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Art. 478 codice civile: Rinunzia che importa accettazione

La rinunzia ai diritti di successione, qualora sia fatta verso corrispettivo o a favore di alcuni soltanto dei chiamati, importa accettazione.


Commento

Mentre con la rinunzia pura e semplice il chiamato si limita a rifiutare l’eredità, con la rinunzia ai diritti di successione, verso un corrispettivo o a favore di alcuni degli altri chiamati, egli, invece, dispone dei beni ereditari, ed è questa la ragione per la quale tale figura importa, a differenza della rinunzia pura e semplice, l’accettazione dell’eredità col conseguente acquisto della qualità di erede.

 


Giurisprudenza annotata

Successione

L'erede legittimo che non abbia partecipato al giudizio, promosso dagli altri eredi legittimi, diretto a far dichiarare la decadenza del (diverso soggetto) chiamato con testamento dal diritto di accettare l'eredità, qualora convenga in via transattiva di rinunciare agli effetti della sentenza a fronte dell'attribuzione in proprietà di immobili facenti parte dell'asse ereditario, non si limita (come erroneamente affermato dal giudice di merito) a rinunciare "a far valere la decadenza", in quanto il potere così esercitato afferisce comunque ad un diritto sull'eredità, almeno vantato in quanto chiamato, e quindi a lui appartenente perché espressivo del diritto di accettare quell'eredità. La rinuncia dedotta in transazione non è quindi avulsa dalla qualità di erede legittimo, sicché quanto ricevuto in sede transattiva costituisce tacitazione non già della rinunzia a far valere la decadenza, ma del diritto a succedere in via legittima al "de cuius" e, quindi, esercizio di tale diritto.

Cassazione civile sez. trib.  16 maggio 2007 n. 11213  

 

 

Giudicato

Il giudicato bene può spiegare efficacia riflessa anche nei confronti di soggetti estranei al rapporto processuale, quando esso contenga una affermazione obiettiva di verità, che non ammette la possibilità di un diverso accertamento. Deriva da quanto precede, pertanto, che qualora sia stato accertato con sentenza passata in giudicato che l'ente beneficiario di una devoluzione ereditaria è decaduto dal diritto di accettare l'eredità (decadenza che non ammette la possibilità di un diverso accertamento) tale giudicato è opponibile all'erede legittimo (non parte in quel giudizio), specie atteso che lo stesso non si risolve in un pregiudizio giuridico, ma addirittura in un beneficio per il terzo estraneo. (Nella specie la Corte di appello, nel contraddittorio di soli due degli eredi legittimi, aveva dichiarato che un ente benefico, nominato erede, era decaduto dal diritto di accettare l'eredità, e che l'eredità si era devoluta secondo le regole della successione legittima. Presentata, da uno dei coeredi, denuncia di successione anche in favore dell'erede legittimo che non aveva partecipato al giudizio, nelle more del giudizio di cassazione, avverso la sentenza ricordata, le parti avevano concluso una transazione con la quale tutti gli eredi legittimi si impegnavano a rinunciare agli effetti della sentenza della Corte di appello, a fronte della attribuzione in proprietà di un certo numero di immobili facenti parte dell'asse ereditario. Intimato il pagamento dell'imposta principale di successione anche nei confronti dell'erede non parte del giudizio come sopra definito, quest'ultimo aveva opposto e che la denuncia di successione, presentata da altro coerede non era a lui opponibile e che la sentenza della Corte di appello non aveva efficacia nei suoi confronti, e che, ancora, nella transazione non era ravvisabile una accettazione dell'eredità. Avendo i giudici di merito accolto tali difese sul rilievo che nella specie era insussistente il requisito fondamentale di un'estensione della portata soggettiva del giudicato, atteso che l'azione concernente l'intervenuta perdita del diritto di accettare l'eredità era volta a far valere una decadenza e, pertanto, atteneva a materia rientrante nella disponibilità delle parti, in applicazione del principio di cui sopra, la Suprema Corte ha cassato tale pronuncia).

Cassazione civile sez. trib.  16 maggio 2007 n. 11213  

 

Il giudicato può spiegare efficacia riflessa anche nei confronti di soggetti estranei al rapporto processuale, quando contenga (come nel caso) un'affermazione obiettiva di verità (decadenza del chiamato con testamento dal diritto ad accettare l'eredità, pronunciata su domanda di alcuni eredi legittimi) che non ammette la possibilità di un diverso accertamento, qualora (come nella specie) siffatta efficacia non si risolve in un pregiudizio giuridico, ma addirittura in un beneficio per il terzo estraneo al giudizio (qui, l'altro erede legittimo), non essendo sufficiente l'autonomia del soggetto titolare di una pretesa analoga a quella dei partecipanti al giudizio ad escludere una estensione oggettiva del giudicato. (Nella fattispecie, ha avuto modo di precisare la S.C., tale autonomia non aveva impedito al soggetto estraneo alla vicenda processuale, ma pur sempre titolare di una pretesa analoga, a far valere in fatto, a proprio favore, in via transattiva - "rinunziando agli effetti di quella sentenza a fronte dell'attribuzione in proprietà di un certo numero di immobili facenti parte dell'asse ereditario" - la "obiettiva verità" della intervenuta decadenza contenuta nel giudicato formatosi fra altri).

Cassazione civile sez. trib.  16 maggio 2007 n. 11213  

 



 
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