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Art. 7 codice civile: Tutela del diritto al nome

La persona, alla quale si contesti il diritto all’uso del proprio nome (1) o che possa risentire pregiudizio dall’uso che altri indebitamente ne faccia, può chiedere giudizialmente la cessazione del fatto lesivo (2), salvo il risarcimento dei danni (3).

L’autorità giudiziaria può ordinare che la sentenza sia pubblicata in uno o più giornali (4) (5).


Commento

(1) La tutela del nome è specificazione del cd. diritto all’identità personale, ossia del diritto al rispetto della persona nella sua proiezione sociale e, quindi, dei suoi segni distintivi ed in primo luogo del nome. La tutela del nome è sancita a protezione non solo di un interesse individuale all’uso del proprio nome e ad impedire che altri lo usino indebitamente, ma anche dell’interesse generale all’identificazione della persona, nell’ambito dell’ordinamento giuridico.

(2) Due sono le azioni poste a tutela specifica del nome: l’azione di reclamo, con la quale si tutela il diritto della persona ad usare il proprio nome contro gli atti dei terzi tendenti ad impedire tale uso. Questa azione può essere esercitata anche quando il terzo non sia in mala fede ed anche quando dal suo comportamento non derivi alcun pregiudizio per il titolare; l’azione di usurpazione, diretta contro l’appropriazione illecita che altri facciano del nome, con danno, anche solo morale ed eventuale, del titolare (è il caso del signor Busacca che vide attribuito il proprio nome ad uno spregevole personaggio del film «La grande guerra»). Entrambe le azioni hanno carattere inibitorio, mirano, cioè, ad ottenere la cessazione della condotta lesiva.

In tale ambito è perseguito il furto di identità, ossia l’utilizzo indebito di dati relativi all’identità e al reddito di altro soggetto, sia in vita che deceduto.

(3) Oltre alle azioni sopraelencate, il titolare del nome potrà esercitare anche l’azione risarcitoria ed ottenere il risarcimento del danno morale quando la violazione del suo nome costituisca reato [v. 2059].

(4) La pubblicazione della sentenza ha una funzione sanzionatoria e di scoraggiamento per colui che ha violato il nome altrui. Essa ha, tuttavia, anche l’obiettivo di ridurre le conseguenze negative della lesione, portando a conoscenza della comunità l’usurpazione del nome o il suo indebito uso.

(5) Poiché il diritto al nome è un segno distintivo dell’identità personale dell’individuo, in caso di riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio da parte della madre e, in un secondo tempo, da parte del padre, va esclusa l’attribuzione automatica del cognome del padre (patronimico) in sostituzione o in aggiunta a quello della madre (matronimico) nei casi in cui: il cognome della madre sia divenuto autonomo segno distintivo della personalità dell’individuo nel contesto sociale in cui egli vive; ne possa derivare un danno all’interessato.


Giurisprudenza annotata

Persona Fisica e diritti della personalità

Il cognome, oltre a costituire segno identificativo della discendenza familiare, con le tutele conseguenti a tale funzione, svolge anche la funzione di strumento identificativo della persona, che è situazione che ricorre nei cd. casi di « cognomizzazione del predicato nobiliare », cioè quando una specifica denominazione (di varia origine: geografica, fisica, storica, caratteriale, ecc.) acquista la particolare forza individualizzante di uno specifico casato o di una stirpe, dalla cui appartenenza un soggetto intende ricavare o far derivare un diritto soggettivo al nome, al quale l'ordinamento assicura una distinta tutela, che si realizza con il procedimento, innanzi al giudice ordinario, previsto dall'art. 7 c.c., che non riguarda solo la facoltà di interdire fatti di usurpazione o spossessamento o abuso di titolo, ma anche atti di rivendicazione, in senso proprio, di cognomi connessi a titoli o denominazioni di casato.

(Cons Stato. Sez. IV I 05/02/2009 n. 668)

 

La tutela apprestata dall'art. 7 c.c. alla persona il cui nome sia indebitamente usurpato da altri opera soltanto se da tale uso indebito discenda un pregiudizio economico o morale. Non è pertanto suscettibile di tutela l'interesse di un soggetto a vedersi dichiarato unico discendente diretto e capo di una determinata casata, trattandosi di qualifica che non attiene nè alla sua sfera morale nè al suo patrimonio d'immagine, dato esclusivamente dalla rappresentazione sociale della sua condotta e della sua personalità.

