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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 374 codice civile: Autorizzazione del giudice tutelare

Il tutore non può senza l’autorizzazione del giudice tutelare (1):

1) acquistare beni, eccettuati i mobili necessari per l’uso del minore, per l’economia domestica e per l’amministrazione del patrimonio;

2) riscuotere capitali, consentire alla cancellazione di ipoteche (2) o allo svincolo di pegni, assumere obbligazioni (3), salvo che queste riguardino le spese necessarie per il mantenimento del minore e per l’ordinaria amministrazione del suo patrimonio;

3) accettare eredità (4) o rinunciarvi, accettare donazioni o legati soggetti a pesi o a condizioni;

4) fare contratti di locazione d’immobili oltre il novennio o che in ogni caso si prolunghino oltre un anno dopo il raggiungimento della maggiore età;

5) promuovere giudizi, salvo che si tratti di denunzie di nuova opera o di danno temuto, di azioni possessorie o di sfratto e di azioni per riscuotere frutti o per ottenere provvedimenti conservativi (5).


Commento

(1) Quando il tutore ottiene l’autorizzazione al compimento di un determinato atto non è obbligato a realizzarlo. Resta, infatti la possibilità che, dopo l’emanazione del provvedimento autorizzativo, si verifichino fatti che non ne rendano più opportuna la realizzazione per gli interessi del minore.

 

(2) L’autorizzazione del giudice è necessaria in quanto la cancellazione dell’ipoteca e lo svincolo di un pegno conseguono, di solito, ad un pagamento (cioè uno di quegli atti per cui è necessario il consenso del giudice).

 

(3) L’autorizzazione è sempre necessaria per l’assunzione di un debito ma non per l’acquisizione della posizione di creditore (poiché essa è sempre vantaggiosa per il minore).

 

(4) L’accettazione dell’eredità devoluta ai minori deve essere necessariamente realizzata con beneficio di inventario. Ciò nonostante vi è comunque la possibilità che l’acquisto si riveli non conveniente per il minore ed è per questo motivo che è necessaria l'autorizzazione del giudice tutelare.

 

(5) Le azioni esercitabili senza il consenso del giudice sono quelle che consentono la conservazione del patrimonio dell’incapace e che si riferiscono a situazioni di urgenza.

 

 

Le numerose disposizioni della norma hanno tutte lo scopo di garantire la conservazione del patrimonio dell’incapace. L'autorizzazione del giudice consente al tutore di esercitare i poteri che gli sono già riconosciuti dalla legge. Essa si rende necessaria anche per tutti gli altri atti che, sebbene non previsti dalla norma, abbiano natura identica a quella dei casi espressamente disciplinati.


Giurisprudenza annotata

Interdizione ed inabilitazione

I beni mobili necessari per l'uso dell'interdetto sono quelli indispensabili alla cura del suo benessere personale - alimenti, vestiario, eccetera - mentre i beni necessari per l'economia domestica sono quelli che servono ad alleviare il peso economico eventualmente sostenuto dal tutore: ad esempio, l'assunzione di un badante. Non vi rientrano, invece, i beni d'arredamento che sono da qualificarsi come voluttuari (confermata la responsabilità per peculato del tutore e protutore dell'interdetta che si erano appropriati della somma corrisposta a titolo di trattamento pensionistico di inabilità e di accompagnamento, destinandola ad acquisiti di beni voluttuari, non indispensabili e comunque non autorizzati dal giudice tutelare).

