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Art. 936 codice civile: Opere fatte da un terzo con materiali propri

Quando le piantagioni, costruzioni od opere sono state fatte da un terzo (1) con suoi materiali, il proprietario del fondo ha diritto di ritenerle o di obbligare colui che le ha fatte a levarle.

Se il proprietario preferisce di ritenerle, deve pagare a sua scelta il valore dei materiali e il prezzo della mano d’opera oppure l’aumento di valore recato al fondo (2).

Se il proprietario del fondo domanda che siano tolte, esse devono togliersi a spese di colui che le ha fatte. Questi può inoltre essere condannato al risarcimento dei danni.

Il proprietario non può obbligare il terzo a togliere le piantagioni, costruzioni od opere, quando sono state fatte a sua scienza e senza opposizione o quando sono state fatte dal terzo in buona fede.

La rimozione non può essere domandata trascorsi sei mesi dal giorno in cui il proprietario ha avuto notizia dell’incorporazione.


Commento

(1) Per terzo deve intendersi chiunque non abbia diritto di realizzare le opere. Conformemente a quanto stabilito dall’art. 934, non si avrà accessione se tra terzo e proprietario del fondo esista un contratto di appalto, o qualsiasi altro titolo a cui si possa ricondurre l’esecuzione delle opere stesse.

 

(2) Il termine previsto dall’articolo è un termine di decadenza.

 

 


Giurisprudenza annotata

Coniugi

Nel regime di comunione legale dei beni, la costruzione realizzata durante il matrimonio da entrambi i coniugi sul suolo personale ed esclusivo di uno solo di essi, stante la operatività del regime dell'accessione, appartiene esclusivamente a quest'ultimo e non costituisce, pertanto, oggetto della comunione legale, ai sensi dell'art. 177, comma 1, lett. a), c.c., operando in tali ipotesi la tutela del coniuge non proprietario non già sul piano del diritto reale, bensì sul piano obbligatorio, per cui competerà a questi un diritto di credito ai sensi dell'art. 936, comma 2, c.c. (cfr. Cass., sez. II, 30 maggio 2013 n. 13503).

Tribunale Benevento  21 ottobre 2014

 

Il diritto di credito di cui agli artt. 936 e 1150 cod. civ. non può considerarsi un acquisto ricompreso nella comunione legale dei coniugi, se non è provato che l'opera venne eseguita con l'apporto di entrambi. Cassa con rinvio, App. Roma, 28/11/2006

Cassazione civile sez. II  18 febbraio 2014 n. 3808  

 

 

Proprietà

Nell'ipotesi in cui un condomino risulti proprietario esclusivo della rampa di scale accedente al suo appartamento, la parte di area sottostante le scale non può ritenersi idonea a costituire con esse un'entità unica ed inseparabile, postulando il concetto di incorporazione, al pari di quello di accessione, un'unione fisica e materiale del manufatto rispetto al suolo o, in ogni caso, l'impossibilità di utilizzare il suolo stesso come entità autonoma rispetto al manufatto, ciò che non può affermarsi con riguardo ad una superficie libera sormontata da una rampa di scale. Rigetta, App. Venezia, 20/09/2006

Cassazione civile sez. II  18 dicembre 2013 n. 28350  

 

Per escludere l'applicazione dell'art. 936 c.c. non è sufficiente che l'opera sia stata realizzata da un soggetto legato al proprietario del suolo occupato da un qualsiasi rapporto giuridico di natura reale o personale che gli conferisca un diritto di costruire, occorrendo - invece - che tale rapporto si riferisca proprio all'area sulla quale la costruzione è stata realizzata, e conferisca all'occupazione il diritto di costruire proprio su quell'area. (Non merita censura - ha pertanto concluso la Suprema corte - la sentenza del giudice del merito nella parte in cui, rilevato che il fabbricato è stato interamente realizzato su una porzione di fondo diversa da quella venduta, ha escluso l'applicabilità dell'art. 938 c.c. in favore dell'art. 936 c.c., dichiarando l'avvenuto acquisto per accessione della proprietà dell'edificio, da parte del proprietario dell'area).

Cassazione civile sez. I  03 settembre 2013 n. 20131

 

 

Possesso

Nelle controversie riconducibili alle fattispecie regolate dagli art. 936 e 1150 c.c. nessun indennizzo a carico del proprietario del fondo può essere preteso dal terzo costruttore che abbia realizzato l'opera in violazione della normativa edilizia, autonomamente commettendo o concorrendo nel commetterli, i reati previsti e puniti dagli art. 31 e 41 l. n. 1150 del 1942 e 10 e 13 l. n. 765 del 1967, e ciò non tanto perché possano essere poste in dubbio la sussistenza o l'entità della locupletazione del proprietario del fondo nella prospettiva di un ordine di demolizione da parte della pubblica amministrazione competente, quanto, piuttosto, perché è da ritenere in contrasto con i principi generali dell'ordinamento e, in particolare, con la funzione dell'amministrazione della giustizia che possa l'agente conseguire indirettamente, ma pur sempre in via giudiziaria, quel vantaggio che si era ripromesso di ottenere nel porre in essere l'attività penalmente illecita e che in via diretta gli è precluso dagli art. 1346 e 1418 c.c.

Cassazione civile sez. II  20 ottobre 2014 n. 22171  



 
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