(Trib Napoli 28/10/04)

 

In tema di tutela del diritto al nome, l'accoglimento della domanda di cessazione del fatto lesivo, contemplata dall'art. 7 c.c., è subordinata alla duplice condizione che l'utilizzazione del nome altrui sia indebita e che da tale comportamento possa derivare un pregiudizio alla persona alla quale il nome è stato per legge attribuito. Sotto quest'ultimo profilo, quantunque a giustificare l'accoglimento della misura sia sufficiente la possibilità di un pregiudizio, non essendo necessario che esso si sia già verificato, tuttavia la ricorrenza di detta possibilità deve essere accertata in concreto).

(Cass. Civ Sez. I 16/07/2003 n. 11129)

 

L'inesatto trattamento di dati personali legittima l'interessato ad invocare, presso la competente autorità di garanzia, la tutela di cui agli art. 1 ss. l. n. 675 del 1996 la quale, pur riservando particolare rilievo ai dati personali che presuppongano un'attività di archiviazione in banche dati, è tuttavia funzionale, nelle sue linee generali, alla tutela della persona e dei suoi fondamentali diritti e tende ad impedire che l'uso astrattamente legittimo del dato personale avvenga con modalità tali da renderlo lesivo di tali diritti (nella specie, avendo un quotidiano attribuito a una donna il cognome del defunto marito di un'altra, legittimamente la vedova si era rivolta al Garante per la protezione dei dati personali affinché, rettificato il trattamento del dato personale, la donna non fosse più denominata con quel cognome)

(Cass. Civ Sez. I 30/06/2001 n. 8889)

 

I predicati di titoli nobiliari (purché "esistenti" prima del 28 ottobre 1922 e riconosciuti prima dell'entrata in vigore della Costituzione, ed, in quanto costituenti veri e propri elementi di individuazione e di identità della persona, a queste condizioni "cognomizzati") fanno parte del nome, e, soltanto come "parte" (il cognome appunto) di esso "valgono" (sono cioè validi ed efficaci) nell'ordinamento. Tale "incorporazione" del predicato di titolo nobiliare "cognomizzato" nel nome, essendo stata costituzionalmente sancita (anche, ma soprattutto) in ossequio al principio di eguaglianza, comporta d'altro canto, che il predicato medesimo, nell'ordinamento giuridico italiano, non può "valere di più", in quanto tale, di quel che "valgono" le "ordinarie" parti del nome e, più specificamente, del cognome "ordinario" (art. 6, comma 2, c.c.); e ciò in quanto, altrimenti opinando, resterebbe frustrata la equilibrata "ratio" emergente dal combinato disposto dei commi 1 e 2 dell'art. 14 cost.: da un lato, l'abolizione giuridica - mediante il "non riconoscimento" dei titoli nobiliari - di privilegi derivanti dalla nascita o dall'appartenenza ad una determinata classe sociale; dall'altro, la riaffermazione del valore del "nome" come fondamentale diritto inerente alla identità della persona in quanto tale, con la conseguente assimilazione, quanto a "valore" giuridico, del predicato di titolo nobiliare "cognomizzato" al nome, e, quindi, di entrambi sul piano della tutela giurisdizionale. Da ciò consegue l'infondatezza e l'insostenibilità della tesi secondo la quale, allorquando oggetto di tutela ex art. 7 c.c. sia un nome comprensivo di predicato di titolo nobiliare "cognomizzato", siffatta circostanza inciderebbe sulla valutazione della sussistenza dei presupposti per la concessione della tutela inibitoria, nel senso che essi - e cioè uso indebito e pregiudizio - sarebbero, per così dire, automaticamente presenti nell'usurpazione del "predicato", a causa della particolare forza individualizzante dello stesso rispetto agli "ordinari" cognomi.

(Cass. Civ Sez. I 07/11/1997 n. 10936)

 

 

Filiazione

È costituzionalmente illegittimo, con riferimento all'art. 2 cost., l'art. 262 c.c., nella parte in cui non prevede che il figlio naturale, già titolare di un cognome, possa, nell'assumere il cognome del genitore che lo ha successivamente riconosciuto, ottenere dal giudice il diritto a mantenere, anteponendolo o, a sua scelta, aggiungendolo al nuovo cognome, il cognome precedentemente attribuitogli con atto formalmente legittimo, ove tale cognome sia divenuto autonomo segno distintivo della sua identità personale.

(Corte Cost. 23/07/1996 n. 297)



 
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