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Art. 438 codice civile: Misura degli alimenti

Gli alimenti possono essere chiesti solo da chi versa in istato di bisogno e non è in grado di provvedere al proprio mantenimento (1).

Essi devono essere assegnati in proporzione del bisogno di chi li domanda e delle condizioni economiche di chi deve somministrarli (2). Non devono tuttavia superare quanto sia necessario per la vita dell’alimentando, avuto però riguardo alla sua posizione sociale (3).

Il donatario non è tenuto oltre il valore della donazione tuttora esistente nel suo patrimonio.


Commento

(1) Il diritto agli alimenti presuppone lo stato di bisogno dell’alimentando e la possibilità economica dell’obbligato. Lo stato di bisogno può dipendere anche da colpa dell’alimentando.

 

(2) La capacità economica dell’obbligato viene valutata in base ai mezzi di cui questi gode per provvedere alla sua famiglia, al reddito, ed al suo patrimonio.

 

(3) L’onere di provare lo stato di bisogno e la correlativa incapacità di farvi fronte spetta a colui il quale richiede gli alimenti. Per stabilire l’entità dell’assegno alimentare occorre tener conto delle esigenze non solo materiali, ma anche sociali e culturali dell’alimentando, ed anche di altri fattori tra cui la svalutazione monetaria.

 

 

La norma tende a stabilire dei criteri più o meno univoci per consentire al giudice un'adeguata quantificazione dell’assegno alimentare.


Giurisprudenza annotata

Alimenti

Lo stato di bisogno, quale presupposto del diritto agli alimenti previsto dall'art. 438 cod. civ., esprime l'impossibilità per il soggetto di provvedere al soddisfacimento dei suoi bisogni primari, quali il vitto, l'abitazione, il vestiario, le cure mediche, e deve essere valutato in relazione alle effettive condizioni dell'alimentando, tenendo conto di tutte le risorse economiche di cui il medesimo disponga, compresi i redditi ricavabili dal godimento di beni immobili in proprietà o in usufrutto, e della loro idoneità a soddisfare le sue necessità primarie. Rigetta, App. Roma, 28/03/2006

Cassazione civile sez. II  08 novembre 2013 n. 25248  

 

Il presupposto per la richiesta di alimenti costituito dallo stato di bisogno riguarda l'impossibilità per il soggetto di provvedere al soddisfacimento dei propri bisogni primari, e deve essere valutato tenendo conto di tutte le risorse economiche, compresi i redditi ricavabili dal godimento di beni immobili in proprietà o in usufrutto, di guisa che il giudice, nell'accertare la sussistenza dello stato di bisogno, dopo aver valutato la sussistenza delle risorse economiche del donante, deve accertare l'idoneità delle stesse a soddisfare le sue esigenze di vita.

Cassazione civile sez. II  08 novembre 2013 n. 25248  

 

Il credito alimentare di natura personale non può essere oggetto di azione surrogatoria da parte dei creditori dell'avente diritto (come emerge dal combinato disposto degli artt. 438 comma 1, e dall'art. 2900 c.c.), il quale non può disporre del proprio credito, che, difatti, non può essere ceduto, né fatto oggetto di compensazione, ex art. 447 c.c.; del resto, il credito alimentare neppure si estingue per prescrizione, atteso che l'art. 2948 n. 2 c.c. prevede la prescrizione quinquennale solo per le annualità scadute. Proprio in coerenza con la generale preclusione dell'azione surrogatoria, l'art. 2 comma 6, d.lg. n. 109 del 1998 esclude che gli enti erogatori possano sostituirsi al richiedente la prestazione sociale agevolata, azionando il credito alimentare verso i componenti del suo nucleo familiare. Ne deriva, in primo luogo, che la preventiva attivazione del credito alimentare da parte dell'interessato non può integrare un criterio di accesso ai servizi, perché ciò contrasterebbe con la immutata natura personale del credito alimentare.

T.A.R. Milano (Lombardia) sez. III  10 settembre 2013 n. 2121  

 

 

Surrogazione

Il credito alimentare, di natura personale, non può essere oggetto di azione surrogatoria da parte dei creditori dell'avente diritto (come emerge dal disposto degli artt. 438 comma 1, e dell'art. 2900 c.c.), il quale non può disporre del proprio credito che, difatti, non può essere ceduto, né fatto oggetto di compensazione, ex art. 447 c.c.; del resto, il credito alimentare neppure si estingue per prescrizione, atteso che l'art. 2948 n. 2 c.c. prevede la prescrizione quinquennale solo per le annualità scadute. Proprio in coerenza con la generale preclusione dell'azione surrogatoria, l'art. 2 comma 6, d.lg. n. 109 del 1998 esclude che gli enti erogatori possano sostituirsi al richiedente la prestazione sociale agevolata, azionando il credito alimentare verso i componenti del suo nucleo familiare. Ne deriva che la preventiva attivazione del credito alimentare da parte dell'interessato non può integrare un credito di accesso ai servizi, perché ciò contrasterebbe con la immutata natura personale del credito alimentare.

T.A.R. Milano (Lombardia) sez. III  08 ottobre 2013 n. 2242  

 

 

Successione

Il legato di alimenti è condizionato, salvo diversa volontà del testatore, allo stato di bisogno del legatario, in quanto l'art. 660 c.c. stabilisce che tale legato "comprende le somministrazioni indicate dall'art. 438, salvo che il testatore abbia altrimenti disposto", e l'art. 438 c.c. rapporta la misura degli alimenti non soltanto alle necessità di vita dell'alimentando, avuto riguardo alla sua posizione sociale, ma anche al "bisogno" di quest'ultimo, sicché, se lo stato di bisogno non sussiste, manca lo stesso presupposto per richiedere gli alimenti.

Cassazione civile sez. II  04 maggio 2012 n. 6772  

 

 

Matrimonio

Fermo restando, in linea di principio, che i genitori hanno l’obbligo di mantenere i figli, anche maggiorenni, fino a quando essi non conseguano l’autonomia economica, salvo il caso di loro negligenza nella ricerca di una attività lavorativa consona alla loro preparazione, alle loro capacità ed agli studi da essi svolti, senza che possa essere fissato a priori ai genitori un termine finale dell’obbligo su di loro incombente, va cancellato l’obbligo di mantenimento qualora: i due figli maggiorenni non compaiano in Tribunale, sebbene regolarmente convocati, per esporre le loro ragioni ed opporsi alla rituale richiesta del genitore obbligato di sospendere il loro mantenimento; quando, malgrado la rituale convocazione, non compaia in Tribunale la loro madre, che si oppone in giudizio alla cessazione dell’obbligo paterno; quando i figli hanno molto presto interrotto gli studi, conseguendo solo un diploma medio di assai basso livello, che avrebbe dovuto indurli ad accettare un lavoro modesto; quando è provato che il figlio maggiore aveva da non poco tempo (alcuni anni) intrapreso in proprio un’attività di grafico, attività che il Tribunale ha motivo di presumere definitivamente avviata; quando il figlio più piccolo, anch’esso maggiorenne ed asseritamente privo di redditi, risulti, dalle visure catastali, proprietario di una unità abitativa classificata in A/2. Diversamente opinando, sul genitore incomberebbe l’assurdo onere di attivarsi giudizialmente in prima persona, per essere esentato da un obbligo a suo carico non più esistente, dando la prova che la prole non abbia profuso ogni ragionevole impegno per una sua effettiva collocazione nel mondo del lavoro commisurata alle sue concrete capacità ed aspirazioni.

Tribunale Roma  23 marzo 2012

 



 
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