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Art. 907 codice civile: Distanza delle costruzioni dalle vedute

Quando si è acquistato il diritto (1) di avere vedute dirette verso il fondo vicino, il proprietario di questo non può fabbricare a distanza minore di tre metri, misurata a norma dell’art. 905.

Se la veduta diretta forma anche veduta obliqua, la distanza di tre metri deve pure osservarsi dai lati della finestra da cui la veduta obliqua si esercita.

Se si vuole appoggiare la nuova costruzione al muro in cui sono le dette vedute dirette od oblique, essa deve arrestarsi almeno a tre metri sotto la loro soglia.


Commento

(1) Ha diritto ad avere vedute dirette sia il proprietario, sia chi può validamente esercitare una servitù di veduta.

 

 


Giurisprudenza annotata

Comunione e condominio

In tema di condominio l'installazione di un ascensore, al fine dell'eliminazione delle barriere architettoniche, realizzata da un condomino su parte di un cortile e di un muro comuni, deve considerarsi indispensabile ai fini dell'accessibilità dell'edificio e della reale abitabilità dell'appartamento, e rientra pertanto nei poteri spettanti ai singoli condomini ai sensi dell'art. 1102 c.c., senza che, ove siano rispettati i limiti di uso delle cose comuni stabiliti da tale norma, rilevi la disciplina dell'art. 907 c.c. sulla distanza delle costruzioni dalle vedute, neppure per effetto del richiamo a essa operato nell'art. 3, comma 2, l. n. 13 del 1989, non trovando detta disposizione applicazione in ambito condominiale.

Cassazione civile sez. II  30 giugno 2014 n. 14809  

 

 

Luci e vedute

Il proprietario del piano di un edificio condominiale ha diritto di esercitare dalle proprie aperture (nella specie, finestra e non balcone aggettante) la veduta appiombo, sicché può imporre al vicino di non costruire una veranda, seppur nei limiti del perimetro del sottostante balcone, a meno di tre metri. Rigetta, App. Bari, 29/02/2012

Cassazione civile sez. VI  27 marzo 2014 n. 7269  

 

In tema di distanze delle costruzioni dalle vedute, l'art. 907 c.c., che vieta di costruire a distanza di tre metri dalle vedute dirette aperte sulla costruzione del fondo finitimo, pone un divieto assoluto, la cui violazione si realizza in forza del mero fatto che la costruzione è a distanza inferiore a quella stabilita, a prescindere da ogni valutazione in concreto se essa sia o meno idonea ad impedire o ad ostacolare l'esercizio della veduta, in quanto la norma enuclea in favore del titolare della veduta un diritto perfetto al rispetto della distanza legale da parte della costruzione del vicino, senza introdurre ulteriori costruzioni.

Cassazione civile sez. VI  27 marzo 2014 n. 7269  

 

Il divieto di fabbricare a distanza minore di tre metri dalle vedute, sancito dall'art. 907 cod. civ., intende assicurare al titolare del diritto di veduta aria e luce sufficienti all'esercizio della "inspectio" e della "prospectio", sicché il giudice di merito, pur in presenza dell'accertata violazione della distanza, è tenuto a valutare specificamente se l'opera edificata (nella specie, un'inferriata di recinzione) ostacoli l'esercizio della veduta. Cassa con rinvio, Trib. Santa Maria Capua Vetere, 09/05/2005

Cassazione civile sez. II  22 agosto 2013 n. 19429  

 

 

Distanze legali

È illegittimo il permesso di costruire rilasciato per la realizzazione di una nuova costruzione qualora non sia rispettata la distanza minima tra pareti finestrate, dettata dall'art. 9 del d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, laddove impone al proprietario dell'area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga, neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata ad essere mantenuta ad una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti ed a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell'art. 907, comma 3, c.c. Riforma Tar Toscana, sezione III, 22 giugno 2004 n. 2289

Consiglio di Stato sez. IV  12 febbraio 2013 n. 844  

 

Per la violazione del disposto dell'art. 907 c.c. non è necessario prendere in considerazione misure siderali, ma è sufficiente, banalmente che le nuove costruzioni- (e tale, incontestatamente, è considerata la "canna fumaria" anche dell'appellante), non siano collocate in quella ideale zona di rispetto che, da ciascuno punto di sporto della veduta, deve poter consentire la veduta per tre metri.

 Corte appello Bari sez. III  22 gennaio 2014 n. 49  

 

La disposizione di cui all'art. 9 comma 1 n. 2, d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, essendo volta non alla tutela del diritto alla riservatezza, bensì alla salvaguardia di imprescindibili esigenze igienico-sanitarie, e quindi tassativa ed inderogabile, non solo impone al proprietario dell'area confinante col muro finestrato altrui di costruire il proprio edificio ad almeno dieci metri da quello, senza alcuna deroga neppure per il caso in cui la nuova costruzione sia destinata ad essere mantenuta ad una quota inferiore a quella dalle finestre antistanti e a distanza dalla soglia di queste conforme alle previsioni dell'art. 907 comma 3, c.c., ma vincola anche i Comuni in sede di formazione o revisione degli strumenti urbanistici con la conseguenza che ogni previsione regolamentare in contrasto con l'anzidetto limite minimo è illegittima e va annullata ove oggetto di impugnazione, o comunque disapplicata, stante la sua automatica sostituzione con la clausola legale dettata dalla fonte sovraordinata, atteso che l'art. 9, d.m. 2 aprile 1968 n. 1444, stante la sua natura di norma primaria, sostituisce eventuali disposizioni contrarie contenute nelle norme tecniche di attuazione. (Conferma Tar Lombardia, Milano, sez. II, n. 1924 del 2009).

Consiglio di Stato sez. IV  22 gennaio 2013 n. 354

 

L'art. 79, comma 2 d.P.R. n. 380/2001 - nel disporre che, in tema di eliminazione di barriere architettoniche, è fatto salvo l'obbligo di rispettare le distanze di cui agli art. 987 e 907 c.c. nell'ipotesi in cui tra le opere da realizzare e i fabbricati alieni non sia interposto alcuno spazio o alcuna area di proprietà o uso comune - ha inteso fare riferimento non soltanto al dato giuridico dell'esistenza di una comproprietà o di una servitù di uso comune, ma anche al semplice dato materiale dell'esistenza di uno spazio, che per le sue caratteristiche si presti ad essere impiegato dai residenti di entrambi gli immobili confinanti. Riforma T.A.R. Abruzzo, Pescara, 24 febbraio 2012 n. 87

Consiglio di Stato sez. IV  05 dicembre 2012 n. 6253  



 
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