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Art. 915 codice civile: Riparazione di sponde e argini

Qualora le sponde o gli argini che servivano di ritegno alle acque siano stati in tutto o in parte distrutti o atterrati, ovvero per la naturale variazione del corso delle acque si renda necessario costruire nuovi argini o ripari, e il proprietario del fondo non provveda sollecitamente a ripararli o a costruirli, ciascuno dei proprietari che hanno sofferto o possono ricevere danno può provvedervi, previa autorizzazione del tribunale, che provvede in via d’urgenza (1).

Le opere devono essere eseguite in modo che il proprietario del fondo, in cui esse si compiono, non ne subisca danno, eccetto quello temporaneo causato dall’esecuzione delle opere stesse.




Commento

(1) I proprietari dei fondi vicini possono chiedere al giudice l’emanazione di un provvedimento d’urgenza (art. 700 c.p.c.), dimostrando di avere una pretesa legittima al compimento delle opere (fumus boni iuris) e che dall’intempestiva esecuzione delle medesime possa determinarsi una situazione di pericolo potenzialmente lesiva dei loro diritti (periculum in mora).

 


Giurisprudenza annotata

Acque pubbliche e private.

Ai sensi dell'art. 915 c.c. non è previsto alcun obbligo diretto del proprietario del fondo in ordine alla costruzione e riparazione degli argini, essendo egli esclusivamente obbligato a consentire l'esecuzione dei lavori e a contribuire alle spese. Neppure -correlativamente- è previsto alcun obbligo di risarcimento danni a suo carico per l'eventuale omissione nella riparazione o ricostruzione. Il risarcimento del danno è invece previsto nei soli casi in cui la distruzione degli argini o la variazione delle acque o l'ingombro dei loro corsi derivi da colpa del proprietario; in tal caso anche le spese graveranno esclusivamente su di lui. Pertanto, non è ipotizzabile un obbligo positivo del proprietario del fondo attraverso cui passa il corso d'acqua di provvedere alla costruzione di eventuali argini.

Tribunale Monza  22 giugno 2009 n. 1921  

 

In base al disposto dell'art. 917, comma 2, c.c., qualora la distruzione degli argini o l'impedimento al flusso delle acque sia dovuto all'opera di uno dei proprietari, le spese di riattamento dovranno essere sopportate soltanto da lui ed egli sarà tenuto anche al risarcimento dei danni secondo gli ordinari principi della responsabilità per fatto illecito, che non possono prescindere dall'elemento soggettivo del dolo o della colpa, che deve sempre caratterizzare la condotta, commissiva o omissiva, del soggetto chiamato a risponderne.

Cassazione civile sez. II  03 giugno 2008 n. 14664  

 

Nel deflusso delle acque, naturale o regolato mediante l'opera dell'uomo, il proprietario del fondo tenuto alla riparazione, nel caso in cui l'alterazione dello stato dei luoghi non sia stata realizzata da lui o da altri del cui operato egli sia responsabile, è tenuto a provvedere direttamente alla rimozione degli ingombri o alla riparazione degli argini che impediscano detto regolare deflusso e, nel caso in cui non vi provveda sollecitamente, deve consentire ai proprietari interessati di accedere al suo fondo per curare gli opportuni interventi, con l'obbligo di contribuire alle relative spese, in caso di vantaggio, da tali opere, per il fondo di sua proprietà. Nel caso in cui, invece, la distruzione degli argini o l'impedimento al deflusso delle acque sia dovuto all'opera di alcuno dei proprietari, le spese di riattamento dovranno essere sopportate solo da costui ed egli sarà anche tenuto al risarcimento dei danni, secondo gli ordinari principi della responsabilità per atto illecito, che non possono prescindere dall'elemento soggettivo del dolo o della colpa, che deve sempre necessariamente caratterizzare la condotta, commissiva od omissiva, del soggetto chiamato a risponderne.

Cassazione civile sez. II  03 giugno 2008 n. 14664  

 

La normativa sulle acque, contenuta nella sezione nona, del capo secondo, del libro terzo del codice civile riguarda esclusivamente le acque scorrenti naturalmente (ossia, il cui deflusso non è stato corretto, modificato od alterato ad opera dell'uomo), nonché argini o sponde che devono essere conservati o ricostruiti, o ingombri rimossi in relazione ad acque defluenti naturalmente a cielo aperto, e non trova applicazione quando si tratti di acque canalizzate in strutture di cemento coperte e "tombinate". In tale ultima ipotesi, non essendo consentito al proprietario del fondo inferiore a quello in cui tale canalizzazione è stata effettuata di accedere in quest'ultimo per controllare periodicamente le condizioni di manutenzione del fosso e rimuovere i possibili ingombri al regolare deflusso delle acque verso il proprio fondo, gli obblighi di vigilanza e controllo sulla regolarità di tale deflusso gravano sul proprietario del fondo superiore, in relazione alla sua qualità di custode di ogni opera e manufatto in esso compresa, o su di esso insistente, suscettibile, per la sua intrinseca natura, o perché siano in essa insorti agenti dannosi (pur se provocati da elementi o fattori provenienti dall'esterno) di cagionare ad altri danno.

Cassazione civile sez. II  09 dicembre 1995 n. 12635

 

Qualora l'alterazione dello stato dei luoghi sia addebitabile a cause naturali o ad atti e fatti non imputabili, nè riferibili al proprietario del fondo superiore, il vicino che risente pregiudizio dall'alterazione del naturale deflusso delle acque, ha azione solamente nell'ambito delle disposizioni contenute negli art. 915, 916 e 917 c.c., che espressamente disciplinano la riparazione di sponde e di argini distrutti od interrati e la rimozione degli ingombri, insieme con l'onere delle relative spese per i vari proprietari interessati alle riparazioni nonché il risarcimento dei danni. Pertanto il proprietario del fondo superiore, purché l'alterazione dello stato dei luoghi non sia stata realizzata da lui, o da altri del cui operato egli debba comunque rispondere, non è tenuto a provvedere direttamente alla riparazione di argini o alla rimozione di ingombri che rechino pregiudizio al vicino impedendo il normale deflusso delle acque, ma - ove intenda astenersi o non vi provveda sollecitamente - deve permettere ai proprietari interessati di accedere sul suo fondo per provvedere all'eliminazione dei predetti ostacoli e contribuire nelle relative spese in proporzione del vantaggio derivante al terreno di sua proprietà.

Cassazione civile sez. II  04 aprile 1987 n. 3264



 
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