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Codice civile aggiornato  al  16 Gen 2015
 
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Art. 5 codice civile: Atti di disposizione del proprio corpo

Gli atti di disposizione del proprio corpo sono vietati quando cagionino una diminuzione permanente della integrità fisica (1) (2) , o quando siano altrimenti contrari alla legge, all’ordine pubblico (3) o al buon costume (4).

 


Commento

Atti di disposizione del proprio corpo: contratti [v. 1321] mediante i quali taluno dispone del proprio corpo, ossia della propria integrità fisica.

Integrità fisica: diritto di ciascun individuo a che il proprio aspetto esteriore non subisca menomazioni. È un diritto tutelato sia dal diritto civile sia dal diritto penale ed è irrinunziabile ed indisponibile salvo che gli atti di disposizione siano compatibili con la dignità umana.

Ordine pubblico: complesso dei principi generali dell’ordinamento sui quali si basa l’ordinamento statale. L’(—) opera quale limite alla ricezione dei valori giuridici stranieri (norme, sentenze, private convenzioni) non compatibili con i principi fondamentali del nostro ordinamento giuridico.

Buon costume: complesso dei principi di etica sociale e morale comune dominanti in un certo periodo storico in una data comunità. Il riferimento è ad un’accezione ampia della morale, non riconducibile esclusivamente alla morale sessuale.

 

(1) Il soggetto vivente ha il potere di disporre del proprio (futuro) cadavere in ordine al trattamento di sepoltura/cremazione  ed alla destinazione a trapianto di determinati organi . Per la manifestazione della volontà di donare, nel nostro ordinamento vige il principio del consenso o del dissenso esplicito. Per legge, i cittadini maggiorenni possono dichiarare la propria volontà indicando, nella carta d’identità, il consenso o il diniego a donare i propri organi in caso di morte.

Per l’attuale legislazione sono ammissibili la donazione del sangue  e la donazione di midollo osseo, mentre è vietato il trapianto di cornea di persona vivente, in quanto tale prelievo pregiudicherebbe irrimediabilmente la funzione della vista.  La legge consente il trapianto del rene tra viventi, in quanto l’altro rene è sufficiente ad assicurare la funzione di depurazione del sangue. Inoltre, ammette di disporre a titolo gratuito di parti di fegato al fine esclusivo del trapianto e consente, infine, il trapianto parziale di polmone, pancreas e intestino tra persone viventi.

 

(2) È consentita la modificazione dei caratteri sessuali e la conseguente rettificazione di attribuzione di sesso.

 

(3) La maternità surrogata non trova riconoscimento nell’ordinamento italiano: tale pratica, che può essere inquadrata tra le modalità di procreazione medicalmente assistita, resta vietata anche se è venuto meno il divieto di fecondazione eterologa.

 

(4) Ampiamente dibattuta è la questione del cd. testamento biologico, con il quale il testatore detta disposizioni anticipate sui trattamenti sanitari ai quali desidera essere sottoposto, nel caso in cui perda la capacità di autodeterminazione, a causa di una malattia, fino al rifiuto delle cure (eutanasia). In Italia non esiste una normativa specifica. L’atteggiamento della dottrina e giurisprudenza è, in generale, contrario a riconoscere la validità e l’operatività del testamento biologico.


Giurisprudenza annotata

Persona fisica e diritti della personalità

L'espianto del rene per scopo di donazione dell'organo forma oggetto di uno speciale contratto tra il donatore e la struttura ospedaliera, per la cui validità è requisito legale la stipula, da parte dell'ospedale, di un'assicurazione contro gli infortuni e la malattia a beneficio del donatore, ai sensi dell'art. 5 l. 26 giugno 1967 n. 458, norma che è di immediata applicazione anche se non ne è stato emanato il regolamento attuativo. Ne consegue che l'ospedale, il quale proceda all'espianto del rene senza avere stipulato la suddetta polizza, risponde dei danni patiti dal paziente per la perdita del relativi benefici assicurativi.

(Cass. Civ. Sez. III 28/01/2013 n.1874)

 

Il paziente che, per motivi religiosi (o di diversa natura), intendesse far constare il proprio dissenso alla sottoposizione a determinate cure mediche, per l'ipotesi in cui dovesse trovarsi in stato di incapacità naturale, ha l'onere di conferire ad un terzo una procura ad hoc nelle forme di legge, ovvero manifestare la propria volontà attraverso una dichiarazione scritta che sia puntuale ed inequivoca, nella quale affermi espressamente di volere rifiutare le cure quand'anche venisse a trovarsi in pericolo di vita.

