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Art. 912 codice civile: Conciliazione di opposti interessi

Se sorge controversia (1) tra i proprietari a cui un’acqua non pubblica può essere utile, l’autorità giudiziaria deve valutare l’interesse dei singoli proprietari nei loro rapporti e rispetto ai vantaggi che possono derivare all’agricoltura o all’industria dall’uso a cui l’acqua è destinata o si vuol destinare.

L’autorità giudiziaria può assegnare un’indennità ai proprietari che sopportino diminuzione del proprio diritto.

In tutti i casi devono osservarsi le disposizioni delle leggi sulle acque e sulle opere idrauliche.


Commento

(1) Il giudice deve valutare gli interessi in conflitto dei singoli proprietari e cercare di contemperarli con i reciproci vantaggi che l’uso dell’acqua può arrecare. Il giudice può anche imporre modalità particolari o limitazioni nell’uso delle acque e può anche sacrificare determinati diritti a vantaggio di un interesse, pubblico o privato, superiore.

 

 


Giurisprudenza annotata

Distanze legali

L'apertura di sorgenti quale legittima esplicazione del diritto di proprietà, deve essere effettuata non solo con il rispetto delle distanze indicate dall'art. 891 c.c., ma anche con l'osservanza delle maggiori distanze e con l'esecuzione delle opere necessarie per evitare il pregiudizio ai fondi e sorgenti altrui (art. 911 c.c.) con la conseguenza che, nel caso, di dolosa o colposa inosservanza di queste maggiori distanze e cautele, il proprietario che ha eseguito le opere assume la responsabilità (extracontrattuale) dei danni arrecati (ai sensi dell'art. 2043 c.c.) e non il mero obbligo di pagamento dell'indennizzo previsto dall'art. 912 c.c. che si riferisce alle estrazioni ed utilizzazioni dell'acqua legittimamente eseguite nell'esercizio del diritto di proprietà e non ha, quindi, natura risarcitoria ma solo funzione di corrispettivo da liquidare con criteri equitativi in modo da compensare gli opposti interessi.

Tribunale S.Angelo Lombardi  04 marzo 2008 n. 114  

 

Chi esegue opere per estrarre acque dal sottosuolo, oltre a rispettare la distanza di cui all'art. 889 c.c., deve astenersi da attività che determinino l'emungimento o la recisione della vena acquifera oggetto dello sfruttamento già in atto, salvo che per l'abbondanza dell'acqua di falda rispetto all'utilizzazione fattane non sussista il pericolo di limitarla o di comprometterla.

Tribunale Foggia  29 novembre 2001

 

Chi esegue opere per estrarre acque dal sottosuolo, oltre a rispettare la distanza di cui all'art. 889 c.c., deve astenersi da attività che determinino l'emungimento o la recisione della vena acquifera oggetto dello sfruttamento già in atto, salvo che per l'abbondanza dell'acqua di falda rispetto all'utilizzazione fattane non sussista il pericolo di limitarla o di comprometterla.

Cassazione civile sez. II  11 agosto 1997 n. 7469  

 

L'apertura di sorgenti, quale legittima esplicazione del diritto di proprietà, deve essere effettuata non solo con il rispetto delle distanze indicate dall'art. 891 c.c., ma anche con l'osservanza delle maggiori distanze e con l'esecuzione delle opere necessarie per evitare il pregiudizio ai fondi e sorgenti altrui (art. 911 c.c.), con la conseguenza che, nel caso di dolosa o colposa inosservanza di queste maggiori distanze e cautele, il proprietario che ha eseguito le opere assume la responsabilità (extracontrattuale) dei danni arrecati (ai sensi dell'art. 2043 c.c.) e non il mero obbligo di pagamento dell'indennizzo previsto dall'art. 912 c.c., che si riferisce alle estrazioni ed utilizzazioni dell'acqua legittimamente eseguite nell'esercizio del diritto di proprietà e non ha, quindi, natura risarcitoria ma solo funzione di corrispettivo da liquidare con criteri equitativi in modo da compensare gli opposti interessi.

Cassazione civile sez. II  03 dicembre 1994 n. 10401  

 

 

Acque pubbliche e private

Quando uno dei proprietari di due fondi contigui, attraversati da una medesima falda acquifera, non pubblica e non soggetta a disposizioni di leggi speciali, precede l'altro nell'escavazione di un pozzo per l'utilizzazione dell'acqua a fini irrigui, il comportamento degli opposti ed eguali diritti è attuato, per prima cosa, dalla legge stessa con la prescrizione delle distanze e delle cautele cui deve attenersi il proprietario che scava successivamente il pozzo; nell'ipotesi in cui ciò non risulti sufficiente, o per la sproporzione tra i sacrifici, oppure per lo svantaggio che ne deriverebbe per l'interesse dell'agricoltura o dell'industria, anche in connessione alle cautele imposte al secondo proprietario, il giudice dovrà valutare la misura in cui l'interesse dell'uno debba cedere all'interesse dell'altro proprietario, specie se questo coincida con il vantaggio dell'agricoltura o dell'industria.

Cassazione civile sez. II  16 dicembre 1987 n. 9350

 

Nella controversia fra proprietari confinanti, che abbiano trivellato nei rispettivi fondi pozzi attingenti alla stessa falda, in ordine all'utilizzazione delle acque della stessa falda - alla quale entrambi hanno pari diritto indipendentemente dalla priorità di scavo - il giudice del merito, può avvalersi dei poteri conferitigli dall'art. 912 c.c. e quindi può procedere ad una conciliazione degli opposti interessi, - che non siano rimasti composti con l'osservanza delle prescrizioni e cautele previste dall'art. 911 c.c. - anche in relazione ai vantaggi che all'utilizzazione sia in grado di arrecare all'agricoltura o alla industria, mediante una regolamentazione paritetica dei concorrenti diritti ovvero, quando si renda necessario comprimere o diminuire il diritto di uno dei contendenti anche per il vantaggio della agricoltura o dell'industria, mediante la imposizione a carico dell'altro di una indennità.

Cassazione civile sez. II  16 dicembre 1987 n. 9350

 

La domanda proposta dal proprietario di un fondo nei confronti del vicino, per denunciare la scomparsa di acqua da un proprio pozzo, a seguito di opere di escavazione per estrazione di acqua effettuate dal convenuto senza l'osservanza dei criteri fissati dall'art. 911 c.c., con la richiesta di reintegrazione in forma specifica mediante eliminazione di dette opere, ovvero, in via subordinata, di adozione di provvedimenti conciliativi degli opposti interessi secondo il disposto dell'art. 912 c.c., non rientra in alcuna ipotesi di competenza per materia e configura un'azione di tipo risarcitorio soggetta agli ordinari principi della competenza per valore, ivi compreso quello della presunzione di competenza del giudice adito, in caso di mancata indicazione o dichiarazione del valore, e quello della rilevabilità dell'eventuale incompetenza soltanto nel giudizio di primo grado.

Cassazione civile sez. II  12 marzo 1984 n. 1695  



 
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