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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 45 codice civile: Domicilio dei coniugi, del minore e dell’interdetto

Ciascuno dei coniugi ha il proprio domicilio nel luogo in cui ha stabilito la sede principale dei propri affari o interessi (1).

Il minore ha il domicilio nel luogo di residenza della famiglia (2) o quello del tutore. Se i genitori sono separati o il loro matrimonio è stato annullato o sciolto o ne sono cessati gli effetti civili o comunque non hanno la stessa residenza, il minore ha il domicilio del genitore con il quale convive.

L’interdetto ha il domicilio del tutore.

 


Commento

Domicilio: [v. 43]; Residenza: [v. 43]; Tutore: [v. 357]; Matrimonio: [v. Libro I, Titolo VI]; Interdetto: [v. 414].

 

(1) La norma sancisce la piena libertà di scelta del domicilio per entrambi i coniugi. Attualmente, è possibile che i coniugi abbiano domicili diversi, potendo avere interessi diversi. Si pensi ad esempio a due coniugi, liberi professionisti, che svolgono la loro professione in città diverse.

(2) Non esiste, però, un concetto di residenza della famiglia come realtà diversa dalla residenza dei singoli componenti. È considerata residenza familiare il luogo dove i coniugi e i figli dimorino abitualmente insieme.

 

La norma è stata adeguata al valore di totale uguaglianza tra i coniugi espresso dalla riforma del diritto di famiglia

 


Giurisprudenza annotata

Interdizione ed Inabilitazione

Il giudice competente per l'apertura della tutela dell'interdetto legale va individuato in quello del luogo in cui la persona interessata ha la sede principale degli affari od interessi, che coincide, ove l'interessato sia detenuto al momento in cui la sentenza di condanna è divenuta irrevocabile, con quello di abituale dimora nel cui circondario si trova la struttura di detenzione nella quale l'interdetto è ristretto, dovendosi ritenere inapplicabile il criterio del domicilio che presuppone l'elemento soggettivo del volontario stabilimento. Né rileva, ai fini dello spostamento della competenza, che, successivamente all'apertura della tutela e prima della nomina del tutore, l'interessato sia stato trasferito ad altra casa circondariale, operando il principio di cui all'art. 5 cod. proc. civ., senza che possa trovare applicazione l'art. 343, secondo comma, cod. civ., che presuppone la già avvenuta nomina del tutore. Regola competenza

Cassazione civile sez. VI  03 maggio 2013 n. 10373  

 

 

Lavoro subordinato

Il rinvio alle norme processuali riguardanti il rito del lavoro, stabilito nell'art. 3 della legge n. 102 del 2006 per le cause di risarcimento danni da morte o lesioni derivanti da fatti di circolazione stradale, non si applica alle controversie instaurate davanti al giudice di pace, in quanto già regolate, ai sensi degli art. 319, 320, 321 e 322 c.p.c., da un procedimento speciale ispirato dagli stessi obiettivi di concentrazione e celerità propri del rito del lavoro e senza che il citato art. 3 contenga un'espressa previsione - come imposto, in via generale, dall'art. 311 c.p.c. - di estensione del rito del lavoro anche al procedimento dinanzi al giudice di pace. Pertanto, alla stregua dell'intentio legis sottesa alla suddetta norma di cui all'art. 3 della legge n. 102 del 2006, si deve ritenere che la stessa sia riferita solo all'ipotesi di causa riguardante la specificata materia quando ricadono nella competenza del Tribunale.

Cassazione civile sez. III  07 agosto 2008 n. 21418  

 

 

Filiazione

L'assunzione del cognome paterno in sostituzione di quello materno, nell'ipotesi di riconoscimento paterno successivo al riconoscimento materno, va disposta, malgrado l'opposizione del genitore che ha riconosciuto per primo, qualora l'assunzione in sostituzione risponda all'interesse del figlio naturale minore; la necessaria rispondenza è configurabile qualora: non sussistano specifiche, concrete, serie ragioni giustificative della conservazione del cognome materno; dagli atti non emergano elementi validi a sostegno dell'opposizione materna, come potrebbe, ad es., essere la cattiva reputazione del padre, di per sè pregiudizievole per il figlio; non risulti che, nell'intervallo tra i due riconoscimenti, il minore abbia maturato una precisa, infungibile identità individuale sociale per il fatto di essere conosciuto con il cognome della madre nella cerchia sociale in seno alla quale è vissuto; il doppio cognome ponga il figlio naturale, nei rapporti familiari e sociali, in una posizione differenziata e deteriore rispetto agli altri figli (legittimi) del padre, aventi il solo cognome paterno.

Tribunale minorenni Perugia  06 febbraio 1998

 

 

Adozione

È illegittimo e non può per ciò essere dichiarato esecutivo il provvedimento del servizio sociale con il quale sia stato disposto l'affidamento familiare, ad una coppia di coniugi, di un minore fino alla sua maggiore età, qualora non siano state specificamente indicate le difficoltà temporanee della famiglia d'origine del minore, il pregiudizio a lui recato dalla prosecuzione della permanenza nell'originario ambiente familiare, le motivazioni dell'affidamento, i tempi ed i modi dei poteri degli affidatari, il servizio locale cui va attribuita la vigilanza durante l'affidamento con l'obbligo di tenere costantemente informato il giudice tutelare; in ogni caso, poi, l'affidamento familiare può essere disposto per periodi limitati e con la previsione di un futuro reinserimento del minore nell'originario nucleo familiare al venir meno delle temporanee difficoltà della famiglia di sangue o del pregiudizio che abbia determinato l'emanazione del provvedimento.

Tribunale minorenni Palermo  11 maggio 1984

 

 

Separazione tra coniugi

Qualora nel corso del giudizio di separazione personale sopravvenga l'annullamento del matrimonio, con la conseguente cessazione della materia del contendere in ordine alla domanda di separazione, viene meno la competenza del giudice della separazione circa l'affidamento della prole, ma il provvedimento presidenziale di affidamento emesso nel suo corso a norma dell'art. 708 c.p.c. conserva la sua efficacia (finché non sia sostituito), anche ai fini dell'individuazione del giudice territorialmente competente a provvedere su una nuova istanza di affidamento, giudice che è quello del luogo di residenza del genitore cui il minore è stato affidato, essendo irrilevante ai predetti fini, la situazione in cui il minore si trovi di fatto con uno dei genitori, al momento della proposizione della nuova domanda.

Cassazione civile sez. I  04 luglio 1983 n. 4460  

 



 
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