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Art. 633 codice civile: Condizione sospensiva o risolutiva

Le disposizioni a titolo universale o particolare possono farsi sotto condizione (1) sospensiva o risolutiva (2).


Commento

(1) L’evento futuro e incerto dedotto in condizione deve necessariamente ricorrere dopo la compilazione del testamento. Non è invece necessario che si verifichi dopo l’apertura della successione [v. 456], potendo anche precederla (es.: condizionare la disposizione all’assistenza prestata al testatore fino al momento della sua morte).

 

(2) L’acquisto del lascito si verifica al momento dell’apertura della successione, ma è destinato a venire meno se si verificherà la condizione risolutiva.

 

 

La possibilità di apporre al testamento una condizione sospensiva o risolutiva rafforza la tutela dell’autonomia privata e non contrasta con il principio semel heres semper heres, in base al quale, una volta acquistata la qualità di erede, questa non si può più perdere. Infatti, la condizione sospensiva o risolutiva retroagisce, ossia si considera, rispettivamente, avverata o mai avverata sin dall’apertura della successione, con la conseguenza che il chiamato sarà erede da quel momento nel primo caso e non lo diventerà mai nell’altro.

 


Giurisprudenza annotata

Successioni

Nella clausola si sine liberis decesserit non si ha una duplice e successiva istituzione come nel fedecommesso, bensì una istituzione subordinata a condizione risolutiva, verificatasi la quale il primo istituito viene considerato come se non fosse mai stato chiamato, ma tale clausola è valida solo quando ha tutti i caratteri di una vera e propria condizione, risolutiva rispetto al primo istituito e sospensiva nei confronti di esso, mentre essa è nulla quando viene impiegata per mascherare una sostituzione fedecommissoria vietata dalla legge, occorrendo quindi al riguardo un accertamento caso per caso, sulla base della volontà del testatore e delle particolari circostanze e modalità della disposizione.

Cassazione civile sez. II  14 ottobre 2013 n. 23278  

 

La presenza in un testamento di una clausola condizionale è rivelata non tanto dalla sua formulazione letterale e dalla sua collocazione nel contesto del negozio, quanto dal carattere intrinseco del fatto cui è subordinata l'efficacia della disposizione, indipendentemente dalle parole adoperate dal testatore. (Nella specie, in applicazione dell'enunciato principio, la S.C. ha respinto il ricorso avverso la decisione del giudice di merito, che, con motivazione congrua e logica, aveva qualificato in termini condizionali, anziché modali, la clausola di assistenza, mediante la quale il testatore riferiva dell'impegno dell'istituito "ad assistermi per tutta la vita per qualsiasi necessità io vada incontro"). Rigetta, App. Napoli, 07/12/2006

Cassazione civile sez. II  29 luglio 2013 n. 18219  

 

In tema di successione testamentaria, le condizioni sospensive o risolutive apposte all'istituzione di erede, secondo le previsioni dell'art. 633 c.c., sono quelle che la fanno dipendere dal caso o dal fatto del terzo (condizione casuale) o dalla volontà dell'erede (condizione potestativa), ma non da quella del testatore, in quanto, affinché si abbia una disposizione di ultima volontà e si realizzi un negozio "mortis causa", è necessario che lo scritto contenga la manifestazione di una volontà definitiva del suo autore, non nel senso che non possa essere revocata, ma che essa sia compiutamente ed incondizionatamente formata e manifestata oltre ad essere diretta a disporre attualmente, in tutto o in parte, dei propri beni per il tempo successivo alla morte.

Cassazione civile sez. II  06 ottobre 2005 n. 19463  

 

Nella clausola si sine liberis decesserit, apposta a un testamento, non si ha una duplice e successiva istituzione, come nel fedecommesso, bensì una istituzione subordinata a condizione risolutiva, verificatasi la quale il primo istituito viene considerato come se non fosse mai stato chiamato. Tuttavia, tale clausola è valida solo quando ha tutti i caratteri di una vera e propria condizione risolutiva rispetto al primo istituito e sospensiva nei confronti del secondo, mentre essa è nulla quando viene impiegata per mascherare una sostituzione fidecommissoria vietata dalla legge.

Cassazione civile sez. II  19 gennaio 1985 n. 150  

 

In ipotesi di chiamata all'eredità subordinata alla condizione dell'aggiunta del cognome del testatore al proprio entro un determinato termine dall'apertura della successione, con la previsione, per il caso di mancato avveramento della condizione, della devoluzione di tutto il patrimonio relitto allo Stato, qualora risulti l'intento del de cuius di affidare i propri scopi (connessi al verificarsi di detta condizione) ed il beneficio al primo chiamato alla mera discrezione della pubblica amministrazione, senza alcun obbligo a carico di quest'ultima di attivarsi per la realizzazione dell'evento dedotto in condizione, si configura la nullità della disposizione testamentaria, ove il testatore abbia in tal modo consapevolmente inteso rimettere all'arbitrio del secondo chiamato la designazione dell'erede (art. 631, comma 1 c.c.), ovvero la nullità - quanto al termine - della condizione perché illecita (art. 634 c.c.), ove il testatore abbia posto una condizione realizzante, nella sostanza, la fattispecie vietata di cui all'art. 631, comma 1 citato.

Cassazione civile sez. II  29 marzo 1982 n. 1928  

 

 

Tributi

Nel caso in cui un soggetto, avendo ereditato un appartamento, lo venda ad un terzo, quale unico proprietario dello stesso per avere la di lui sorella rinunciato alla successione, e corrisponda sul relativo atto l'Invim nella misura dovuta, ma, poi, essendo emerso che all'eredità avevano titolo a partecipare, per diritto di rappresentazione, anche le due figlie della sorella rinunciante, queste ultime provvedano con successivo atto regolarmente assoggettato ad Invim, a vendere a quel terzo le quote di eredità loro spettanti, non è legittimo che la detta imposta assolta in occasione della registrazione del primo atto di vendita venga rimborsata, sotto il profilo di una duplicata corresponsione della stessa, al soggetto ritenuto erroneamente unico proprietario dell'immobile da lui alienato, limitatamente alla quota dell'Invim afferente la parte dell'immobile da lui alienato, limitatamente alla quota di pertinenza delle nipoti (figlie della sorella rinunciante) e da esse successivamente venduta, sia perché, nella specie, non è configurabile alcuna duplice imposizione, stante l'autonomia dei due separati e distinti atti di vendita stipulati da soggetti venditori diversi, ciascuno dei quali ha pagato l'Invim in relazione all'atto al quale ha partecipato, sia perché, nella specie, non si invera l'unica specifica ipotesi di restituzione dell'Invim di cui all'art. 36, comma 2, del d.P.R. 26 ottobre 1972, n. 634, richiamato dall'art. 31 del d.P.R. n. 643 del 26 ottobre 1972 (atto dichiarato nullo o annullabile, per causa non imputabile alle parti, con sentenza passata in giudicato).

Comm. trib. centr. sez. X  11 maggio 1994 n. 1533  



 
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