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Art. 903 codice civile: Luci nel muro proprio o nel muro comune

Le luci possono essere aperte dal proprietario del muro (1) contiguo al fondo altrui.

Se il muro è comune, nessuno dei proprietari può aprire luci senza il consenso (2) dell’altro; ma chi ha sopraelevato il muro comune può aprirle nella maggiore altezza a cui il vicino non abbia voluto contribuire.


Commento

(1) L’articolo ribadisce che l’apertura di luci regolari è una facoltà compresa nel diritto di proprietà, quindi tale facoltà non si prescrive per non uso, ma solo per rinuncia o per la costituzione di una servitù.

 

(2) Per aprire una luce sul muro comune occorre il consenso dell’altro proprietario, in quanto tale intervento sul muro è considerato come innovazione della cosa comune.


Giurisprudenza annotata

Servitù
Con riguardo all’art. 903 c.c., qualora non si sia verificato acquisto del diritto di servitù, da accertarsi attraverso il giudizio petitorio, il comproprietario ha diritto di chiedere la chiusura delle luci aperte sul muro comune senza il suo consenso.
Tribunale Firenze 22 settembre 2014

La servitù di aria e luce non può essere acquistata per usucapione, in quanto l'apertura di fìnestre lucifere costituisce un diritto del proprietario, ed il vicino può pretendere, a norma dell'art. 902 c.c., che esse siano rese conformi alle prescrizioni di legge, se irregolari, mentre la servitù di luce è, invece, ipotizzabile ed usucapitile, se la luce è aperta nel muro comune, poiché in tal caso, l'apertura di luci è vietata senza il consenso del proprietario ex art. 903 c.c.
Tribunale Nocera Inferiore sez. II 18 ottobre 2013 n. 1182

Nell'ipotesi in cui le luci si aprano (non su un'area scoperta ma) fra un vano e l'altro (di diversi proprietari) di un medesimo edificio, con lo scopo di dare aria a uno di essi attraverso l'altro, tali aperture non costituiscono estrinsecazioni del diritto di proprietà, ossia manifestazioni di una facultas del diritto stesso, ma comportando una invasione della sfera di godimento della altrui, hanno natura di uno "ius in re aliena". Deriva da quanto precede, pertanto, che è possibile, a favore di chi ne beneficia, acquisire la relativa servitù per destinazione del padre di famiglia o per effetto del possesso "ad usucapionem" sempre che l'apertura si concreti in opere visibili e permanenti destinate a un non equivoco e stabile assoggettamento del fondo altrui per la utilità dell'altro che si avvantaggia della apertura lucifera. In tale caso, infatti, le aperture - a differenza di quelle che si aprono sul fondo aperto altrui - sono prive della connotazione di precarietà e mera tolleranza e sono sottratte quindi alla disciplina degli art. 901 e ss. c.c.
Cassazione civile sez. II 28 febbraio 2013 n. 5055

Il proprietario di un immobile che nell'effettuazione di lavori all'interno della proprietà abbia eliminato dei lucernari di cui godeva il proprietario sottostante, su richiesta di quest’ultimo, è tenuto alla eliminazione dei lavori eseguiti con la rimessione in pristino dello stato dei luoghi. A nulla rileva nemmeno la concessione edilizia in sanatoria, producendo questa effetti esclusivamente nei rapporti tra privato costruttore e p.a., senza incidere sui diritti dei terzi eventualmente pregiudicati dall'attività edificatoria.
Tribunale Nola 20 marzo 2012

In caso di apertura di luci nel muro divisorio tra proprietà confinanti, da considerarsi comune ai sensi dell'art. 880 c.c., deve applicarsi il disposto dell'art. 903 c.c., il quale, oltre a consentire, al comma 1, l'apertura al proprietario di luci nel muro proprio che sia contiguo al fondo altrui, stabilisce, al comma 2, come regola di ordine generale, che "se il muro è comune, nessuno dei proprietari può aprire luci senza il consenso dell'altro". Di conseguenza, il diritto a mantenere le luci può essere in tale ipotesi diversamente acquisito solo iure servitutis.
Cassazione civile sez. II 11 giugno 2007 n. 13649

Qualora si aprano fra un vano e l'altro dell'edificio condominiale, le luci, essendo prive della connotazione della precarietà e della mera tolleranza, sono sottratte alla disciplina prevista dagli art. 900-904 c.c. con riferimento all'ipotesi in cui le stesse si aprano sul fondo altrui; pertanto, è possibile - a favore di chi ne beneficia - acquisire la relativa servitù, per destinazione del padre di famiglia, o per usucapione, in virtù del possesso correlato all'oggettiva esistenza dello stato di fatto nel quale si manifesta l'assoggettamento parziale di in immobile a servizio od utilità dell'altro. (Nella specie è stata affermata l'esistenza, per effetto del possesso ad usucapionem, della servitù gravante sul terrazzino del sovrastante vano (ubicato nell'edificio condominiale), nel quale si apriva - fuoriuscendo con un "torrino" verticale - una condotta che, partendo da un foro praticato nel solaio del sottostante terraneo, svolgeva la funzione, oltre che di "lucernario", di "sfiatatoio"a favore di quest'ultimo).
Cassazione civile sez. II 22 giugno 2006 n. 14442



 
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