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Art. 429 codice civile: Revoca dell’interdizione e dell’inabilitazione

Quando cessa la causa dell’interdizione o dell’inabilitazione, queste possono essere revocate su istanza del coniuge, dei parenti entro il quarto grado o degli affini entro il secondo grado, del tutore dell’interdetto, del curatore dell’inabilitato o su istanza del pubblico ministero (1) (2).

Il giudice tutelare deve vigilare per riconoscere se la causa dell’interdizione o dell’inabilitazione continui. Se ritiene che sia venuta meno, deve informarne il pubblico ministero.

Se nel corso del giudizio per la revoca dell’interdizione o dell’inabilitazione appare opportuno che, successivamente alla revoca, il soggetto sia assistito dall’amministratore di sostegno, il tribunale, d’ufficio o ad istanza di parte, dispone la trasmissione degli atti al giudice tutelare.


Commento

Revoca (dell’interdizione e inabilitazione): pronuncia volta ad eliminare gli effetti di queste e, quindi, a ripristinare la capacità di agire in una persona divenuta capace di intendere e di volere. Oggetto del giudizio di revoca dell’interdizione è l’accertamento della persistenza o della cessazione della causa di interdizione nel tempo successivo alla pronuncia della suddetta sentenza.

 

 

(1) Affinché sia proponibile la domanda di revoca occorrono due presupposti: il passaggio in giudicato della sentenza di interdizione o di inabilitazione (così, l’esercizio dell’azione di revoca è inammissibile in pendenza di qualsiasi impugnazione di tale sentenza); e il venir meno dei presupposti oggettivi su cui la stessa sentenza era stata legittimata.

 

(2) Non rientrano fra i soggetti legittimati all’impugnazione l’interdetto e l’inabilitato, anche se non sono mancate opinioni diverse in sede giurisprudenziale.

 


Giurisprudenza annotata

Interdizione ed inabilitazione

Sulle pronunce di interdizione e di inabilitazione si forma un giudicato sui generis, in quanto esse, siccome grandemente limitative della capacità di agire, costituiscono una eccezione alla regola della pienezza dell'esercizio dei propri diritti da parte di ciascun individuo e devono necessariamente correlarsi ad un'infermità mentale (idonea ad escludere la capacità di provvedere ai propri interessi) che non soltanto sia abituale, ma soprattutto persistente nel tempo. Ne consegue che la pronuncia costitutiva che dichiara un soggetto interdetto o inabilitato è indissolubilmente correlata alla persistenza di tale infermità, tanto da essere qualificata come resa allo stato degli atti. Pertanto ove il giudizio di inabilitazione si concluda con un provvedimento di rigetto, ciò che passa in giudicato è soltanto la statuizione sull'assenza, nel momento in cui la sentenza viene pronunciata, dei requisiti necessari per procedere alla dichiarazione di inabilitazione, ossia di una seria e permanente menomazione delle facoltà mentali dell'interessato. Ciò non toglie, tuttavia, che singoli elementi valutati in quel giudizio ai fini del rigetto dell'istanza possano essere tenuti in considerazione, alla luce del complessivo quadro psichico dell'interessato, per risalire ad eventuali altri fatti ignoti, quale, ad esempio, la sussistenza di uno stato di incapacità naturale rilevante ai fini dell'art. 428 c.c. (Cassa App. Firenze 28 ottobre 2009 n. 1419).

Cassazione civile sez. III  08 febbraio 2012 n. 1770  

 

 

Filiazione

È costituzionalmente illegittimo l'art. 245 c.c., nella parte in cui non prevede che la decorrenza del termine indicato nell'art. 244 c.c. è sospesa anche nei confronti del soggetto che, sebbene non interdetto, versi in condizione di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, sino a che duri tale stato di incapacità naturale. La disposizione censurata - il cui inequivoco dato letterale non consente di estenderne, in via interpretativa, l'operatività anche in favore del suindicato soggetto - si pone in contrasto con gli art. 3 e 24 cost. in quanto prevede una irragionevole equiparazione del soggetto capace a quello di fatto incapace, ovvero (specularmente) una irragionevole diversità di trattamento riservata a soggetti che versino in un'identica situazione di abituale grave infermità di mente, che preclude in entrambi i casi la conoscenza dei fatti costitutivi dell'azione in esame; e contestualmente lede il diritto di azione impedendone l'esercizio al titolare di un'azione personalissima che si trovi nella condizione di non avere conoscenza e consapevolezza del fatto costitutivo dell'azione e quindi nella impossibilità di esperirla validamente e tempestivamente; con la precisazione che, ai sensi del combinato disposto degli art. 429 e 431 c.c., l'estensione della garanzia della sospensione varrà solo per quegli incapaci naturali rispetto ai quali (non già sulla base di una presunzione, bensì in ragione delle prove offerte, acquisite e valutate dal giudice) sia stato accertato che versino in uno stato di grave abituale infermità mentale, che sussistano cioè quei medesimi presupposti richiesti dall'art. 414 c.c. per la dichiarazione di interdizione, e fino a quando sia stato ugualmente provato il venir meno dello stato di incapacità (sentt. n. 134 del 1985, 112, 216 del 1997, 170 del 1999).

Corte Costituzionale  25 novembre 2011 n. 322  

 

 

Amministrazione di sostegno

L'amministrazione di sostegno, introdotta nell'ordinamento dalla l. 9 gennaio 2004 n. 6 art. 3, ha la finalità di offrire, a chi si trovi nella impossibilità anche parziale o temporanea di provvedere ai propri interessi, uno strumento di assistenza che ne sacrifichi nella minor misura possibile la capacità di agire, distinguendosi, con tale specifica funzione, dagli altri istituti a tutela degli incapaci, quali l'interdizione e l'inabilitazione, non soppressi, ma solo modificati dalla stessa Legge attraverso la novellazione degli art. 414 e 417 c.c. Rispetto ai predetti istituti, l'ambito di applicazione dell'amministrazione di sostegno va individuato con riguardo non già al diverso, e meno intenso, grado di infermità o di impossibilità di attendere ai propri interessi del soggetto carente di autonomia, ma piuttosto alla maggiore capacità di tale strumento di adeguarsi alle esigenze di detto soggetto, in relazione alla sua flessibilità e alla maggiore agilità della relativa procedura applicativa. Appartiene all'apprezzamento del giudice di merito la valutazione della conformità di tale misura alle suindicate esigenze, tenuto conto essenzialmente del tipo di attività che deve essere compiuta per conto del beneficiario, e considerate anche la gravità e la durata della malattia, ovvero la natura e la durata dell'impedimento, nonché tutte le altre circostanze caratterizzanti la fattispecie.

Tribunale Milano  21 agosto 2007

 

Ritenuto che la Carta fondamentale considera ogni persona umana un valore in sé, unico, primario, essenziale e prioritario, della quale si limita a riconoscere e garantire i diritti inviolabili ed intangibili, anteriori ad ogni assetto socio-costituzionale ed alla relativa normativa, e ritenuto, altresì, che il decreto disponente l'amministrazione di sostegno limita, comunque, la pienezza delle libertà individuali e della capacità di agire del soggetto in difficoltà, arrivando assai spesso ad incidere sui profili più intimi e privati della vita di quest'ultimo, è da considerarsi sempre necessario, per una tutela integrale dell'amministrando, il patrocinio di un difensore tecnico (nella specie, peraltro, sussisteva una pressocché totale inabilità dell'amministrando alla cura dei propri interessi ed alle relative decisioni da adottare).

Tribunale Biella  17 luglio 2007

 



 
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