(Cass. Civ. Sez. III 15/09/2008 n.23676)

 

Il paziente ha sempre diritto di rifiutare le cure mediche che gli vengono somministrate, anche quando tale rifiuto possa causarne la morte; tuttavia, il dissenso alle cure mediche, per essere valido ed esonerare così il medico dal potere-dovere di intervenire, deve essere espresso, inequivoco ed attuale: non è sufficiente, dunque, una generica manifestazione di dissenso formulata ex ante ed in un momento in cui il paziente non era in pericolo di vita, ma è necessario che il dissenso sia manifestato ex post, ovvero dopo che il paziente sia stato pienamente informato sulla gravità della propria situazione e sui rischi derivanti dal rifiuto delle cure. (Nella specie la S.C., sulla scorta dell'enunciato principio, ha ritenuto che non ricorressero le condizioni per un valido dissenso in un caso in cui era risultato da un cartellino, rinvenuto addosso al paziente, testimone di Geova, al momento del ricovero, in condizioni di incoscienza, che recava l'indicazione «niente sangue», appunto perché la manifestazione di volontà non risultava essere stata raccolta, in modo inequivoco, dopo aver avuto conoscenza della gravità delle condizioni di salute al momento del ricovero e delle conseguenze prospettabili in caso di omesso trattamento).

(Cass. Civ. Sez. III 15/09/2008 n.23676)

 

 

Responsabilità civile

Il consenso informato, inteso quale espressione della consapevole adesione al trattamento sanitario proposto dal medico, impone che quest'ultimo fornisca al paziente, in modo completo ed esaustivo, tutte le informazioni scientificamente possibili riguardanti le terapie che intende praticare o l'intervento chirurgico che intende eseguire, con le relative modalità ed eventuali conseguenze, sia pure infrequenti, col solo limite dei rischi imprevedibili, ovvero degli esiti anomali, al limite del fortuito, che non assumono rilievo secondo l' "id quod plerumque accidit", in quanto, una volta realizzatisi, verrebbero comunque ad interrompere il necessario nesso di casualità tra l'intervento e l'evento lesivo.

(Cass. Civ. Sez. III 11/12/2013 n.27751)

 

Il diritto al consenso informato del paziente, in quanto diritto irretrattabile della persona, va comunque e sempre rispettato dal sanitario, a meno che non ricorrano casi di urgenza, rinvenuti a seguito di un intervento concordato e programmato, per il quale sia stato richiesto ed ottenuto il consenso, e tali da porre in gravissimo pericolo la vita della persona - bene che riceve e si correda di una tutela primaria nella scala dei valori giuridici a fondamento dell'ordine giuridico e del vivere civile - o si tratti di trattamento sanitario obbligatorio. Tale consenso è talmente inderogabile che non assume alcuna rilevanza, al fine di escluderlo, il fatto che l'intervento "absque pactis" sia stato effettuato in modo tecnicamente corretto, per la semplice ragione che, a causa del totale deficit di informazione, il paziente non è posto in condizione di assentire al trattamento, consumandosi nei suoi confronti, comunque, una lesione di quella dignità che connota l'esistenza nei momenti cruciali della sofferenza fisica e/o psichica.

(Cass. Civ. Sez. III 28/07/2011 n.16543)

 

 

Danni

In tema di danno non patrimoniale a persone giuridiche nel caso di una lesione di diritti sanciti dalla Costituzione, va riconosciuta la risarcibilità anche allorché si verifichi la lesione di un diritto della persona giuridica o del soggetto giuridico collettivo, non richiedendosi necessariamente la fisicità del soggetto titolare. In quest'ottica - per le persone giuridiche - si deve affermare la risarcibilità della lesione dello stesso diritto all'esistenza nell'ordinamento come soggetto, del diritto all'identità, del diritto al nome e del diritto all'immagine. Tale risarcibilità prescinde dalla verificazione di eventuali danni patrimoniali conseguenti. Per tali diritti, che rappresentano l'equivalente - in relazione alla persona giuridica o all'ente collettivo - dei diritti della persona fisica aventi fondamento diretto nella Costituzione e precisamente nell'art. 2 cost., si impone il riconoscimento della risarcibilità del danno non patrimoniale in ragione di una espressa previsione della stessa norma costituzionale dell'art. 2 cost., che riconosce i diritti inviolabili dell'uomo, cioè della persona fisica, anche nelle formazioni sociali. Per ciò che attiene agli enti locali, peraltro, va sottolineata la loro particolare posizione sancita nell'art. 5 e nell'art. 114 cost., che valorizzano le autonomie locali, di cui va pertanto tutelata l'identità storica, culturale e civile.

(Trib. Termini Imerese 08/02/2011)

 

La pronuncia di condanna generica al risarcimento del danno per fatto illecito, emessa ai sensi dell'art. 278 c.p.c., integra un accertamento di potenziale idoneità lesiva di quel fatto, e non anche l'accertamento del fatto effettivo, la cui prova è riservata alla successiva fase di liquidazione. Tale accertamento di lesività potenziale prescinde dalla misura e anche dalla stessa concreta esistenza del danno, con la conseguenza che il giudicato formatosi su detta pronuncia non osta a che nel giudizio instaurato per la liquidazione venga negato il fondamento concreto della domanda risarcitoria, previo accertamento del fatto che il danno non si sia in concreto verificato.

(Cass. Civ. Sez. III 14/07/2006 n.16123)



 
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