Cassazione penale sez. VI  16 ottobre 2014 n. 49533  

 

 

Amministrazione di sostegno

Qualora un giovane, oggi appena maggiorenne, dedito dall'età di 15 anni all'uso costante di stupefacenti, irritabile e talora violento con i familiari più stretti, più volte ricoverato, con assai scarso successo, presso alcune comunità di recupero, privo di amici e di interessi, abulico e rassegnato, ma con ambizioni deliranti e megalomanie, costantemente denegante ogni suo stato patologico, reduce da un duplice tentativo suicidario, sordo ad ogni contatto tentato da amici e conoscenti, insensibile ad ogni terapia farmacologica più volte tentata, abbia ad un tratto mutato ogni suo atteggiamento negativo, accettando e praticando con cura perfino il percorso disintossicante prescrittogli, apparendo socievole, sereno, equilibrato, ottimista, ed affermando di sentirsi bene in salute, senza mai tentare la fuga dal luogo di cura, e senza manifestare più alcuna ripulsa o violenza verso i familiari, ad un giovane siffatto, malgrado il principio prevalente - anche perché corroborato da una giurisprudenza di legittimità e di merito ormai maggioritaria pressoché concorde - che l'amministrazione di sostegno non può essere formalmente instaurata prima che abbiano a manifestarsi le condizioni patologiche o di irregolarità richieste dalla legge, può e deve, nel preminente e del tutto poziore interesse del beneficiario, essere assegnato un amministratore di sostegno, con poteri, peraltro, ben definiti e limitati anche nel tempo dal g.t., allo scopo di prevenire tempestivamente ricadute improvvise, ma del tutto prevedibili ed assai frequenti in una situazione pregressa del tutto recente come quella supra descritta, tanto più qualora ad essere nominata amministratore di sostegno sia la madre, per tanti, intuibili motivi elemento di sicuro affidamento anche perché convivente con l'interessato

Tribunale Modena sez. II  24 febbraio 2014

 

Nell'ipotesi in cui il tutore – amministratore di sostegno abbia promosso un giudizio nell'interesse dell'incapace senza l'autorizzazione prescritta dall'art. 374 n. 5 c.c. si determina un vizio di legittimazione processuale che comporta la radicale nullità dell'intero giudizio, e che, non attenendo a materia disponibile, deve essere rilevato, anche d'ufficio dal giudice cosicché va da sé che l'autorizzazione è, infatti, presupposto necessario per la regolare costituzione del rapporto processuale, e pertanto colui che ha promosso il giudizio qualificandosi rappresentante legale dell'incapace ha l'onere della prova dell'autorizzazione, quale presupposto della propria legittimazione all'esercizio delle facoltà processuali.

Tribunale Roma sez. II  08 luglio 2011 n. 14756  

 

Ritenuto che il destinatario delle misure di protezione, ex l. 9 gennaio 2004 n. 6, dell'adulto in difficoltà non è necessariamente solo il soggetto infermo per effetto di una, più o meno grave, patologia fisica o psichica, ma anche il soggetto semplicemente "vulnerabile" o "debole" (come da terminologia comunitaria ed internazionale, alla quale anche il giudice italiano deve fare riferimento); ritenuto, altresì, che i compitidell'a.d.s. non riguardano solo gli interessi sanitari o patrimoniali del beneficiario, ma possono attenere anche al libero esercizio delle sue facoltà e dei suoi non illeciti comportamenti ed abitudini, per cui il concetto di persona "priva di autonomia" nell'espletamento degli atti e delle funzioni di vita quotidiana non va inteso solo in senso fisico-statico, ma anche in senso giuridico-dinamico, e versa, quindi, in stato di bisogno e di assistenza, ai sensi e per gli effetti di cui alla l. n. 6 del 2004, non solo il soggetto più o meno fisicamente impedito, o, più o meno, psichicamente disturbato, ma ogni soggetto che, per una ragione non necessariamente patologica, non è nella condizione di assumere ed attuare liberamente le proprie opzioni e scelte di carattere domestico ed esistenziali; ritenuto, infine, quanto precede, va nominato un a.d.s. ad un soggetto anziano, gravato da non poche e non lievi infermità fisiche e costretto a deambulare con l'ausilio di stampelle canadesi od in carrozzella, ma nel pieno possesso delle facoltà mentali e dotato anche di grande pazienza ed equilibrio nei rapporti con i terzi, qualora il soggetto "de quo" - malgrado ogni suo atto di disponibilità, di collaborazione e di prontezza anche economica - veda respingere senza alcun motivo le reiterate sue preghiere d'essere sollevato, nei limiti del possibile, da ogni impedimento (anche architettonico), e sia da tempo vittima costante ed abituale di una condotta ingiustificata, ostruzionistica, emulativa ed ostile da parte dei vicini di casa residenti nel condominio in cui il beneficiario abita, condotta proseguita malgrado l'intervento, vano, dei servizi socio-assistenziali, inviati, all'uopo, dal g.t., intervento teso ad alleviare le condizioni di vita del soggetto "vulnerabile", ridotto all'esasperazione per dover rinunciare ad atti, a comodità e comportamenti elementari per nulla nocivi agli altri condomini, ma per lui indispensabili per condurre una vita normale.

