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Art. 901 codice civile: Luci

Le luci che si aprono sul fondo del vicino devono (1):

1) essere munite di un’inferriata (2) idonea a garantire la sicurezza del vicino e di una grata (3) fissa in metallo le cui maglie non siano maggiori di tre centimetri quadrati;

2) avere il lato inferiore a un’altezza non minore di due metri e mezzo dal pavimento o dal suolo del luogo al quale si vuole dare luce e aria, se esse sono al piano terreno, e non minore di due metri, se sono ai piani superiori;

3) avere il lato inferiore a un’altezza non minore di due metri e mezzo dal suolo del fondo vicino, a meno che si tratti di locale che sia in tutto o in parte a livello inferiore al suolo del vicino e la condizione dei luoghi non consenta di osservare l’altezza stessa (4).


Commento

(1) Tre sono i requisiti strutturali di una finestra affinché possa definirsi come «luce»: l’inferriata, la grata in metallo e l’altezza.

 

(2) L’inferriata serve a garantire la sicurezza del vicino (si ritiene infatti sicura un’inferriata di dimensioni tali da impedire il passaggio di una persona).

 

(3) La grata serve ad impedire l’immissione nel fondo del vicino di cose gettate dalla finestra.

 

(4) È richiesta per le luci un’altezza minima, sia interna che esterna, per impedire l’esercizio della veduta sul fondo vicino.


Giurisprudenza annotata

Luci e vedute

Qualora sia aperta una luce irregolare, il proprietario del fondo vicino non ha, per ciò solo, diritto alla chiusura della stessa, se e laddove sia possibile renderla conforme alle disposizioni vigenti, demandando, in caso di avvenuta pronuncia con sentenza non definita, al prosieguo del giudizio la verifica circa la possibilità e le modalità dell'avvenuta regolarizzazione.

Cassazione civile sez. II  16 settembre 2014 n. 19480

 

Deve escludersi l'acquisibilità per usucapione e, comunque, la stessa possedibilità di servitù di luci irregolari, come quelle del caso di specie, prive dei requisiti di cui all'art. 901 c.c., non essendo possibile stabilire dalla irregolarità se il vicino le tolleri soltanto, riservandosi la facoltà di chiuderla nel modo stabilito, ovvero la subisca come peso del fondo, quale attuazione del corrispondente diritto di servitù o manifestazione del possesso della medesima.

Cassazione civile sez. VI  25 giugno 2014 n. 14384

 

Nell'ipotesi in cui le luci si aprano (non su un'area scoperta ma) fra un vano e l'altro (di diversi proprietari) di un medesimo edificio, con lo scopo di dare aria a uno di essi attraverso l'altro, tali aperture non costituiscono estrinsecazioni del diritto di proprietà, ossia manifestazioni di una facultas del diritto stesso, ma comportando una invasione della sfera di godimento della altrui, hanno natura di uno "ius in re aliena". Deriva da quanto precede, pertanto, che è possibile, a favore di chi ne beneficia, acquisire la relativa servitù per destinazione del padre di famiglia o per effetto del possesso "ad usucapionem" sempre che l'apertura si concreti in opere visibili e permanenti destinate a un non equivoco e stabile assoggettamento del fondo altrui per la utilità dell'altro che si avvantaggia della apertura lucifera. In tale caso, infatti, le aperture - a differenza di quelle che si aprono sul fondo aperto altrui - sono prive della connotazione di precarietà e mera tolleranza e sono sottratte quindi alla disciplina degli art. 901 e ss. c.c.

Cassazione civile sez. II  28 febbraio 2013 n. 5055  

 

L'apertura sul fondo del vicino, la quale non abbia caratteri di veduta o di prospetto, in quanto non consenta di affacciarsi e guardare, è considerata come luce, anche se non conforme alle prescrizioni dell'art. 901 c.c., sicché, nell'ipotesi di irregolarità, ai sensi dell'art. 902, comma 2, c.c. il vicino ha diritto di esigere che l'apertura sia resa conforme a tali prescrizioni, anche mediante la sopraelevazione all'altezza minima interna, finalizzata ad impedire l'esercizio della veduta.

Cassazione civile sez. II  10 gennaio 2013 n. 512  

 

Nell'ipotesi di luce irregolare, il vicino ha il diritto, previsto dal secondo comma dell'art. 902 c.c., di esigere che tale apertura sia resa conforme alle prescrizioni di cui all'art. 901 c.c., ovvero di chiuderla acquistando la comunione del muro ed appoggiarvi la propria fabbrica, o costruendo in aderenza. In particolare, la regolarizzazione dell'apertura irregolare comporta la necessità di dotarla dei tre requisiti strutturali previsti dall'art. 901 c.c. e cioè: l'inferriata, la grata in metallo e l'altezza. L'inferriata serve a garantire la sicurezza del vicino (si ritiene, infatti, sicura un'inferriata di dimensioni tali da impedire il passaggio di una persona); la grata serve ad impedire l'immissione nel fondo del vicino di cose gettate dalla finestra; l'altezza minima, sia interna che esterna, serve ad impedire l'esercizio della veduta sul fondo vicino. Con l'ulteriore precisazione che tutti gli elementi sono essenziali e che nessun elemento componente dell'apertura, come davanzale o grata metallica, deve fuoriuscire dal profilo esterno del muro, nel quale la luce è realizzata.

Cassazione civile sez. II  10 gennaio 2013 n. 512  

 

Posto che nella disciplina legale dei "rapporti di vicinato" l'obbligo di osservare nelle costruzioni determinate distanze sussiste solo in relazione alle vedute, e non anche alle luci, la dizione "pareti finestrate" contenuta in un regolamento edilizio che si ispiri all'art. 9 d.m. 2 aprile 1968 n. 1444 - il quale prescrive nelle sopraelevazioni la distanza minima di dieci metri tra pareti finestrate e pareti di edifici antistanti - non potrebbe che riferirsi esclusivamente alle pareti munite di finestre qualificabili come "vedute", senza ricomprendere quelle sulle quali si aprono finestre cosiddette "lucifere".

Cassazione civile sez. II  30 aprile 2012 n. 6604  



 
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