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Art. 410 codice civile: Doveri dell’amministratore di sostegno

Nello svolgimento dei suoi compiti l’amministratore di sostegno deve tener conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario (1).

L’amministratore di sostegno deve tempestivamente informare il beneficiario circa gli atti da compiere nonché il giudice tutelare in caso di dissenso con il beneficiario stesso. In caso di contrasto (2), di scelte o di atti dannosi ovvero di negligenza nel perseguire l’interesse o nel soddisfare i bisogni o le richieste del beneficiario, questi, il pubblico ministero o gli altri soggetti di cui all’articolo 406 possono ricorrere al giudice tutelare, che adotta con decreto motivato gli opportuni provvedimenti.

 

L’amministratore di sostegno non è tenuto a continuare nello svolgimento dei suoi compiti oltre dieci anni, ad eccezione dei casi in cui tale incarico è rivestito dal coniuge, dalla persona stabilmente convivente, dagli ascendenti o dai discendenti.


Commento

(1) La norma vuole evitare che l’amministratore di sostegno assuma ruoli di controllo, di vigilanza, di direzione del soggetto assistito. Nel caso del tutore la prospettiva è completamente diversa: la disciplina in tema di tutela fa riferimento ai doveri di rispetto e di obbedienza verso il tutore, anche con riguardo all’interdizione.

(2) La norma attribuisce rilevanza alla contraria volontà del beneficiario e, data la genericità della disposizione, il dissenso espresso, a prescindere dalle reali capacità del soggetto, comporterà l’intervento del giudice sulla questione.

 


Giurisprudenza annotata

Amministrazione di sostegno

Il criterio che deve orientare il Giudice, allorquando si trovi a dover scegliere quale, tra le misure dell'interdizione e dell'amministratore di sostegno, applicare al caso concreto, deve rinvenirsi nel disposto dei primi due commi dell'art. 410 c.c., i quali, dettati con esclusivo riferimento all'amministrazione di sostegno, impongono all'amministratore, da un lato, di "tenere conto dei bisogni e delle aspirazioni del beneficiario", dall'altro, di "tempestivamente informare il beneficiario circa gli atti da compiere, nonché il giudice tutelare in caso di dissenso con il beneficiario stesso", predisponendo, infine, un sistema di attivazione del contraddittorio tra i soggetti dell'amministrazione di sostegno (beneficiario e amministratore) al cospetto Giudice tutelare, al fine di dirimere i contrasti eventualmente insorti. Solo nei casi in cui il sistema tracciato da tali norme non possa funzionare, ovvero possa ritenersi controproducente nell'ottica del conseguimento del "best interest" del beneficiario, potrà preferirsi la misura interdittiva.

Tribunale Vercelli  31 ottobre 2014 n. 147  

 

In tema di amministrazione di sostegno, il coniuge che ne beneficia può proporre domanda di separazione giudiziale personalmente o, in caso di impedimento mentale, a mezzo dell'amministratore di sostegno medesimo, su autorizzazione del giudice tutelare, senza necessità della designazione di un curatore speciale, salvo che, in caso di conflitto di interessi, il giudice non provveda diversamente (nella specie, il tribunale ha dichiarato non luogo a provvedere sull'istanza di nomina di un curatore speciale per la proposizione del giudizio di separazione, dovendo l'amministratore di sostegno o la parte beneficiaria proporre l'istanza di autorizzazione al giudice tutelare).

Tribunale Milano  07 maggio 2014

 

Ritenuto che il beneficiario di amministrazione di sostegno conserva, in linea di principio, piena capacità di agire per tutti gli atti non richiedenti la rappresentanza o l'assistenza dell'amministratore; ritenuto che l'a.d.s. fornisce al beneficiario uno strumento di ausilio e di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, avendo la massima salvaguardia dell'autodeterminazione della persona in difficoltà, e prestando la massima, decisiva attenzione alla sua sfera volitiva ed alle sue esigenze esistenziali, in conformità al postulato costituzionale del rispetto dei diritti inviolabili della persona umana; ritenuto che rientra tra i diritti fondamentali, primari ed insopprimibili, della persona il diritto di contrarre matrimonio e di fondare una famiglia, salva la presenza di situazioni eccezionali "ex lege" militanti in senso contrario; ritenuto che solo alla persona interdetta è vietato contrarre matrimonio: quanto precede ritenuto e premesso, non può l'amministratore di sostegno opporsi al matrimonio di donna, gravata da lieve ritardo mentale o da sintomatologia psicotica con allucinazioni uditive e disabilità nelle competenze sociali e relazionali, qualora essa svolga una pur modesta attività retribuita di lavoro manuale presso terzi, sia da tempo fidanzata con un uomo affetto da ludopatia, ma svolgente anch'esso una pur modesta attività manuale retribuita di lavoro presso terzi, ambedue i fidanzati persistono nel proposito di contrarre tra loro matrimonio, si dichiarino ben consapevoli dei doveri e delle responsabilità matrimoniali, ed, infine, se entrambi possono godere di una camera personale presso l'abitazione dei genitori del fidanzato, tanto più se il sanitario che segue ed assiste la donna abbia assicurato all'amministratore ed al g.t. che per entrambi i soggetti il matrimonio "de quo" risulterebbe, sul piano terapeutico, una esperienza positiva, data anche la tenuità delle patologie che li affliggono.

Tribunale Modena sez. II  18 dicembre 2013

 

L'amministrazione di sostegno è preferibilmente da escludere "per l'attitudine del soggetto protetto a porre in discussione i risultati dell'attività di sostegno nei suoi confronti". In particolare, va esclusa in presenza si soggetto portatore di patologia psichiatrica che conduca a tendenze suicidarie. In un contesto del genere, infatti, l'amministrazione di sostegno - anche per lo speciale ed esclusivo meccanismo di confronto continuo con la persona beneficiaria (v. art. 410 c.c.) - rischierebbe di pregiudicare in modo gravissimo la persone protetta perché anche le tendenze suicidarie non potrebbero essere inibite prontamente ed in modo efficace. In ipotesi del genere, insomma, è la misura di totale limitazione della capacità di agire che deve essere applicata alla persona da proteggere: non certo per rievocare lo stigma che la coscienza contemporanea ripudia e la normativa di nuovo conio combatte, bensì per fornire una risposta di protezione più adeguata, efficacia, con valenza giuridica totalmente sostitutiva.

Tribunale Milano sez. IX  28 agosto 2013



 
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