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Art. 820 codice civile: Frutti naturali e frutti civili

Sono frutti naturali quelli che provengono direttamente dalla cosa, vi concorra o no l’opera dell’uomo, come i prodotti agricoli, la legna, i parti degli animali, i prodotti delle miniere, cave e torbiere.

Finché non avviene la separazione (1), i frutti formano parte della cosa. Si puo’ tuttavia disporre di essi come di cosa mobile futura.

Sono frutti civili quelli che si ritraggono dalla cosa come corrispettivo del godimento che altri ne abbia. Tali sono gli interessi dei capitali, i canoni enfiteutici, le rendite vitalizie e ogni altra rendita, il corrispettivo delle locazioni.


Commento

Frutti: beni mobili che periodicamente derivano da un altro bene, sia direttamente come prodotto dello stesso, frutti naturali sia indirettamente, come utilità collegata alla sua destinazione economica, frutti civili.

 

(1) La separazione è caratteristica dei frutti naturali. Si ha separazione nel momento in cui il frutto si stacca dalla cosa da cui proviene.

 


Giurisprudenza annotata

Beni

I frutti civili, dovuti dal comproprietario che abbia utilizzato, in via esclusiva, un bene rientrante nella comunione, hanno, ai sensi dell'art. 820, comma 3, c.c., la funzione di corrispettivo del godimento della cosa e possono essere liquidati con riferimento al valore figurativo del canone locativo di mercato.

Cassazione civile sez. II  05 aprile 2012 n. 5504  

 

 

Ipoteca

Ai sensi del terzo comma dell'art. 2855 cod. civ., sono assistiti dal privilegio ipotecario anche gli interessi, al tasso legale via via vigente, che siano maturati successivamente all'annata in corso al momento del pignoramento, ovvero al momento dell'intervento in giudizio (per i crediti azionati a norma dell'art. 105 cod. proc. civ.), e sino alla vendita del bene oggetto di ipoteca, qualunque natura essi abbiano, moratoria o corrispettiva, non potendosi escludere i primi, sia per l'impossibilità di operare una lettura dell'art. 2855 cod. civ. che correli il comma terzo al secondo (che fa riferimento ai soli interessi corrispettivi), sia perché dal termine dell'annata in corso al momento del pignoramento possono decorrere solo quelli moratori. Cassa con rinvio, Trib. Milano, 30/11/2009

Cassazione civile sez. III  28 luglio 2014 n. 17044

 

In caso di iscrizione di ipoteca per un capitale, l'estensione del privilegio ipotecario agli interessi, secondo le condizioni indicate dall'art. 2855, commi 2 e 3, c.c., è limitata ai soli interessi corrispettivi, con conseguente esclusione di quelli moratori, dovendosi ritenere l'espressione «¿capitale che produce interessi¿» circoscritto ai soli interessi che costituiscono remunerazione del capitale medesimo, senza che, neppure in via analogica, possano ritenersi in essi inclusi quegli interessi che trovano il loro presupposto nel ritardo imputabile al debitore. (Conferma Trib. Milano 11 agosto 2009 n. 10430).

Cassazione civile sez. III  15 gennaio 2013 n. 775  

 

