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Art. 486 codice civile: Poteri

Durante i termini stabiliti dall’articolo precedente per fare l’inventario e per deliberare, il chiamato (1), oltre che esercitare i poteri indicati nell’art. 460, può stare in giudizio come convenuto per rappresentare l’eredità.

Se non compare, l’autorità giudiziaria nomina un curatore all’eredità affinché la rappresenti in giudizio.


Commento

(1) Si fa riferimento solo al chiamato che è nel possesso materiale dei beni ereditari, cioè che effettivamente possegga e goda di questi.

 

 


Giurisprudenza annotata

Procedimento civile

Dichiarata l'interruzione del processo per morte di una delle parti e riassunto il giudizio con la notificazione dell'istanza nei confronti degli eredi della parte defunta, collettivamente e impersonalmente, in tale formula può comprendersi anche il chiamato all'eredità che non abbia ancora accettato, e la cui legittimazione deriva sia dall'articolo 460 del Cc (che come norma di carattere generale contenente la disciplina del potere del chiamato all'eredità prima dell'accettazione, autorizzando il chiamato, che si trovi o non nel possesso dei beni ereditari, a compiere atti conservativi lo legittima alla difesa processuale del patrimonio ereditario) sia - trattandosi di eredita devoluta a minori - dall'articolo 486 del Cc che prevede esplicitamente la legittimazione del chiamato, prima dell'accettazione, a stare in giudizio quale convenuto per rappresentare l'eredita.

Cassazione civile sez. II  25 marzo 2013 n. 7464  

 

In ipotesi di interruzione del processo per morte di una parte, l'altra parte può operare la riassunzione, entro un anno dalla morte stessa, con notifica fatta collettivamente ed impersonalmente agli eredi del defunto, nell'ultimo domicilio di questo, ai sensi dell'art. 303, comma 2, c.p.c., comprendendosi in tale ambito il chiamato all'eredità che non abbia ancora accettato, la cui legittimazione deriva sia dalla norma di carattere generale sui poteri del chiamato all'eredità prima dell'accettazione, di cui all'art 460 c.c., sia, ove si tratti di eredità devoluta a minori, dall'art 486 c.c., secondo il quale il chiamato può stare in giudizio come convenuto per rappresentare l'eredità durante i termini per fare l'inventario e per deliberare. Rigetta, App. Napoli, 08/06/2006

Cassazione civile sez. II  25 marzo 2013 n. 7464

 

In tema di debiti ereditari, il soggetto chiamato all'eredità e che non l'abbia accettata, se si trova nel possesso di beni ereditari (art. 486 c.c.), può stare in giudizio per rappresentare l'eredità, ma, siccome non è ancora succeduto all'ereditando, non è soggetto passivo delle obbligazioni già pertinenti al suo dante causa e dunque contro di lui non può essere rivolta una domanda di condanna al pagamento di un debito ereditario. Quando, però, detta domanda sia stata proposta nei suoi confronti, egli ha l'onere di resistere sostenendo l'insussistenza della sua qualità di erede, al fine di conseguire il risultato di non essere condannato al pagamento del debito, in quanto, una volta che attraverso il giudicato sia stato accertato un diritto di una parte nei confronti di un'altra, tutte le questioni che avrebbero potuto essere fatte valere nel giudizio e che, se lo fossero state, avrebbero potuto condurre a negare quel diritto, non possono esserlo più e non possono, perciò, costituire oggetto di opposizione all'esecuzione, anche ai fini dell'allegazione della sopravvenuta rinuncia all'eredità. (Fattispecie in cui il chiamato all'eredità, nei cui confronti era stato emesso decreto ingiuntivo per il pagamento di quota di un debito ereditario, non aveva proposto opposizione e solo dopo la scadenza del termine dell'opposizione stessa, aveva rinunziato all'eredità proponendo opposizione a precetto).

Cassazione civile sez. III  03 settembre 2007 n. 18534

 

La delazione conseguente all'apertura della successione ereditaria, pur costituendone un presupposto, non è sufficiente per l'acquisto dell'eredità, a tal fine occorrendo anche che il chiamato proceda all'accettazione mediante una dichiarazione espressa di volontà (o con l'assunzione del titolo di erede) in un atto pubblico o in una scrittura privata (art. 475 c.c.) oppure compiendo atti che necessariamente presuppongono la volontà di accettare e che il chiamato stesso non avrebbe avuto il diritto di fare se non nella qualità di erede. Di conseguenza, nel caso di morte di una delle parti in corso di causa, la legittimazione a stare in giudizio - salvo che nelle particolari ipotesi di cui agli art. 460 e 486 c.c. - si trasmette non già al chiamato all'eredità, bensì in via esclusiva all'erede (art. 110 c.p.c.).

Cassazione civile sez. I  16 settembre 1995 n. 9782  

 

 

Successioni

Il chiamato dell'eredità che non sia nel possesso dei beni ereditari non può stare in giudizio in rappresentanza dell'eredità (ipotesi prevista dall'art. 486 c.c. soltanto per il chiamato in possesso dei beni ereditari) e pertanto nei suoi confronti non è possibile nè proseguire il giudizio instaurato nei confronti del "de cuius", nè agire "ex novo"; se, tuttavia, si sia agito contro il chiamato non possessore e costui si sia costituito eccependo la propria carenza di legittimazione, il giudice deve disporne l'estromissione dal giudizio, senza che, peraltro, la semplice costituzione intesa al solo fine di far valere il proprio difetto di legittimazione possa configurarsi come accettazione tacita dell'eredità, trattandosi di atto pienamente compatibile con la volontà di non accettare l'eredità.

Cassazione civile sez. III  03 agosto 2000 n. 10197  



 
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