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Art. 494 codice civile: Omissioni o infedeltà nell’inventario

Dal beneficio d’inventario decade l’erede che ha omesso in mala fede di denunziare nell’inventario beni appartenenti all’eredità, o che ha denunziato in mala fede, nell’inventario stesso, passività non esistenti (1).


Commento

(1) I debiti non sono elementi necessari dell’inventario: pertanto non ci sarà alcuna conseguenza per l’erede che, consapevolmente, omette di denunciarli.

 


Giurisprudenza annotata

Successioni

In tema di eredità beneficiata l'onere della prova dell'occultamento doloso, in sede di inventario, di un bene appartenente all'eredità incombe su colui che invoca la decadenza dal beneficio, dovendo la buona fede dell'erede essere presunta sino a prova contraria. Rigetta, App. Milano, 25/03/2006

Cassazione civile sez. II  25 ottobre 2013 n. 24171  

 

L'onere della prova dell'occultamento doloso nell'inventario di un bene appartenente all'eredità incombe a colui che invoca la decadenza dell'erede dal beneficio dell'inventario, dovendo la buona fede dell'erede essere presunta fino a prova contraria.

Cassazione civile sez. II  25 ottobre 2013 n. 24171  

 

In tema di successioni "mortis causa", la omissione nell'inventario di beni appartenenti all'eredità, non soltanto totale, ma anche parziale, è sanzionata con la decadenza dal beneficio d'inventario ai sensi dell'art. 494 c.c., e tanto non solo risulta dall'interpretazione letterale della disposizione in esame, che fa riferimento all'omissione di "beni appartenenti all'eredità" e non quindi all'integrale patrimonio costituito dall'asse ereditario, ma è pure conforme alle finalità della redazione dell'inventario, per le quali una qualsiasi omissione parziale nell'indicazione di beni ereditari è idonea a ledere i diritti dei creditori del defunto.

Cassazione civile sez. II  23 luglio 2007 n. 16195  

 

In tema di successioni "mortis causa", l'art. 484 c.c., nel prevedere che l'accettazione con beneficio d'inventario si fa con dichiarazione, preceduta o seguita dalla redazione dell'inventario, delinea una fattispecie a formazione progressiva di cui sono elementi costitutivi entrambi gli adempimenti ivi previsti; infatti, sia la prevista indifferenza della loro successione cronologica, sia la comune configurazione in termini di adempimenti necessari, sia la mancata di una distinta disciplina dei loro effetti, fanno apparire ingiustificata l'attribuzione all'uno dell'autonoma idoneità a dare luogo al beneficio, salvo il successivo suo venir meno, in caso di difetto dell'altro. Ne consegue che, se da un lato la dichiarazione di accettazione con beneficio d'inventario ha una propria immediata efficacia, determinando il definitivo acquisto della qualità di erede da parte del chiamato che subentra perciò in universum ius defuncti, compresi i debiti del "de cuius", d'altro canto essa non incide sulla limitazione della responsabilità intra vires, che è condizionata (anche) alla preesistenza o alla tempestiva sopravvenienza dell'inventario, in mancanza del quale l'accettante è considerato erede puro e semplice (art. 485, 487, 488 c.c.) non perché abbia perduto "ex post" il beneficio, ma per non averlo mai conseguito. Infatti, le norme che impongono il compimento dell'inventario in determinati termini non ricollegano mai all'inutile decorso del termine stesso un effetto di decadenza ma sanciscono sempre come conseguenza che l'erede viene considerato accettante puro e semplice, mentre la decadenza è chiaramente ricollegata solo ed esclusivamente ad alcune altre condotte, che attengono alla fase della liquidazione e sono quindi necessariamente successive alla redazione dell'inventario. Poiché l'omessa redazione dell'inventario comporta il mancato acquisto del beneficio e non la decadenza dal medesimo, ne consegue che all'erede, il quale agisce contro i terzi non chiamati alla successione, è precluso l'esperimento dell'azione di riduzione, non sussistendo il presupposto al riguardo richiesto dall'art. 564, comma 1, ultima parte, c.c., cioè l'accettazione con beneficio d'inventario.

Cassazione civile sez. II  09 agosto 2005 n. 16739  

 

 

Imposte

Il credito dell'amministrazione finanziaria nei confronti dell'erede, per imposta di successione, è assistito da una posizione distinta e preferenziale rispetto agli altri crediti verso l'erede, gode di privilegio sui mobili e immobili cui si riferisce (art. 2758 e 2772 c.c.), ed è soggetto, in caso di accettazione col beneficio d'inventario, ad un trattamento sostanzialmente analogo a quello dei crediti verso il defunto, nel senso che la corrispondente responsabilità dell'erede resta limitata ai beni ereditari (art. 70 r.d. 30 dicembre 1923 n.3270, corrispondente all'art. 490 comma 2 n. 2 c.c., e successivamente art. 46 comma 2 d.P.R. 26 ottobre 1972 n. 637); ne consegue che la disposizione dell'art. 505 ultimo comma c.c., secondo la quale la decadenza dal beneficio d'inventario può essere dedotta solo dai creditori del defunto o dai legatari, vale ad escludere che possano invocare detta decadenza i creditori dell'erede, ma non osta, alla stregua di una sua interpretazione estensiva, a che la decadenza medesima possa essere chiesta dall'amministrazione per il suddetto credito d'imposta, a fronte di omissioni od infedeltà dell'inventario (art. 494 c.c.).

Cassazione civile sez. un.  10 dicembre 1984 n. 6478  



 
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