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Art. 737 codice civile: Soggetti tenuti alla collazione

I figli e i loro discendenti ed il coniuge che concorrono alla successione devono conferire ai coeredi tutto ciò che hanno ricevuto dal defunto per donazione direttamente o indirettamente salvo che il defunto non li abbia da ciò dispensati (1).

La dispensa da collazione non produce effetto se non nei limiti della quota disponibile.

 


Commento

Figlio (stato di): [v. Libro I, Titolo VII]; Discendenti: [v. 87]; Donazione: [v. Libro II, Titolo V].

 

Collazione: istituto in virtù del quale i figli, i loro discendenti, e il coniuge che hanno accettato l’eredità devono restituire alla massa ereditaria tutti i beni che sono stati loro donati in vita dal defunto, in maniera tale da dividerli con gli altri coeredi [v. 724].

 

Dispensa: negozio unilaterale con il quale il donante libera il donatario dall’obbligo di conferire nella massa ereditaria ciò che ha ricevuto per donazione.

 

Quota disponibile: parte di eredità non riservata dalla legge ai legittimari [v. 536].

 

(1) La dispensa può essere contenuta nella stessa donazione [v. 769], nel testamento [v. 587] o anche in un distinto negozio. Può essere anche tacita, cioè desumibile dal contesto dell’atto di donazione e da altri elementi. Trova, tuttavia, un limite insuperabile nell’intangibilità della quota di legittima [v. 536].

 

Scopo della collazione è rimuovere situazioni di disparità tra coeredi e garantire l’eguaglianza delle posizioni ereditarie del coniuge e dei discendenti. Attraverso la collazione, infatti, si determina un reale incremento del patrimonio ereditario (pari al valore della donazione conferita).

Presupposto necessario della collazione è il costituirsi della comunione ereditaria [v. 713] e la partecipazione alla stessa da parte del donatario [v. 769].


Giurisprudenza annotata

Divisioni

In materia successoria l'obbligo di collazione e l'azione di riduzione concorrono entrambe al risultato di aumentare la massa ereditaria, rendendo inefficaci taluni atti di liberalità compiuti in vita dal defunto. La differenza tra i due istituti risiede nel fatto che, mentre la collazione sacrifica solo i donatari che siano anche coeredi discendenti, senza proteggere il legittimario come tale, l'azione di riduzione tende a reintegrare la quota di legittima anche con sacrificio del donatario non erede e non discendente. La collazione, presupponendo l'esistenza di una comunione ereditaria, può essere compiuta solo dopo che sia stata esperita l'azione di riduzione.

Tribunale Perugia sez. II  29 marzo 2014 n. 661  

 

Nel giudizio di divisione ereditaria, qualora l'attore - nel replicare alla domanda riconvenzionale di collazione proposta dal convenuto - deduca la nullità di altra donazione, effettuata dal "de cuius" in favore di costui, formula non già una mera precisazione della domanda, bensì un'eccezione di merito in senso proprio, che, come tale, deve essere proposta non con la memoria assertiva di cui al quinto comma dell'art. 183 cod. proc. civ. (nel testo applicabile "ratione temporis", anteriore alla novella di cui all'art. 2, comma 3, lettera c-ter, del d.l. 14 marzo 2005, n. 35, convertito con modificazioni in legge 14 maggio 2005, n. 80), bensì entro l'udienza di trattazione, ai sensi del quarto comma del medesimo articolo. Cassa con rinvio, App. Roma, 09/05/2006

Cassazione civile sez. II  27 settembre 2013 n. 22274  

 

Ai sensi dell’art. 556 c.c., per determinare la quota disponibile del patrimonio del “de cuius” e, conseguentemente, anche quella di riserva spettante all’erede legittimario, deve prima ricostruirsi l’asse ereditario mediante la concretazione e la stima dei beni che ne fanno parte (e la individuazione delle eventuali poste passive del patrimonio stesso), procedendo, nel caso che gli eredi siano stati beneficiati dal testatore con eventuali donazioni, alla riunione fittizia dei beni oggetto di tali liberalità, secondo il valore determinato in base agli artt. 747 e 750 c.c.; sul patrimonio così ricostruito si deve poi calcolare, ai sensi degli artt. 537 e ss. c.c., la quota di cui il defunto poteva disporre. In particolare, nell’ipotesi di acquisto di un immobile con denaro proprio del disponente ed intestazione ad altro soggetto, che il disponente medesimo intenda in tal modo beneficiare, con la sua adesione, la compravendita costituisce strumento formale per il trasferimento del bene ed il corrispondente arricchimento del patrimonio del destinatario, e, quindi, integra donazione indiretta del bene stesso, non del denaro. Pertanto, in caso di collazione, secondo le previsioni dell’art. 737 c.c., il conferimento deve avere ad oggetto l’immobile, non il denaro impiegato per il suo acquisto. (Nella specie, il Trib. ha accolto la domanda di riduzione proposta dall’attore, pretermesso dall’eredità, condannando il convenuto a corrispondergli una somma, a titolo di indennità di occupazione degli immobili facenti parte dell’asse ereditario, oltre alle somme maturande sino al momento di cessazione dell’occupazione esclusiva degli immobili stessi).

Tribunale Lucca  03 luglio 2013 n. 791  

 

La collazione di cui all'art. 737 c.c. è un istituto proprio della divisione ereditaria con il quale i discendenti e il coniuge che accettano l'eredità conferiscono nell'asse ereditario (in natura o per imputazione) quanto ricevuto dal defunto in donazione. È obbligatoria per legge salvo che il donatario ne sia dispensato dal donante nei limiti della quota disponibile. L'istituto trova il suo fondamento nella presunzione che il "de cuius", facendo in vita donazioni ai figli e al coniuge, abbia voluto compiere delle attribuzioni patrimoniali gratuite in anticipo sulla futura successione. Pertanto, al momento della morte del disponente, il bene donato dovrà essere considerato quale acconto, se non addirittura come saldo, della quota ereditaria.

Cassazione civile sez. II  27 aprile 2012 n. 6576  

 

 

Successione

In considerazione dell'autonomia e della diversità dell'azione di divisione ereditaria rispetto a quella di riduzione, il giudicato sullo scioglimento della comunione ereditaria in seguito all'apertura della successione legittima non comporta un giudicato implicito sulla insussistenza della lesione della quota di legittima, sicché ciascun coerede condividente, pur dopo la sentenza di divisione divenuta definitiva, può esperire l'azione di riduzione della donazione compiuta in vita dal "de cuius" in favore di altro coerede dispensato dalla collazione, chiedendo la reintegrazione della quota di riserva e le conseguenti restituzioni. Cassa con rinvio, App. Campobasso, 21/02/2006

Cassazione civile sez. II  03 settembre 2013 n. 20143  

 



 
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