Iscritta ipoteca per un capitale, l'estensione di tale privilegio ipotecario agli interessi, alle condizioni indicate dall'art. 2855 comma 2 e 3 c.c. riguarda solo gli interessi corrispettivi con esclusione, quindi, di quelli moratori. Sul punto, la Corte di cassazione ha, in più occasioni affermato il principio secondo il quale detta estensione non riguarda gli interessi moratori, ancorché non manchino pronunce in senso contrario. La soluzione interpretativa trae fondamento da un primo argomento di ordine letterale. L'art. 2855 comma 2, laddove parla di "iscrizione di un capitale che produce interessi" farebbe riferimento "ai soli interessi corrispettivi, che costituiscono una remunerazione del capitale, e non agli interessi moratori i quali trovano il loro presupposto in un ritardo imputabile al debitore". Richiamando e facendo proprio tale dato interpretativo, altra pronuncia esclude, poi, che possa pervenirsi ad una applicazione analogica dell'art. 2855 c.c. anche agli interessi moratori: "la espressione pregnante "capitale che produce interessi", rimanda, infatti, alla nozione di frutti civili di cui all'art. 820 comma 3 c.c., "che si ritraggono dalla cosa come corrispettivo del godimento che altri ne abbia" e segna, dunque, un netto discrimine rispetto agli interessi moratori che l'art. 1224 c.c. concepisce a riparazione dei "danni nelle obbligazioni pecuniarie" e che hanno, perciò, causa nell'inadempimento colpevole del debitore, irrilevante essendo che al pregiudizio del creditore (conseguente alla mora) corrisponda un eventuale vantaggio per il debitore. E se, dunque, diverso è il titolo degli interessi corrispettivi (che prescindono dalla mora e traggono fondamento dal principio della naturale fecondità del denaro) e dei moratori (come sanzione dell'inadempimento del debitore), neppure ricorrono le condizioni per l'applicazione analogica del disposto dell'art. 2855 comma 2, (che per certo ai soli interessi dell'art. 1282 si riferisce) agli interessi risarcitori dell'art. 1224 c.c.". Qualora il legislatore avesse inteso riconoscere l'estensione ipotecaria anche agli interessi moratori avrebbe usato altra espressione più generica. La scelta, poi, appare rispondere alla necessità di riconoscere il privilegio al creditore per quelle somme di denaro che costituiscono la naturale remunerazione della sua attività (analogamente a quello che potrebbe essere il guadagno sul prezzo di una merce venduta), e di salvaguardare, invece, la parità tra tutti i creditori (siano essi privilegiati o chirografari) per il danno conseguente al ritardo nella soddisfazione dei propri crediti, determinato dal tempo necessario per la soddisfazione degli stessi attraverso il procedimento di esecuzione forzata. Che il legislatore si sia posto il problema di come non avvantaggiare i creditori privilegiati per il ritardo conseguente alla durata dell'esecuzione forzata è reso poi evidente proprio dal comma 2 della norma citata, che riconosce l'estensione del privilegio agli interessi solo per l'annata in corso al momento del pignoramento e per le due annate anteriori. La giurisprudenza citata non ha avuto modo di pronunciarsi espressamente sull'interpretazione del comma 3 dell'art. 2855 c.c., che riguarda gli interessi maturati dopo il pignoramento, per i quali è ritenuta l'estensione al privilegio, ma solo nella misura legale. Ritiene questo G.E., tuttavia, che tale disposizione non possa ricevere una lettura e un'interpretazione svincolata dal principio enunciato nel comma 2. Non vi sarebbe ragione, infatti, per attribuire al creditore privilegiato, cui sia stata negata la collocazione ipotecaria degli interessi moratori con riferimento al periodo anteriore al pignoramento, il riconoscimento di tale collocazione per gli interessi moratori maturati dopo il pignoramento, sia pur nella misura legale se vi era pattuizione su una misura superiore. Depone in tale senso un primo dato letterale. Mentre infatti il comma 2 art. 2855 c.c. parla di "iscrizione di un capitale che produce interessi" (si noti l'articolo indeterminativo), comma 3, pur non ripetendo la locuzione "che produce interessi", parla di "iscrizione del capitale", richiamando, evidentemente, con l'articolo determinativo, lo stesso capitale di cui si occupa il comma precedente. Qualora poi il legislatore avesse inteso, con il comma 3, riferirsi ad interessi di natura diversa da quelli di cui si parla nel comma 2, certamente lo avrebbe specificato, posto che la disposizione fa riferimento esclusivamente alla diversa misura degli interessi di cui si riconosce il privilegio. Non vi sarebbe motivo, in fine, per negare, con il comma 2, la collocazione ipotecaria degli interessi moratori per il periodo antecedente al pignoramento, reintroducendo tale privilegio per gli interessi maturati dopo il pignoramento e prima della vendita. Una tale previsione, tra l'altro, renderebbe assolutamente incerta, per i creditori ipotecari di grado successivo e per i terzi acquirenti del bene ipotecato, la determinazione dell'incidenza massima dell'iscrizione dell'ipoteca. Non solo, infatti, gli interessi legali non possono essere predeterminati nella loro misura nella nota di iscrizione, essendo detta misura futura e variabile, ma soprattutto la loro incidenza sulla somma complessiva da riconoscere al privilegio può essere elevatissima in caso di eccessiva durata del processo esecutivo (e ciò, al di là delle patologie, anche in ipotesi, fisiologiche, di processi esecutivi sospesi per tutta la durata di una causa di opposizione ad esecuzione). La condizione, prevista nel comma 2, che la misura degli interessi sia enunciata nella nota di iscrizione di ipoteca affinché possa essere riconosciuta la predetta estensione, d'altra parte, risponde proprio all'esigenza di rendere esattamente conoscibile ai terzi la misura del pregiudizio gravante sul bene immobile, favorendone la circolazione del bene stesso salvaguardando la funzione di garanzia nei confronti degli altri creditori del debitore svolta dall'iscrizione ipotecaria.

Trib Milano, 187472005

 

Comunione e condominio

In materia di comunione del diritto di proprietà, allorché per la natura del bene o per qualunque altra circostanza non sia possibile un godimento diretto tale da consentire a ciascun partecipante alla comunione di fare parimenti uso della cosa comune, secondo quanto prescrive l'art. 1102 c.c., i comproprietari possono deliberarne l'uso indiretto. Tuttavia, prima e indipendentemente da ciò, nel caso in cui la cosa comune sia potenzialmente fruttifera, il comproprietario che durante il periodo di comunione abbia goduto l'intero bene da solo senza un titolo che giustificasse l'esclusione degli altri partecipanti alla comunione, deve corrispondere a questi ultimi, quale ristoro per la privazione dell'utilizzazione pro quota del bene comune e dei relativi profitti, i frutti civili, con riferimento ai prezzi di mercato correnti, frutti che, identificandosi con il corrispettivo del godimento dell'immobile che si sarebbe potuto concedere ad altri, possono - solo in mancanza di altri più idonei criteri di valutazione - essere individuati nei canoni di locazione percepibili per l'immobile.

Cassazione civile sez. II  05 settembre 2013 n. 20394

 

In tema di uso della cosa comune, nell'ipotesi di sottrazione delle facoltà dominicali di godimento e disposizione del bene, è risarcibile, sotto l'aspetto del lucro cessante, non solo il lucro interrotto, ma anche quello impedito nel suo potenziale esplicarsi, ancorché derivabile da un uso della cosa diverso da quello tipico. Tale danno, da ritenersi in re ipsa, ben può essere quantificato in base ai frutti civili che l'autore della violazione abbia tratto dall'uso esclusivo del bene, imprimendo ad esso una destinazione diversa da quella precedente.

Cassazione civile sez. II  07 agosto 2012 n. 14213



 
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