Tribunale Varese  18 giugno 2010

 

 

Tutela e curatela

Il tutore dell'interdetto, essendo tenuto a proteggere gli interessi della persona tutelata, non ha bisogno dell'autorizzazione del giudice tutelare né per resistere alla lite promossa da un terzo nei confronti dell'interdetto, né per impugnare la relativa sentenza, né per coltivare le liti promosse dall'interdetto in epoca anteriore all'interdizione. (Principio affermato in un caso in cui il tutore aveva proposto ricorso per cassazione contro la sentenza d'appello in un giudizio nel quale l'interdetto era stato convenuto in primo grado prima che ne venisse dichiarata l'interdizione)

Cassazione civile sez. II  24 marzo 2009 n. 7068  

 

 

Società

In tema di determinazione dei poteri attribuiti agli amministratori delle società di capitali, non trova applicazione la distinzione tra atti di ordinaria e straordinaria amministrazione prevista con riguardo ai beni degli incapaci dagli art. 320, 374 e 394 c.c., dovendosi invece fare riferimento agli atti che rientrano nell'oggetto sociale - qualunque sia la loro rilevanza economica e natura giuridica - pur se eccedano i limiti della cosiddetta ordinaria amministrazione, con la conseguenza che, salvo le limitazioni specificamente previste nello statuto sociale, rientrano nella competenza dell'amministratore tutti gli atti che ineriscono alla gestione della società, mentre eccedono i suoi poteri quelli di disposizione o alienazione, suscettibili di modificare la struttura dell'ente e perciò esorbitanti (e contrastanti con) l'oggetto sociale. (In applicazione di tale principio, e con riferimento ad una fattispecie anteriore al d.lg. 17 gennaio 2003 n. 6, la S.C. ha confermato la sentenza impugnata, che, nell'interpretare una clausola statutaria che limitava i poteri degli amministratori al compimento degli atti di ordinaria amministrazione, aveva ritenuto che essa si riferisse esclusivamente agli atti estranei all'oggetto sociale, in quanto essa sarebbe risultata priva di senso logico e giuridico ove riferita agli atti ricompresi nell'oggetto sociale, che coincidono già con tutti quelli che l'amministratore ha il potere di compiere quali atti di ordinaria amministrazione).

Cassazione civile sez. I  03 marzo 2010 n. 5152  

 

La distinzione tra atti di ordinaria e straordinaria amministrazione, prevista dagli artt. 320, 374 e 394 c.c. in relazione ai beni degli incapaci, non coincide con quella applicabile in tema di determinazione dei poteri attribuiti agli amministratori delle società, i quali vanno individuati con riferimento agli atti che rientrano nell'oggetto sociale, qualunque sia la loro rilevanza economica e la loro natura giuridica e anche se eccedano i limiti della cd. ordinaria amministrazione, con la conseguenza che, salvo le limitazioni specificamente previste nello statuto sociale, devono ritenersi rientranti nella competenza dell'amministratore tutti gli atti che ineriscono alla gestione della società, ed invece eccedenti i suoi poteri quelli di disposizione o di alienazione, suscettibili di modificare la struttura dell'ente e, perciò, esorbitanti e comunque contrastanti con l'oggetto sociale. (Conferma Tar Lazio, Roma, sez. II, n. 9202 del 2009).

Consiglio di Stato sez. V  21 giugno 2013 n. 3402

 



 
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