a quando la tutela non sia stata conferita ad altra persona.


Commento

Le norme che prevedono la dispensa dall’ufficio di tutore devono essere ritenute di carattere eccezionale, in quanto derogano al principio generale che vede la tutela come incarico non rinunciabile. Pertanto le cause che consentono di ottenere la dispensa sono esclusivamente quelle previste dal legislatore, senza alcuna possibilità di applicazione analogica.

La dispensa ha una natura diversa dalle cause di incapacità, che sono previste principalmente per garantire gli interessi del minore, e dallo stesso esonero, che può essere disposto dal giudice quando l’incarico di tutore sia divenuto eccessivamente oneroso per il soggetto cui è stato conferito. Si osserva, infatti, che quando ricorrono le circostanze previste dalla legge il giudice ha l’obbligo di dispensare il soggetto interessato dall’ufficio di tutore mentre, quando sia richiesta la dispensa dall’incarico stesso, egli ha il potere di valutare discrezionalmente l’esistenza di una situazione tale da giustificare l’esonero.


Giurisprudenza annotata

Amministrazione di sostegno

Ritenuto che l'a.d.s. non presuppone necessariamente una infermità così grave da privare l'interessato della capacità di comprensione e di critica e di una libera o consapevole autodeterminazione, ma richiede una menomazione fisiopsichica incidente sull'autonomia del soggetto nel provvedere ai propri interessi ed è una misura che va disposta in rapporto alle conseguenze che tale deficit determini nella gestione concreta del proprio patrimonio; e ritenuto, altresì, che l'erogazione del sostegno di cui alla l. n. 6/2004 non dipende da un giudizio astratto sulle capacità dell'interessato, ma va parametrato, sia per l' "an", sia per il "quomodo", alle esigenze del caso singolo, e, dunque, alla ricaduta della menomazione in un dato contesto personale e patrimoniale, la misura va disposta a tutela di un soggetto gravato da una assai notevole diminuzione della capacità di critica da uno stato di deficienza psichica caratterizzata da una non irrilevante suggestionabilità che consenta ad altri di abusarne, inducendolo a porre in essere atti di disposizione patrimoniale privi di una adeguata giustificazione e gravemente lesivi sul piano economico.

Corte appello Torino  10 settembre 2008

 

 

Filiazione

Nel giudizio di ammissibilità dell'azione per la dichiarazione di paternità (o di maternità) naturale, ove il giudice di primo grado non abbia disposto il deposito degli atti, a norma dell'art. 274, comma 3 c.c., o non abbia compiutamente espletato l'indagine prevista, il giudice del gravame che rilevi l'omissione non deve rimettere la causa al primo giudice, non ricorrendo le ipotesi di cui agli art. 353 e 354 c.p.c., ma deve provvedere direttamente al deposito od al completamento dell'inchiesta sommaria, necessaria ai fini della delibazione della domanda.

Cassazione civile sez. I  30 marzo 1994 n. 3143

 

L'interesse del minore alla dichiarazione giudiziale di sua paternità naturale può ben essere presunto, e va senz'altro affermato qualora non risulti che al minore possa derivare alcun pregiudizio dall'accertamento della paternità, come avviene qualora il preteso padre sia persona di normale condotta, non porti un nome infamante o comunque per il minore dannoso, goda di normale stima e considerazione, svolga una decorosa attività lavorativa, goda di un buon tenore di vita, a nulla rilevando nè la riluttanza del preteso padre ad assumere la veste di genitore, nè il fatto che la madre naturale abbia contratto matrimonio poiché la consuetudine di vita del minore con il marito della madre potrebbe rendere possibile l'adozione del minore stesso ex art. 44 lett. b) della legge n. 184 del 1983.

Tribunale minorenni Roma  27 gennaio 1994

 

 

Mancata esecuzione dolosa dei provvedimenti del giudice

Il rifiuto di assumere le funzioni di tutore o di protutore di un minorenne non costituisce reato a norma della configurazione criminosa della mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice civile concernente l'affidamento di persona minore d'età; e nemmeno a norma delle altre configurazioni di inosservanza dei provvedimenti dell'autorità o di rifiuto di uffici legalmente dovuti o di rifiuto di atti d'ufficio.

Cassazione penale sez. VI  22 marzo 1984



 
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