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Art. 905 codice civile: Distanza per l’apertura di vedute dirette e balconi

Non si possono aprire vedute dirette verso il fondo chiuso o non chiuso e neppure sopra il tetto del vicino, se tra il fondo di questo e la faccia esteriore del muro in cui si aprono le vedute dirette non vi è la distanza di un metro e mezzo (1).

Non si possono parimenti costruire balconi o altri sporti, terrazze, lastrici solari e simili, muniti di parapetto che permetta di affacciarsi sul fondo del vicino, se non vi è la distanza di un metro e mezzo tra questo fondo e la linea esteriore di dette opere.

Il divieto cessa allorquando tra i due fondi vicini vi è una via pubblica.


Commento

Veduta diretta: apertura che permette di guardare frontalmente il fondo del vicino in base ad un criterio topografico, cioè a seconda dell’angolo che forma il confine del fondo con il muro della finestra, oppure in base ad un criterio che tiene conto della posizione dell’osservatore.

 

(1) La distanza si misura tra il confine del fondo e la faccia esteriore del muro in cui si aprono le vedute.

 

 

 


Giurisprudenza annotata

Servitù

Il diritto di servitù di costruire fin sul confine del fondo del vicino, ovvero ad una distanza inferiore rispetto a quella stabilita al riguardo dall'art. 873 c.c. e dalle norme regolamentari di carattere integrativo, non implica affatto l'acquisizione del diverso ed ulteriore diritto di servitù di aprire anche vedute prospicienti il fondo servente a distanza inferiore a quella legale stabilita dagli artt. 905 e 907 c.c.. Costituisce infatti ius receptum che non sussiste alcuna correlazione fra le due distinte normative; la prima, infatti, è posta a tutela dell'interesse all'igiene, al decoro e alla sicurezza degli abitati; la seconda, diversamente, assolve all'esigenza di limitare la possibilità di affaccio sul fondo del vicino al fine di salvaguardare quest'ultimo da una eccessiva ed intrusiva indiscrezione.

T.A.R. Trento (Trentino-Alto Adige) sez. I  24 settembre 2014 n. 314

 

L'aggravamento dell'esercizio della servitù, operata sul fondo dominante, va verificato accertando se l'innovazione abbia alterato l'originario rapporto con quello servente e se il sacrificio, con la stessa imposto, sia maggiore rispetto a quello originario, a tal riguardo valutandosi non solo la nuova opera in se stessa, ma anche con riferimento alle implicazioni che ne derivino a carico del fondo servente, assumendo in proposito rilevanza non soltanto i pregiudizi attuali, ma anche quelli potenziali connessi e prevedibili, in considerazione dell'intensificazione dell'onere gravante sul fondo anzidetto. Ne consegue che il proprietario del fondo dominante che effettui innalzamenti del livello del proprio fondo e determini una più facile, intensa e continua inspectio e prospectio sul fondo servente, attraverso un muro, che pur se fosse rimasto invariato nell'altezza rispetto al cancello e alla rete originari, ma sostanzialmente modificato i luoghi per aver assunto una diversa configurazione e funzione, incorre nel divieto di cui all'articolo 1067 del codice civile.

Cassazione civile sez. II  08 luglio 2014 n. 15538  

 

 

Luci e vedute

In tema di distanze per l’apertura di vedute, non si possono aprire vedute in violazione di quanto previsto dagli art. 905 e 906 c.c..

Tribunale Monza sez. II  21 marzo 2014

 

Ai sensi dell'art. 905 c.c. le norme che prescrivono determinate distanze per l'apertura di vedute dirette e balconi non possono trovare applicazione quando tra i due fondi, vicini vi sia una via pubblica: il principio vale anche nel caso in cui la strada non separi i due fondi; in quanto non è necessario che i fondi si fronteggino, essendo sufficiente che essi siano confinanti con la via pubblica, indipendentemente dalla loro reciproca collocazione. Conferma App. Napoli, 8 maggio 2007 n. 1466

Cassazione civile sez. II  11 settembre 2013 n. 20848

 

Perché si possa parlare di strada pubblica, ai fini dell'esonero del rispetto delle distanze nell'apertura di vedute dirette e balconi, ex art. 905 comma 3 c.c., occorre che la destinazione della strada all'uso pubblico risulti da un titolo legale, il quale può essere costituito oltreché da un provvedimento dell'autorità o da una convenzione con il privato anche dall'usucapione ove risulti provato l'uso protratto del bene privato da parte della collettività per il tempo necessario all'acquisto del relativo diritto, restando peraltro escluso che a tal fine rilevi un uso limitato a un gruppo ristretto di persone che utilizzino il bene "uti singuli" essendo necessario un uso riferibile agli appartenenti alla comunità in modo da potersi configurare un diritto collettivo all'uso della strada e non un diritto meramente privatistico a favore solo di alcuni determinati soggetti.

Cassazione civile sez. VI  26 giugno 2013 n. 16200  

 

 

Strade

La qualificazione di una strada come pubblica, ai fini dell'esonero dal rispetto delle distanze nell'apertura di vedute dirette e balconi, ex art. 905, terzo comma, cod. civ., esige che la sua destinazione all'uso pubblico risulti da un titolo legale, che può essere costituito non solo da un provvedimento dell'autorità o da una convenzione con il privato, ma anche dall'usucapione, ove risulti dimostrato l'uso protratto del bene privato da parte della collettività per il tempo necessario all'acquisto del relativo diritto, restando peraltro escluso che, a tal fine, rilevi un uso limitato ad un gruppo ristretto di persone che utilizzino il bene "uti singuli", essendo necessario un uso riferibile agli appartenenti alla comunità in modo da potersi configurare un diritto collettivo all'uso della strada e non un diritto meramente privatistico a favore solo di alcuni determinati soggetti. Cassa con rinvio, App. Roma, 05/09/2011

Cassazione civile sez. VI  26 giugno 2013 n. 16200

 



 
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